domenica 3 giugno 2012

MEDJUGORIE, LA COLLINA DELLA FEDE E DELLA SPERANZA

Ci sono momenti, nella vita, dove essere soli è davvero dura. Ci sono posti, nel mondo, dove non si è mai soli. Medjugorie è uno di questi. Piccolo villaggio della Bosnia Erzegovina, grazie ad alcune apparizioni della Madonna, è meta tutt’oggi di continui pellegrinaggi. Attraversiamo la frontiera con non pochi problemi di lasciapassare, prima di raggiungere il paese ci imbattiamo in strade sconnesse e campi minati. Sono i segni di una guerra che ha portato al crollo di uno stato, quello dell’ex Jugoslavia. L’architettura post-comunista fa da sfondo a questo nuovo viaggio e pochi minuti dopo, ci ritroviamo ai piedi di una collina impervia e piena di rocce. Il paesaggio è cambiato, come è cambiato il nostro pensiero. E la parola guerra ha lasciato il posto al suo contrario, più impegnativo sicuramente: pace. Crediamo anche di non essere in grado di riuscire a scalare quei sassi incastonati nella terra brulla. Sei quasi titubante, poi ti passa accanto Sandro. È seduto su una sedia a rotelle. Quattro ragazzi di buona volontà lo trasportano in alto. “Non c’è cosa più bella che rendere possibile l’impossibile”, mi dice Davide, uno di loro. Ti supera anche Eugenio con il suo bastone: ha lavorato più di un anno per questo viaggio e ora è sulla vetta, contento e soddisfatto. Come un eroe combattente che porta a termine la sua battaglia. Katia, invece, accompagna un gruppo di malati oncologici. Non li molla neanche un attimo. Anche lei, come molti che ho incontrato in queste giornate, non si risparmia agli altri. Ti trovi a tu per tu con la Madonna e le cose da dire sono tante. Puoi crederci o no, ma in quell’attimo pensi che parlarci sia davvero l’unica cosa da fare. Così inizio, e dopo un po’ già mi accorgo che quasi non devo chiedere nulla. O che quello che devo chiedere è nulla rispetto a chi ti sta accanto. Nonostante i volti sereni e di preghiera. Lo pensa anche Elisa che fa l’infermiera e ha scelto il reparto di oncologia perché “stare accanto a chi ha davvero bisogno di conforto oltre che di medicine, è davvero un arricchimento personale”. Così come afferma la sua collega Cristina, che con grande professionalità è vicino ai suoi pazienti. Non si tratta di coraggio, piuttosto di interpretare un ruolo e un mestiere come una vocazione e allo stesso tempo, una missione. Ma il coraggio non manca: lo vedi in una mamma che ti racconta di quando ha spiegato al suo bambino di avere un tumore, in una coppia di anziani che è talmente devota che viene ogni anno in questa terra. Ma questa è la prima volta insieme: il biglietto costa troppo e per chi vive di pensione è dura acquistarne due. Così ci si alterna. Una signora prega per sua sorella che non può sottoporsi alla terapia, un’altra ricorda un’altra sorella che non c’è più. Lo guardi quel cielo e in molti lo vedono il sole che fa il “miracolo”. Una bambina lo indica con il dito, una donna piange, un’altra resta sconvolta. Non riesci a darti delle risposte e non è necessario che tu ne dia: la fede è una dimensione troppo intima e particolare che ognuno vive a suo modo. Ritorni a casa e alzi di nuovo gli occhi. Il cielo ti sembra più azzurro vicino al mare. Neanche ti importa del rumore degli aerei, che hanno sparato fumo per tutto il pomeriggio. Lo vedi, quel cielo, e ora per te è solo carico di speranza. E questo ti dà la forza per andare avanti…
Mirko Polisano

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