mercoledì 16 maggio 2012

MAGHREB, IL LUOGO DEL TRAMONTO. MA ANCHE DELLA RINASCITA.

"Storie Lontane. Racconti di vita in Afghanistan" (edizioni Dpc) arriva a Tunisi. Presentato all'Ambasciata Italiana. Boulevard Bourgiba è la via più importante di Tunisi, pattugliata da gruppi speciali della Polizia durante la “Primavera Araba”. In quei giorni, i negozi furono chiusi al pubblico e fu imposto il coprifuoco nella grande capitale. Giriamo con Nabil per quelle stesse strade, che hanno visto scendere in piazza i giovani e chiedere un cambiamento, lo stesso, forse, che vorremmo noi da quest’altra parte del Mediterraneo. Un mare che ha un fascino tutto suo e che ha visto passare su di sé: i Cartaginesi, i Romani e oggi altre navi. Quelle da crociera che ti promettono itinerari turistici e di divertimento; quelle del commercio, dove scambi con i paesi vicini aumentano il traffico di import ed export; quelle della speranza, cariche di persone che ti chiedono aiuto. Come Alì, che è dovuto restare a terra nella sua Tunisi perché i documenti non sono in regola e la legge non può piegarsi a sogni e aspettative. Ma ritorniamo a Nabil. Con lui mangiamo un panino del centro di Tunisi, a poco più di un anno dalla caduta di un regime che negava libertà, sviluppo e progresso e da quella “Rivoluzione” del mondo arabo che ha poi portato a far soffiare un nuovo vento sulle suggestive piane del Maghreb. Ne è convinto anche Nabil, che mi dice per le vie del mercato cittadino: “con Ben Alì bisognava stare zitti, ora possiamo parlare”. Ed effettivamente, davanti ad una telecamera sono in pochi a tirarsi indietro. Siamo ospiti della radio nazionale tunisina per parlare dell’informazione e del giornalismo in Italia. E stavolta, sono io in difficoltà a parlare di libertà di stampa. Ma Salona è una giornalista di esperienza e di grande professionalità. È lei a togliermi dall’imbarazzo e farmi parlare delle mie “Cronache dal Mondo”, fino a che non arriva a chiedermi se io abbia mai avuto paura nel fare questo lavoro. Lo dice lei, che ha superato due regimi, è stata minacciata e ha rischiato la vita. Così ci capiamo al volo e nessuno dei due riesce a dare una spiegazione sul perché si faccia questo lavoro a qualunque costo. Salona, poi, mi parla del futuro: “non posso che essere ottimista. Il popolo tunisino è riuscito a ribellarsi, ed è stato il primo di tutto il mondo arabo”. Ma sul domani, un po’ di preoccupazione c’è: “da donna lo dico, temo il fondamentalismo al potere, che non possa farci fare nessun passo se non indietro”. Per la città, puoi ancora trovare blindati e carri armati. E la concertina che difende ministeri e ambasciate. In quella Italiana, incontriamo il direttore della Cooperazione Internazionale. Anche qui, i progetti sono tanti. I fondi, come sempre, pochi e il dialogo con il nuovo governo ha i suoi tempi. Basta uscire, e ti ritrovi in una manifestazione di operai agricoli che chiedono il pagamento degli stipendi, oppure in una moschea, unico giornalista occidentale, a riprendere un evento storico per l’Islam di Tunisi e non solo. È la vittoria dei salafiti che dopo cinquant’anni riportano l’insegnamento delle scuole coraniche nella moschea di Zitouna, la più importante del paese. Dall’altra parte, ci sono i giovani. Li trovi ovunque per le vie di questa terra, così piena di vita. I giovani che hanno permesso il cambiamento e di cui vanno fieri e orgogliosi. Jerbill si ferma a cantare un rap e in quelle parole, metà intonate e metà recitate, trovi tutto il suo nazionalismo per la sua Tunisia; Kalim, invece, viene dalle città del sud: “il sud è super, la Tunisia è super…”. Poi, c’è Pippo. Si fa chiamare così perché segue il calcio e Inzaghi è il suo mito. Studia da grafico pubblicitario e non ha dubbi: “Il futuro? Non potrà mai essere peggio del passato”. Sono queste le speranze di questa nuova Tunisia. Abbiamo visitato le città che hanno visto e da cui è partito il cambiamento, incontrato le stesse persone, forse. Le stesse che, oggi come ieri, ti dicono che tutto era indispensabile. Ti viene in mente Tomasi di Lampedusa, che nella sua citazione più famosa sostiene che “Se tutto deve rimanere com’è, è necessario che tutto cambi”. Said si avvicina e mi regala un fiore. E’ un gelsomino. “E’ il fiore della rivoluzione – sussurra – non possiamo farlo appassire così”. Ha ragione.
Mirko Polisano Ospite della Radio Nazionale Tunisina

lunedì 9 aprile 2012

LA PASQUA TRA I BALCANI

La neve e il profilo delle alpi balcaniche ti danno il loro benvenuto in questa terra, dove tutto resta sospeso, diviso, spezzato. Inizialmente ero un po' scettico sul nuovo viaggio: la tensione si fa sentire, le elezioni in Serbia sono così vicine che i contraccolpi li senti anche al termine di una partita di calcio, dove ancora ancora si respira l'odio interetnico. Proprio mentre la Bosnia celebra i suoi vent'anni dalla guerra, questa provincia autonoma della Serbia prova a reagire e a riprendersi i suoi spazi, i suoi confini e chiede a gran voce di entrare in Europa. E' la Pasqua numero 13 per il contingente italiano dispiegato qui in Kosovo, terreno ricco di risorse minerarie e città che guardano al presente con l'occhio dell'Occidente. Qui, sono passati Alessandro Magno e l'Impero Bizantino, Milosevic, la lega balcanica e i turchi con il loro processo di islamizzazione del vecchio continente. Fu terra di concquista anche della Germania di Hitler con la 21esima Divisione Schannemberg. Oggi, però la situazione sta cambiando. Facciamo colazione al nono piano di un centro commerciale: il ristorante ha una pedana mobile che gira su se stessa, quasi una ruota panoramica orizzontale. Già di per se questa potrebbe essere una storia fantastica, che si va ad aggiungere a quelle di tante altre che incontri per strada, nei bar, ma anche in base. Come quella del Capitano Paventi, che da quando è qui ha percorso oltre 18 mila chilometri per portare aiuti e medicinali nelle enclavi serbe: "le loro storie ci arricchiscono dentro", mi dice emozionato. Persone che non hanno nulla, ma che non perdono il sorriso: Hajrie è di Istok ha quattro figli e un marito disoccuppato. In realtà di figli ne ha dieci, perchè sei sono della sorella, morta durante il conflitto. Vive con 42 euro al mese e quando le hanno portato una bacinella dove poter lavare i panni, non è riuscita a dire grazie per quanto era contenta. Lo vedi questo paese giovane e con tanta voglia di fare. Ero scettico prima di partire, è vero. Ma quando consegni un paio di scarpe a un bambino ti accorgi di quanto sia importante esserci e non per lui, ma per te. E lo capisci ancora di più quando con quelle scarpe può tirare un calcio al pallone. Anche prima lo faceva, ma era scalzo. Ascolti e vedi questi frammenti di vita quotidiana. Gli stessi che ha vissuto anche Graziano, Sergente Maggiore che quando vede i bambini davanti al mezzo chiedere qualsiasi cosa, si domanda: "come fai a non dargliela?". Arriva la Pasqua e per loro forse è più dura lontano da casa: un dottore pensa ai suoi tre figli e ringrazia Skype: "mia figlia all'inizio ha avuto dei problemi. Prima era piccola, adesso capisce e mi dice...dai ci vediamo davanti al computer...". Un tenente, invece, ha in stanza un disegno. E' fatto dal suo bambino, c'è una casa e una scritta: "non voglio che ci sono le guerre, voglio che ritorni il mio papà". Poi, c'è Liliana. Ha 31 anni ed è un caporal maggiore. Anche lei parla di sua figlia che di anni ne ha tre.
"Per me è diverso, però...io sono una mamma".

Raffaele è uno dei sottufficiali che ci fa da scorta. Mentre prendiamo un caffè in un bar, mi spiega che è la sua prima missione e che non è così semplice accettare la lontananza da casa, nonostante i familiari siano preparati da mesi. "Quando arriva il giorno della partenza- mi confida- è sempre difficile per chi resta". Lo penso anche io e aggiungo che è difficile anche per chi va. Me ne accorgo quando sul telefonino trovo quel messaggio che ti chiede se va tutto bene, quella chiamata persa fatta magari anche solo per sentire la tua voce. La linea è interrotta e disturbata quaggiù. Accendo il computer e trovo una foto di Claudia che felice festeggia il suo compleanno, pensi a quanti appuntamenti ti sei perso in questi anni: il natale in Afghanistan, il ferragosto in Libano...sei lontano ma l'odore che proviene dalla cucina, sembra di sentirlo. I carciofi e l'agnello con le patate...qualcuno ti penserà oggi.
La stessa cosa farò io dai Balcani.

Auguri a tutti voi...


Mirko Polisano

domenica 25 marzo 2012

UN PREMIO E LA VOGLIA DI RACCONTARE...

Riscoprire il senso e lo spirito di una comunità. Forse è questo lo scopo numero uno del Premio Antica Ostia, dedicato a quanti “continuano la storia”. Ricevere un premio ti dà una nuova, ennesima occasione per parlare di questo che io ancora chiamo “mestiere”. Un premio alla persona, per quello che uno è e non soltanto per quello che uno fa. Anche se, in un campo come quello del giornalismo non credo possa esistere questa differenza. Lo diceva Kapuscinski, padre del giornalismo internazionale, che il “cinico non è adatto a questo mestiere”, proprio a sottolineare che non può esserci un buon giornalista e una cattiva persona; un giornalista scorretto e una persona corretta. No, non può essere. Il giornalista entra nelle storie degli altri. Storie anche drammatiche, crudeli, a volte. E quasi diventa parte involontaria del destino degli altri. E così diventa inevitabile avere sensibilità, educazione e un pizzico di coraggio.

Permettetemi di dedicare questo premio ad un insieme di cose e persone: a questo lavoro che mi ha fatto capire quanto di peggio l’uomo riesce a fare e allo stesso tempo quanto di meglio riesce a dare…

Lo dedico alla mia famiglia così numerosa che ogni volta che parto è in attesa di un sms o di una telefonata che non arriva; dedico questo premio alle storie che ti restano dentro. Forti e incredibili. A Habbas, di dieci giorni incontrato in un’infermeria del Libano del sud, a Avnia che in un orfanotrofio in Kosovo mi ha regalato un disegno della sua mano. E’ tra le mie cose più care. Lo dedico ad Hamidullah con la speranza di poterlo incontrare un giorno. Ma non adesso. Tra venti anni: significherebbe che è riuscito a diventare grande. Lo dedico alla Dpc che mi ha permesso di poterle scrivere queste “Storie Lontane”. Lo dedico a quell’autista spericolato che ad Herat ci stava per lasciare in un campo abbandonato. Lo dedico a chi ha fatto si che quella bomba scoppiasse quando eravamo già entrati in base e a quei cinque minuti di ritardo quel giorno dell’attentato. Lo dedico alle donne de L’Aquila, e a quei pomeriggi tra le macerie di una città distrutta dal terremoto. Lo dedico ad Annarita, mamma e donna. Mamma di David che dall’Afghanistan purtroppo non è tornato e donna semplicemente eccezionale che non si arrende alle scelte difficili e tragiche che la vita ci mette di fronte. Dedico questo premio alle stelle dell’Afghanistan. Così belle che ti fanno sentire così piccolo davanti all’immensità di un cielo infinito. Lo dedico ai profughi della Siria e a quel caffè che mi hanno offerto davanti ad una moschea.

Lo dedico a tutte le altre “guerre” di sotto casa, quelle della quotidianità. Ad un pomeriggio in un centro per adolescenti in difficoltà all’Infernetto. A quella casa famiglia, dove la violenza ha negato l’infanzia ai bambini. Così ti accorgi che le Storie Lontane…forse sono quelle di tutti i giorni.

Le parole di un signore accanto a me, sono il regalo più bello della giornata di oggi: “tu mi hai ricordato il giornalismo quando era giornalismo”. Troppo impegnativo per me, sono sincero. Ma mi ha fatto piacere. Troppo impegnativa anche la motivazione: “gli uomini che continuano la storia”. Non so quale potrà essere il futuro, so che a me le “Storie” piace raccontarle…e mi può anche solo bastare aver costruito un presente come quello di oggi…

Dedico questo premio a quel Generale che magari da dietro una collina scruta i suoi “ragazzi”. Potrebbe essere anche quello della famosa canzone…se così fosse lasciamo quella notte crucca ed assassina…prendiamo quel treno che portava al sole e andiamo dritti a casa…

Domani torna un altro dei “nostri”.

Mirko Polisano

mercoledì 7 marzo 2012

OTTO MARZO, OTTO DONNE STRAORDINARIE...

di Mirko Polisano

All’epoca si chiamava scuola media “Arcangelo Corelli”, quasi alla fine di Ostia. Dove oggi sorge la caserma della polizia municipale e un complesso residenziale in stile americano, all’epoca c’erano le “Case Okkupate”, le chiamavamo così. Dove oggi c’è Cineland, all’epoca c’era un capannone abbandonato chiamato Meccanica Romana, dove Benigni e Paolo Villaggio girarono pure un film. La mia classe affacciava sulla pineta circostante, si proprio quella pineta dove qualche anno dopo fu ritrovato il corpo del piccolo Simeone, figlio della violenza e della cieca ignoranza. Ma noi, adolescenti pieni di sogni e di sorrisi, certe cose non potevamo saperle, ad altre non ci pensavamo. Fu in quegli anni e in quelle aule che incontrai la prima delle otto donne straordinarie, che proprio perché straordinarie di questo otto marzo, poco importa. Il suo nome è Adele ed è stata la mia professoressa di lettere. Adele è davvero una mamma straordinaria. Ci ha accompagnato in quegli anni così difficili per noi e per tutto ciò che ci accadeva intorno. Annachiara è sua figlia ha più o meno gli stessi anni miei…e anche lei è speciale: per la sua simpatia e per il suo entusiasmo. A lei Adele ha dato e dà tutta se stessa e Annachiara è davvero una figlia fortunata…

Poi, ci ha pensato il lavoro a farmi conoscere e capire che i percorsi della vita non sono così semplici. La vita di Daniela è una vita per gli altri. Ha fondato l’Ant di Ostia, l’associazione per la lotta ai tumori e così da anni assiste chi dalla vita si sta allontanando. Daniela è una donna esile, ma non fragile. Ogni volta che la incontro, Daniela sorride. Forse Daniela è straordinaria proprio per questo perché riesce ancora a regalare un sorriso a chi di fare un sorriso proprio non ha voglia. Così è anche Catia. Lei è la presidente dell’As.O.L., un’associazione che collabora con il reparto di oncologia dell’ospedale Grassi di Ostia. Anche lei ogni giorno tocca con mano la sofferenza e il dolore. Lei i pazienti li porta in vacanza. Ha organizzato per loro gite sulla costiera amalfitana, alle Cinque Terre e in pellegrinaggio da Padre Pio. Quest’ultimo viaggio lo abbiamo fatto insieme. È stata una di quelle tante importanti esperienze umane che questo lavoro mi ha regalato. Catia ha il suo motto. E’ “Forza Ragazzi!”. Lo ha detto al nostro rientro a Roma. Poi ha aggiunto: “prepariamoci per Medjugorje”… parlare di futuro in questi casi, un po’ mi disarma. A lei, no. Ci è riuscita: a maggio si riparte.

Pinuccia tutte le mattine viene a lavoro in Municipio. La incontro anche al bar, qualche volta. Pinuccia non cammina bene. Si muove con una macchina elettrica che la porta da un posto all’altro. La sua scrivania è dietro gli sportelli dove si fanno le carte di identità. Non manca un giorno, perché a lei il lavoro piace. Le cambiarono ufficio per problemi con l’ascensore. La misero in portineria per alleggerirle i compiti: “No, io voglio ritornare al mio posto perché voglio lavorare…”, mi confessò un pomeriggio. Ogni tanto la vado a trovare: è sempre indaffarata con le pratiche. Esco e c’è la sua amica Rosetta. È a lei che mi rivolgo: “Ma Pinuccia, è nata così?”. “Non lo so. La conosco da trent’anni e non gliel’ho mai chiesto. Per me Pinuccia è così e basta”.

Con Grazia ci siamo incontrati negli studi di Canale Dieci. Venne a parlare di un concorso letterario che porta il nome di suo figlio, amante della scrittura e della letteratura. Si chiama Enrico, il figlio. Se ne è andato nel 2006 a seguito di un male incurabile. Aveva poco più di vent’anni. Così ha iniziato a parlare ai giovani, Grazia. È entrata nelle scuole, e offre ai ragazzi nient’altro che cultura. Chi vince, infatti, non ha soldi ma libri e biglietti per il teatro. È un modo perché Enrico continui a vivere. Io non l’ho conosciuto, Enrico. Ma lo rivedo nella passione di sua madre, nelle lacrime di suo padre. Attraverso i loro occhi che sembrano mostrarti un altro percorso, un’altra prospettiva: la morte non è più soltanto un punto di arrivo. È l’inizio di un nuovo viaggio, comunque. Anche per chi resta. E quell’ amore per Enrico, inevitabilmente travolge e coinvolge un po’ tutti noi.

Anche Maria è una mamma. Maria non manca mai alle mie lezioni di giornalismo all’Unitre di Ostia Antica. Lei è la più brava della classe e alle spalle una vita intensa di sacrifici, si ma soprattutto di battaglie. Le battaglie per i diritti. Le più importanti sicuramente ma quelle che più ti fanno arrabbiare proprio perché di diritti si parla. Le battaglie di Maria sono quelle di sua figlia, Barbara. Una mattina prima di Natale, mi scrive una mail. Anzi me l’ha scritta Barbara, anche se non può scrivere e mi dice che non si può chiudere una struttura sanitaria che accoglie tante altre persone diversamente abili come lei. È questa l’ultima battaglia di Maria: salvare il Centro di Educazione Motoria della Croce Rossa di via Ramazzini a Roma. Barbara mi dice che la mamma si sta battendo con tutte le sue forze. Lei non può far niente…può solo regalare tanto amore.

Giorgia, invece, è una sorella. Anche per me, posso permettermi di dire. Io che di sorelle non ne ho. Lei è una sorella straordinaria. Non sono mai riuscito a dirglielo. Lo scrivo ora in queste righe e in questo mio pensiero che leggerà. Un po’ sorride, un po’ si commuove. Di sicuro. Non mi ha parlato subito di Claudia, ma non perché se ne vergognasse. Perché nella vita è giusto conoscersi un po’ per volta. Così ho conosciuto anche Claudia, la prima volta eravamo agitati entrambi. Giorgia direbbe che avevo la classica faccia da “mirino”. Ci siamo rivisti altre volte. E così anche Claudia è entrata a far parte delle nostre vite. Quest’estate eravamo all’Anffas di Ostia, che Claudia sta frequentando. La musica nelle orecchie. Si perché come tutti i giovani di oggi, Claudia al suo lettore Mp3 proprio non rinuncia. L’ho vista felice. Forse perché lo era Giorgia che con Paolo è davvero felice. Di sicuro, lo eravamo tutti noi.

Francesca è moglie. Il termine vedova per lei non può andare bene. Suo marito, Giorgio ancora vive. Nei suoi ricordi. È parte della sua vita, di quella vita che per lei proprio facile non è stata. Giorgio, il Caporale Giorgio Langella è morto in Afghanistan, nel settembre del 2006. Francesca va ancora in giro con la macchina del marito, perché lui l’ha comprata per loro. Sognavano una casa al mare, ecco perché Francesca dopo anni al nord è venuta ad Ostia…oggi, Francesca ha una bambina piccola. Si chiama “Giò”. ”Io questo nome – mi disse un giorno – proprio non posso farne a meno di nominarlo…”.

Patrizia è stata svegliata una mattina di gennaio del 2004 da una telefonata. Suo figlio, Mirko trasportava i cornetti. All’alba, andò a sbattere con il furgone contro un albero. Forse, un guardrail gli avrebbe potuto salvare la vita. Patrizia da quel giorno non si è mai arresa. Andai a casa sua a raccontare la sua rabbia. Fu lei a chiamarmi. Si presentò il giorno dell’inaugurazione di un giardino e dall’allora Sindaco Veltroni con un cartello con la scritta “Mettete in sicurezza le nostre strade”. Le strinsero la mano e se ne andarono. Qualche anno fa, una sentenza del Tribunale di Ostia le ha dato ragione e ha condannato il Comune di Roma ad un risarcimento economico. L’amministrazione è stata giudicata colpevole dell’incidente al 50%. Un quotidiano lo riporta in un trafiletto. Patrizia non l’ho più sentita. Non credo le interessassero i soldi…ma giustizia si. Quella l’ha sempre chiesta.

Poi ce ne sono tante altre di donne straordinarie e non solo ad Ostia, ovviamente. Per me potrebbe essere la mia mamma, ma sarei così di parte che quasi capovolgerei quel detto per cui “ogni scarafone è bello a mamma soja”. Possono essere le altre che ho avuto l’onore ma anche il coraggio di incontrare. Annarita, Carla, Daniela, Nadia, Natalina, Claudia e Assunta. Persone anche semplicemente straordinarie nel loro quotidiano, nel portare avanti una famiglia, combattere una malattia, assistere un genitore, aiutare una sorella in difficoltà.

Altro che mimosa. Auguri per quello che le donne sono. Prima e dopo la loro festa ufficiale.

sabato 4 febbraio 2012

AFGHANISTAN, A VENEZIA LE "STORIE LONTANE..." SONO STORIE DI TUTTI!

di Mirko Polisano


E’ la seconda volta che sono ospite di questa grande famiglia. La famiglia dei Lagunari. La prima volta è stata in Afghanistan, poi ieri nella loro caserma a presentare il mio “Storie Lontane…”. Che non sono più “Lontane…” perché sono le loro “Storie…”. L’emozione un po’ ti prende perché l’ultima volta che li hai visti erano in mimetica, a Farah, Bala Baluk o a consegnare le merendine a Keyrabad. Ora, li rivedi seduti in prima fila con le loro mogli e le loro fidanzate a sentire di questo libro che parla molto di loro. E il loro pensiero va a chi non può essere seduto con noi…perché non ce l’ha fatta. Perché dall’Afghanistan non è tornato.




Lo ha ricordato anche il Presidente del Consiglio Comunale di Venezia, Roberto Turetta, emozionato anche lui e contento di aver trascorso con noi questo venerdì pomeriggio. “Non possiamo esserci solo nei giorni del funerale”, ha detto. “Dobbiamo esserci anche in queste occasioni, per esprimere la vicinanza di una città, della città di Venezia”. E le ricordo ancora quelle bandiere con il “Leone” e la scritta “San Marco”, segno di un Reggimento e della sua città. Arrivammo a Farah, in una mattina di freddo e polvere, dove il portellone aperto dell’elicottero ti gela il sorriso. Eccolo Italo, proprio come l’ha descritto ieri sera la sua ragazza parlando con me: “sempre positivo”. Ti prende e ti porta a fare il giro della base…in realtà pochi minuti dopo sei faccia a faccia con il generale Petraeus, comandante della missione Isaf in Afghanistan…e ti viene voglia di chiedergli: “perché siamo qui? Perché non ce ne andiamo?”…ma sai che non potrà risponderti, o forse non vuoi che la risposta sia sempre la stessa: “per difendere il mondo dal terrorismo internazionale”. Almeno allora, Bin Laden era ancora vivo…rappresentava l’unico appiglio vivente nel trovare un motivo a questa guerra. Oggi, però gli interrogativi, tornano prepotenti e le risposte che mancano ti fanno solo rabbia. Ma a questo i “Lagunari” non ci pensano. Pensano al loro lavoro: a quel basco verde portato con l’ “onda”, a quel Mao mostrato con orgoglio sul braccio, a chiamarsi “baffo” tra di loro e a quelle telefonate che il giorno di Natale non riescono a fare alla propria famiglia. Li saluto, prima di lasciare Venezia. Il piacere di aver conosciuto i loro familiari, che attraverso “Storie Lontane…” hanno visto l’Afghanistan e così anche per loro questa terra non è più tanto “Lontana…”. Anche Elisa è sorridente proprio come il suo fidanzato, mi dice: “quando sta in missione è lui a dare coraggio a me…ma come fa?”. E lui è convinto: “ci sono due famiglie una è lei. L’altra è questa divisa che indosso”.

Giro lo sguardo e al tavolo dove il libro è in vendita si avvicina un tenente colonnello. Fissa il libro, china il volto, e ha gli occhi lucidi.

“C’è Hamidullah in copertina…come faccio a non comprarlo?”

Mirko Polisano


giovedì 2 febbraio 2012

NOI E L'AFGHANISTAN: TRA FIDUCIA E RICORDO...

NOI E L’AFGHANISTAN: TRA FIDUCIA E RICORDO…

di Mirko Polisano

Quando parli di Afghanistan sono le emozioni che ti travolgono. Le stesse che cerchi di trasmettere a chi ascolta le tue storie. Ecco il perché del coinvolgimento, di questo “Noi”, che un po’ ci lega a quella terra, dove guerra e pace si confondono, tanto da non farci neanche bene capire il perché di una missione così importante, ma di cui si parla solo quando uno dei “nostri” – ritorna questo senso di appartenenza – non ce l’ha fatta. Eppure in Afghanistan, le giornate scorrono proprio come qui da noi: ho visitato il mercato di Farah. Era un tripudio di colori. Ho visto venditori di dolci e pasticcerie di Herat con panna montata e miele, da far impazzire i golosi. Ho incontrato i nostri ragazzi, anche se a loro non piace essere chiamati così. Sono militari che sanno fare il loro lavoro, che non si tirano indietro davanti a ordigni e imboscate. Possono essere i nostri figli, i nostri mariti, le nostre mogli. Ecco, il nostro che ritorna. Le nostre sorelle, le nostre figlie, le nostre amiche. Come Emanuela. 25 anni, Caporal Maggiore dell’Esercito. Arruolata negli alpini. Lei che con gli alpini aveva poco a che fare: veniva dal mare, quello di Ostia e abita ad Acilia. L’ho incontrata ad Herat, la vigilia di Natale. È stata la prima persona che ho conosciuto tra quelle montagne alte e polverose. Ho sentito un po’ l’accento, un po’ l’aria di casa. E’ stato il destino, ho detto scherzando. Chissà quante Emanuela ci sono che negli angoli più difficili di questo mondo fanno il loro lavoro tra mille difficoltà. Per questo dopo “noi e Afghanistan” c’è la parola “Fiducia”. Perché è anche in loro che bisogna avere fiducia. E mi vengono in mente le parole di un saggio afghano. Eravamo proprio in quel mercato così profumato di spezie, che mi disse: “per vincere questa guerra c’è bisogno di fiducia”. Io gli risposi che forse a noi non importa vincere la guerra, ma far vincere la pace. “E’ uguale mi disse lui…perché per vincere la pace devi conquistare le menti e i cuori degli afghani”. Non so se riusciremo a conquistare le menti e i cuori degli afghani, un popolo che difende con orgoglio le proprie usanze e le proprie tradizioni. Che non accetta tempi e padroni. Allora, capisco a questo punto l’importante non è più vincere, ma non perdere. Non perdere uomini e vite umane. Giorgio Langella è stato l’ottavo caduto italiano in Afghanistan. Se ne è andato nel settembre del 2006 a Kabul e quella mattina neanche doveva essere lì. Di nuovo, ricompare il destino. E in Afghanistan ognuno lo chiama a suo modo: fede, fatalità, caso, coincidenza, dovere. E il Caporal Maggiore Langella se n’è andato adempiendo al suo dovere. Al suo fianco ha avuto, a me piace continuare ad usare il presente, ed ha una moglie forte e determinata. Si chiama Francesca. Ha scelto di vivere ad Ostia perché il mare le ricorda suo marito. In tanti le hanno promesso vicinanza e affetto…ma passano i giorni, i riflettori si spengono e…tutto scorre. Così l’indifferenza torna ad essere protagonista. Fino al prossimo che atterra avvolto da un tricolore. Si ritorna a parlare di Afghanistan e del perché di questa guerra, che al sol pensiero di chiamarla “giusta”, mi lascia perplesso. È qui che subentra il “ricordo”. Il titolo ora è al completo: “Noi e l’Afghanistan: tra fiducia e ricordo…”. Ma non il ricordo nostalgico e fine a se stesso. Quello attivo, nel senso letterale del termine, che ti dice: “non dimenticare!”. Non possiamo dimenticare l’Afghanistan, la sua gente, Emanuela e tutti quei ragazzi, si continuo a chiamarli ragazzi, impegnati a difendere quei valori in cui sono rimasti in pochi a credere, Giorgio e tutti quelli che non sono più rientrati. E siamo arrivati a 44.

Non lo dimentichiamo…


Mirko Polisano

domenica 1 gennaio 2012

2012, IL NUOVO ANNO E LA SUA MISSIONE...


Le lenticchie, il vischio, il sogno della lotteria. E ogni anno ci si ritrova a sperare in credenze e tradizioni che portino fortuna, soldi e felicità. In molti ci hanno raccontato di questo 2011 così brutto, tanto da aspettare con ansia il momento che se andasse…e, mai come quest’anno, il brindisi di mezzanotte ci è sembrato quasi una liberazione. Io, per principio o per volontà inconscia, mi sono sempre schierato dalla parte dei più deboli e per questo posso dire al 2011 che quasi mai ho trovato un italiano dire dell’anno in chiusura… ”questo è stato un anno fantastico…” , se non a distanza di molti anni…

Chissà se pure al 2011, toccherà questa sorte ed essere ricordato, magari tra vent’anni come l’anno della crisi, si… ma anche come l’anno di chi ancora aveva un lavoro, una pensione, una proiezione futura, l’anno che ha cambiato il mondo arabo, l’anno che ha sconfitto Bin Laden e Gheddafi, e anch’esso, il 2011, avrà la sua memoria nella storia contemporanea.

Io rileggo i miei appunti. E ritrovo non solo le “Storie Lontane…” ma anche quelle di tutti i giorni. Ho conosciuto il 2011, tre ore e mezza prima degli italiani. L’ho conosciuto in Afghanistan in una triste notte di stelle. E a quel cielo se ne aggiunse un’altra di nome Matteo, si proprio quella notte. Sensazioni, ricordi. Così assapori e riscopri il calore di un abbraccio, quando torni a casa da un viaggio importante; l’essenza delle cose di tutti i giorni, e la voglia di guardarsi degli occhi e dirsi parole sincere. Le stesse che mi disse Mohamed in fuga da Saba, con la Libia sotto le bombe dell’Occidente, parlandomi del suo paese e della sua terra. Le parole commoventi di un luogotenente che ti parla dei respingimenti e di quanto sia dura per un uomo mandare a casa chi, su un gommone o su una barca di legno sovraffollata, è alla ricerca di una prospettiva non di lavoro, ma di vita. Le parole di Nasser, che nei giorni del Ramadan in Libano aspetta la sera per mangiare un piatto di patate. Le parole di Sharbel che ha 19 anni e una passione: il basket. Vede il suo futuro a Beirut e la possibilità di un dialogo con Israele.

Forse potrebbe essere questa la missione di questo 2012: farci sognare. E unire. Unire sotto lo stesso cielo di serenità Beirut, Tel Aviv e Gaza. Ma anche Belgrado e Pristina, musulmani albanesi e ortodossi serbi. La stessa speranza in cui credono Sukaina, Kasim, Doam, Dafina, Fiorentina e Besa…

Giri la pagina del calendario e ti accorgi che la vita è dura anche qui, purtroppo. E che noi ne combattiamo altre di guerre: quella con i conti, con la salute, con il lavoro. E non devi andare troppo lontano…basta riaprire l’agenda e li trovi in municipio. Teresa e la sua richiesta del buono-casa, Vittorio che ha 35 anni è disoccupato e senza casa. Dorme sull’autobus che di notte collega Ostia con Roma. Gaetano e la sua vita da ambulante, Simona e la sua voglia di lavorare…

Il cancello si chiude e sotto i portici trovo Mario, parla sardo. È un barbone, ma adesso anche questo termine non si usa più, quasi fosse discriminatorio, quasi fosse offensivo. Mario dice di essere ingegnere è educato e mi da del lei…accetta un dolce che gli lascio accanto al cartone dove si addormenta, ogni notte. Anche lui, quando si vedono, guarda le stelle.

I suoi sogni sono le sue speranze. E mi auguro si trasformino in realtà: a me non resterà che cercare le parole per poterle raccontare…

Speranze e parole che non hanno potuto vivere e scrivere i 66 giornalisti uccisi nel corso di questo 2011, il 16% in più rispetto all’anno precedente, secondo i dati di Reporter Senza Frontiere, i 5 cyberdissidenti assassinati e i 73 giornalisti rapiti… a chi fa questo lavoro va il mio pensiero.

Che il 2012 ci regali la possibilità di raccontare il mondo come piace a noi: con la passione di chi annota sul suo moleskine nomi, età e date; con la curiosità di ascoltare storie e di fare domande; con l’entusiasmo sempre vivo di scrivere e raccontare…

Anche il 2012 ha la sua missione. Quella di non farci mancare queste speranze…

Mirko Polisano