mercoledì 9 febbraio 2011

AFGHANISTAN, MATTEO L'ULTIMO VIAGGIO...

La notizia non è stata ancora diffusa, ma in base a “Camp Arena” c’è un clima teso. Si rincorrono voci e indiscrezioni. Gli sguardi che si cercano per una conferma, mentre all’ufficio pubblica informazione di Herat c’è un via vai di gente e telefonate. Da Roma, da qui, dove i giornalisti affollano gli uffici. Poi, gli indugi vengono rotti. Un comunicato di tre righe: “militare italiano perde la vita in Gulistan”. Inizia così: è il gelo. Si tratta di Matteo Miotto, 24enne veneto di Thiene, in forza al 7° reggimento alpini di Belluno. Caporal maggiore, era in servizio in torretta nella C.O.P. (Combat Out Post) Snow in Gulistan, dove è di stanza la Task Force South East del contingente italiano dispiegato in Afghanistan, quando in uno scontro a fuoco con uno o più insurgents è stato prima ferito e poi ucciso.Nella camera ardente allestita per il caporal maggiore Matteo Miotto, la commozione ha regnato su tutto. Sulle facce dei suoi commilitoni, su quelle degli altri alpini, che, forse neanche lo conoscevano, ma come travolti da uno spirito di partecipazione globale hanno voluto esserci per il suo ultimo saluto qui in Afghanistan. Hanno voluto esserci come gli amici che hanno piantonato la salma tutta la notte. Hanno voluto esserci come noi, e come tutta l’Italia che da domani, all’arrivo a Roma, gli starà accanto, almeno per qualche giorno, almeno fin quando non si spengono i riflettori mediatici. Un ragazzo di 24 anni, strappato alla vita troppo presto, in un paese dove a regnare non sono solo i signori della guerra ma anche i clan, i ribelli, i combattenti. Lo scrive anche Matteo nella lettera che sta ribalzando di sito in sito. Strappato alla vita in modo troppo crudele, nel giorno dell’ultimo dell’anno, quando magari la sera si sarebbe preparato per andare ad una festa organizzata insieme ai suoi compagni di avventura, o sventura, dipende dai punti di vista. E qui, in Afghanistan, i punti di vista sono sempre labili, molteplici. A seconda dell’orientamento, prima i russi, poi gli americani, poi ancora i mujaedin, i combattenti, ora gli insurgents. Gli stessi che con un colpo diretto hanno fatto fuoco e centrato il bersaglio. Un bersaglio che ha un nome e un cognome: Matteo Miotto. Che questa volta non potrà rispondere “Presente!” o “Comandi”, quando lo nominiamo. Non potrà riabbracciare i suoi genitori, separati, ma uniti nel dolore, che quella notte di San Silvestro non la dimenticheranno mai. Non potrà raccontare ai suoi compagni di tenda quello che ha fatto oggi, rientrando da una giornata in torretta. Però il cuore di Matteo porterà con sé tante emozioni che un posto come questo ti offre di continuo. Quelle belle, come la speranza e la voglia di riscatto a lungo inseguiti dal popolo afghano, come quei bambini con i vestiti usati e le scarpe nuove, perché regalate dai nostri soldati, e magari anche da Matteo. Quelle brutte, come i pensieri che si fanno nel lince, come gli ordigni pronti ad esplodere. Nel pomeriggio, il comandante del contingente italiano in Afghanistan, il generale Marcello Bellacicco ha tenuto un incontro con i giornalisti. Ha parlato della situazione in Gulistan, area tra le più sensibili e ha annunciato più forze armate afghane per permettere ancora di più l’allargamento della bolla di sicurezza. Poi un pensiero ai ragazzi, ai suoi uomini, pieni di spirito di sacrificio e di servizio, non solo per la patria ma anche per le altre popolazioni in difficoltà. Ha parlato anche di orgoglio, quello di Matteo per il suo essere alpino, tanto da tatuarsi lo stemma della brigata “Julia” e quello che devono avere i genitori per il figlio che non c’è più. “Devono essere orgogliosi di Matteo - ha ribadito- come lo siamo tutti noi”. “Ora Matteo cammina su montagne più belle di queste- ha detto invece il cappellano militare nel corso della sua omelia, durante la messa di suffragio di oggi- l’imprevista chiamata del Signore per noi è difficile da capire, dio ha modo di pensare e agire diversi dal nostro”. Già per noi è difficile da capire tutto questo. Se potesse essere da qualche parte, ora, forse è vero, Matteo starebbe sulle montagne, come un buon alpino. Magari a rincontrare suo nonno e a farsi raccontare una di quelle storie. Ma no sulla guerra, una divertente per ridere e scherzare. Intanto, il C130 dell’Aeronautica Militare è partito. Matteo è lì dentro, avvolto da un tricolore. Domani rientrerà in patria. Noi restiamo ad Herat, in base c’è un monumento ai caduti. Ci passiamo davanti e leggiamo. Manca Matteo, l’ultima penna spezzata. Troppo in fretta.
Mirko Polisano

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