sabato 30 marzo 2013

AFGHANISTAN, PRESENTATO IL CALENDARIO DELL'ASSOCIAZIONE DEI CADUTI


“Quanta strada deve percorrere un uomo per considerarsi un uomo…?”. 

L’inchiostro è quello di un pennarello indelebile, la scritta è posta sull’elmetto, primo compagno di viaggio in questa terra, dove pace e guerra si incontrano. Non ti aspetti di trovare una citazione di Bob Dylan  sul telo mimetico…è il mondo di giovani, lontano da quello di altri loro coetanei. E lontano anche da un immaginario comune e qualunquista che li vede del sud, ignoranti e prezzolati. 

Hanno poco più di vent’anni, e non si tirano indietro davanti alle responsabilità. Tra polvere e sabbia, sorvegliano una torretta; di notte non hanno tempo per godersi il panorama stellato dell’Afghanistan, e se quel cielo potesse parlare ti racconterebbe meglio di loro. Delle avversità di questo deserto, dove fa caldo e l’acqua per tenerla fresca la devi nascondere. Ti direbbe delle tende piccole che sono un riparo dal cocente sole e che in certi posti il cibo è scaricato dagli aerei, perché i rifornimenti non arrivano.

Ti parlerebbe dei loro anfibi chiari e impolverati, dei bauli neri e di plastica, degli zaini tattici e delle mostrine con il gruppo Zero positivo. Poi, si parte. All’arrivo in aeroporto, mai voltarsi indietro e il saluto è sempre veloce. Gli occhi lucidi, potrebbero tradire l’emozione e anche la paura. Perché in Afghanistan la paura, c’è.

Giovani pronti ad indossare giubbetto e armi e a salire sul Lince, andando incontro al loro destino che pur conoscendolo, non sanno quale sia. Il pensiero vola avanti, ma non possono fare a meno di preoccuparsi. Già, come in una sorta di paradosso vivente, sono loro a preoccuparsi per chi sta a casa. Così internet diventa un tranquillante, e skype il rimedio alla lontananza. Quando il collegamento prende e il segnale non arriva disturbato. Quando si può una telefonata…e la risposta è sempre uguale: “Mamma.Qui, tutto bene!”.

In queste pagine, ci sono questi giovani. Che tifano Milan, e Napoli. Lazio e Palermo…quasi ad unire l’Italia sotto un unico modo di essere: quello della migliore gioventù. Che non ti canta solo Bob Dylan, ma ti cita Confucio, Gandhi e Nietzche. Che studia la Bibbia e che conosce il Vangelo. Una generazione che sarà anche figlia di un certo benessere, ma che ha vissuto i passi cruciali della storia contemporanea. Abbiamo visto cadere il Muro di Berlino e scoprire la guerra con la crisi del Kuwait e le stragi dell’ex Jugolsavia. Poi, chi l’avrebbe detto che quell’11 settembre saremmo andati a farla anche la guerra. In Iraq e in Afghanistan. Da queste terre, alcuni non sono tornati. Il pensiero è per loro. Ma è anche per chi c’è e continua un’altra “missione”...

Quella che i loro figli, mariti e fratelli…hanno lasciato in sospeso.  

Mirko Polisano



E' stato presentato lo scorso febbraio il calendario "Afghanistan, domani...però domani!", curato dall'Associazione Caduti di Guerra in Tempo di Pace. Il filmato, che ha superato le oltre 2.200 visualizzazioni in meno di un mese, è disponibile collegandosi a questo link: 


Militari italiani in missione all'estero


      

venerdì 8 marzo 2013

ISLAM, 8 MARZO PER LE SORELLE MUSULMANE


Da Shahrazad a Bochra Belhaj Hmeda. L’onirica protagonista dei racconti de “Le Mille e una Notte” e la presidente del movimento femminista a Tunisi: storie di donne con fascino e intelligenza.

La forte percezione della sottomissione delle donne musulmane è stato uno degli argomenti a sostegno delle invasioni in Iraq e in Afghanistan. Sicurezza e libertà erano gli imperativi primari: ripulire il mondo dalle cellule del terrore e dai loro fiancheggiatori e diffondere democrazia e libertà. In un discorso radiofonico, nel novembre del 2001, l’allora first lady Laura Bush disse: “la lotta contro il terrorismo è anche la lotta a favore dei diritti e della dignità delle donne”. Gli americani, e i Bush soprattutto, sono da sempre dei maestri nella propaganda, specie se di guerra. Con questo, lungi da noi pensare che non ci siano problemi legati all’emancipazione femminile in alcuni paesi di matrice islamica, ma non è mai opportuno parlare per luoghi comuni e approssimazione. La tematica è delicata, come se fosse un viaggio importante, alla scoperta  di un mondo lontano che va a scardinare gli stereotipi di un ordine sociale repressivo, e a raccontare altre donne.

Bochra Belhaj Hmida,
presidente dell'associazione
Donne democratiche tunisine
Baby Boom. È un film di Hollywood del 1987. La protagonista, una donna in carriera che diventa ragazza-madre, sottopone a un colloquio diverse baby-sitter, sperando di trovare quella giusta per sua figlia. Tra queste, una ragazza è coperta da un lungo velo nero, che dice con un forte accento arabo: “le insegnerò a rispettare il maschio. Parlerà solo le rivolgono la parola. Non ho bisogno di un letto, preferisco dormire sul pavimento”. È l’immagine che arriva anche al mondo occidentale, con la stessa proporzione abbiamo quella  che fa di un italiano all’estero solo pizza, mandolino e mafia. Se volessimo dare un volto a questa idea diversa, potrebbe essere quello di Suaad Salih, la cui area di competenza è il fiqh, il diritto islamico. Salih è una giurista islamica e docente di diritto all’università di Al-Azhar, tra i più importanti centri di insegnamento nell’Islam sunnita. È stata la prima preside di facoltà, è scrittrice che affronta temi che vanno dal diritto di famiglia ai diritti femminili. È tra le ospiti fisse di Al-Jazeera e predica senza timidezza l’Islam, diffondendo il suo messaggio, diventato la sua dottrina: “L’Islam è semplice e tiene le donne in grande considerazione”. Ci sono anche donne come Salwa Riffat, egiziana di più di sessant’anni laureata in ingegneria aerospaziale all’università de Il Cairo. È insegnante anche lei: “le donne della mia generazione erano l’avanguardia di una nuova era in Egitto – ha spiegato più volte – oggi non lo si nota quasi più: le università in Egitto pullulano di donne che spesso sono più numerose degli uomini e, spesso, più bravi di questi nelle loro discipline”. Alla facoltà di medicina de Il Cairo, gli studenti che tengono il discorso di commiato durante la cerimonia di laurea, vale a dire i più meritevoli, sono quasi sempre donne. Questi casi sono tutt’altro che unici.

Salona Sigir,
Giornalista 
Maledetta Primavera. E’ stata salutata da tutti come la rivoluzione del cambiamento. Termine improprio rivoluzione, ma che meglio esplica il vento di novità che avrebbe dovuto soffiare sulle piane del Maghreb. Con il passare del tempo, il caos e la confusione hanno preso il sopravvento e ora in Tunisia e in Egitto governano estremisti e partiti che gridano alle masse. La Marsa è una cittadina balneare alle porte di Tunisi, da qui è partita un’altra rivoluzione: quella femminista per i diritti delle donne. Bochra Belhaj Hmida ne è la portavoce. È un avvocato della Corte di Cassazione di Tunisi e presidente dell’associazione “Donne democratiche tunisine”. Tra le prime a rivendicare il ruolo delle donne nella politica e a combattere la prostituzione e l’emarginazione femminile. Sul velo, la sua posizione è fin troppo aperta: “indossarlo, è una scelta personale”.  La scelta di non portarlo è stata fatta anche da Salona Sigir, giornalista dei programmi italiani della radio di stato tunisina. Parla italiano e francese, ascolta la musica di Morandi, Battisti e Baglioni e cura le notizie del telegiornale. Parlare con lei è come gettare uno spiraglio di luce sulle donne musulmane. “Siamo cambiati dentro – mi racconta Salona, mentre mi ospita nel suo programma – sembra respirare un’aria nuova”. Poi, aggiunge: “Io devo essere ottimista. Noi donne abbiamo lottato e lavorato molto, con molti sacrifici per raggiungere una nostra indipendenza, per andare a scuola o all’università. Abbiamo combattuto per avere una nostra libertà e dobbiamo continuare a farlo, perché una battaglia non è mai vinta. Le donne devono insieme essere solidali: è l’unico modo per sconfiggere l’estremismo”.

L’Islam che non ti aspetti. Le ho incontrate sul treno che da Pec arriva a Pristina , sulle note di “Voglio vederti danzare” di Battiato che parla di melodie e divergenze tra Oriente e Occidente. Besa e Florentina sono giovani. A 24 anni, hanno sofferto la guerra dei Balcani. Indossano jeans stretti e tacchi alti. Sono musulmane…ma nessuno lo direbbe. “Il nostro è un paese bellissimo”, afferma Florentina che utilizza i social network e ascolta tanta musica. Lavora in parlamento come interprete, mentre Besa è insegnante.  Dafina, invece, di anni ne ha 25 e gestisce il Museo delle Tradizioni a Pristina. Mi colpiscono i suoi orecchini con il segno della pace. “Non so se ci sarà mai la pace – mi confida – ma credo nella possibile convivenza e nel rispetto delle persone”. Florentina, Besa e Dafina, sono musulmane e di famiglia islamica. Rappresentano davvero un nuovo modo di essere e un altro volto di una religione poco conosciuta da chi non la pratica.       

 Dafina, lavora al museo delle tradizioni a Pristina (Kosovo)
L’analisi resta quella di un argomento che tocca tanti temi: dalla religione, alla sfera intima e personale. Dai diritti, alle scelte obbligate o condizionate. Il compito di chi scrive e informa resta quello di non fermarsi alle apparenze e ai luoghi comuni. E neanche di minimizzare situazioni complesse e gravi. Sono argomenti che colpiscono, nel nome dei quali sono state movimentate guerre e nutriti pregiudizi. Sono stati commessi omicidi e condanne capitali. Sakineh in Iran è diventata l’emblema e il simbolo della difesa delle donne e dei diritti umani. In questo 8 marzo, il pensiero va a lei, sperando riesca ad essere liberata. Come nelle “Mille e una Notte”. Magari arriverà anche per lei, Shahrazad e salverà lei e chissà quante altre donne, grazie al fascino della sua intelligenza. 

“Tu sei la salvatrice di tutte le fanciulle, che avrebbero dovuto essere sacrificate al mio giusto risentimento”.

Speriamo che le parole conclusive dell’opera più conosciuta della letteratura araba possano essere anche il finale di questa che una favola…non è.  


Mirko Polisano

lunedì 4 febbraio 2013

AFGHANISTAN, RIPRENDIAMOCI LA MEMORIA

“Quando la vita chiama, il cuore sia pronto a partire e ricominciare…per offrirsi sereno e valoroso ad altri”. Apri un libro qualsiasi, una pagina qualsiasi in un giorno qualsiasi e questi versi di Hermann Hesse sembrano volerti dire: falla iniziare così questa storia. 

Una storia che hai difficoltà a raccontare perché ormai fa parte di te. Il cuore è quello di David Tobini, paracadutista dell’esercito italiano che si è offerto sereno e valoroso ad altri. Non importa chi questi altri siano...ha importanza il gesto, e chi ormai deve sapere, già sa. Ma c’è un altro cuore quello di mamma Annarita, che deve essere pronto a partire e ricominciare ogni volta che si incontra la burocrazia, il pressapochismo e l’indifferenza. Ti accorgi, ogni giorno che passa, che la guerra non è solo laggiù in Afghanistan, ma anche qui a Roma. Proprio in questi giorni l’amministrazione di Roma Capitale è corsa ai ripari per sanare una svista, clamorosa e indegna. La decisione della commissione toponomastica di non intitolare un parco alla memoria di David Tobini, caduto in Afghanistan nel 2011, figlio di Annarita e di questa Roma, non è andata giù non solo alla famiglia, ma, per fortuna, anche a tante persone che di girarsi dall’altra parte, anche stavolta, non se la sono sentita. Tra i primi ad alzare la voce, l’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, e tanti altri che David neanche lo conoscevano, ma che hanno deciso di non abbassare la testa. Così come le istituzioni, anche le stesse del comune di Roma, che hanno ribadito l’assurdità dei fatti, e allo stesso tempo ne hanno preso le distanze, precisando che la commissione, oltre ad essere costituita da personalità esterne all'amministrazione, ha solo una funzione consultiva. Ad Annarita tutto questo poco interessa, perché la sfiducia è tanta e trovarsi di fronte all’ennesimo no per un’opera che dai quasi per scontato e, che peraltro potrebbe anche non essere a carico della pubblica amministrazione, ti getta in un’ondata di sconforto. Ha parlato di vergogna, Annarita, che, credo, qualcuno abbia provato leggendo questa storia. Un atto dovuto in uno stato in cui il dovere non si sa più cosa sia. “L’Italia è un paese dalla memoria corta”, la frase riecheggia ogni tanto. Ma non possiamo più permettercelo, non possiamo più permettere tutto questo. Dobbiamo avere il rispetto di quella memoria che proprio perché è tale non può essere certo parente della dimenticanza. Né, possiamo permettere che ci si stringe accanto al dolore dell’Afghanistan il tempo giusto per concedere alle istituzioni la triste passerella e il giorno del lutto cittadino. Ancora peggio, quando altri accostano il dolore dell’Afghanistan a compensi e stipendi. Ricordiamoci sempre che i nostri parlamentari guadagnano molto di più a spese nostre e di certo non rischiano la vita. Lascio perdere la questione del terrorismo internazionale: Bin Laden non c’è più…eppure stiamo ancora lì.

Questa storia avrà tra poco il suo epilogo: la giunta capitolina ha capito l’errore e ha dato l’autorizzazione al parco David Tobini, che presto si farà.

Ci saremo tutti quel giorno, orgogliosi di aver fatto prevalere il nostro diritto di cittadini, di uomini e donne che hanno ancora la forza di credere nelle loro idee. Ci sarà Annarita, con il basco amaranto in mano e tutti noi accanto, con gli occhi un po’ lucidi ma con la certezza di aver fatto la cosa migliore.

Ci verrà a trovare anche Confucio, da lassù e ci farà tornare alla mente una delle sue frasi più belle: “Vedere ciò che è giusto e non farlo...è mancanza di coraggio".   


Con Annarita, mamma del Caporal Maggiore  David  Tobini



Mirko Polisano

giovedì 31 gennaio 2013

OSWIECIM, LA TERRA DEI MARTIRI


Ci sarebbe voluto ancora molto però perché si potesse farne memoria, perché l’inimmaginabile prendesse forma agli occhi di tutti, perché la volontà di tutti di guardare avanti si piegasse al ricordo dei morti e del dolore. Pochi, tornati cominciarono a scrivere ciò che avevano visto. Sarebbero divenuti i testimoni, protagonisti di una tragedia vissuta in prima persona. Il primo tassello per ricostruire e raccontare questa storia che, oggi, pur a tanti anni di distanza, non vogliamo e non possiamo dimenticare perché ha segnato per sempre il novecento e le generazioni che sono venute dopo.  “Ad Auschwitz tante persone, ma solo un grande silenzio”, cantava Francesco Guccini. Anche i passi segnati dagli anfibi sulla neve bianca hanno una immagine tutta loro. Qui, nel campo di concentramento più grande del mondo, dove le orme dei militari tedeschi hanno segnato la peggiore strada nel cammino dell’umanità, si resta storditi dall’orrore. Devi patire il freddo di gennaio per capire la sofferenza di chi, con addosso solo un pigiama a strisce, ha trascorso qui il suo inferno. La neve è alta. Il cielo grigio. Pensiamo che, forse, esistano luoghi, dove la primavera non arriva mai: la coltre di dolore è troppo fitta, affinchè i raggi del sole possano scalfirla. La storia studiata sui banchi di scuola ti appare davanti in tutta la sua drammaticità. Le deportazioni di ebrei, contestatori politici, intellettuali, zingari e omosessuali sono la pagina più brutta di quei libri. Auschwitz è un ex caserma, i blocchi sono in cemento e al loro interno trovarono la morte circa 70 mila persone. Un posto squassante di emozioni. Gli oggetti sono triste ricordo dei fatti, ma anche delle persone. Gli occhiali, così tanti, così uguali…quasi a indicare un tempo e un modo di essere. Le protesi delle persone disabili: gambe, stampelle, busti…oggi svelano il risvolto più amaro. Nessuno di loro ce l’ha potuta fare. Selezionati subito e inviati nelle camere a gas. Dove dalle docce usciva lo Zyklon B, disinfettante usato per uccidere…

Le valigie, anch’esse tante. Fatte di corsa, davanti ai militari delle SS. Nella parte frontale, il nome scritto a caratteri grandi…per non perderle…perché dentro c’è quello che serve. Così sono stati caricati sui carri bestiame il signor Pasternack, Petr Eisler e Klara e Sara, magari sorelle, magari madre e figlia. Dieci minuti per prendere tutto. Poche cose, ma indispensabili. Le donne: pentole e termos per preparare un pasto caldo per i figli; gli uomini spazzole e pennelli per la barba. Ti raccontano che le mamme chiedevano di andare nelle cucine per preparare da mangiare ai bambini che avevano fame… 


Da una parte non vorremmo raccontare tutto questo, troppo crudele per descriverlo. Come se entrassimo troppo nell’intimo, nel personale di un uomo, di un individuo. Ma abbiamo il dovere di farlo, perché non possiamo raccontare tutto questo, senza far capire e vedere tutto questo. Tanto altro, per rispetto, non possiamo mostrarvi. Capelli, vestiti…poi, le scarpe a migliaia…comprate chissà per quale occasione e finite per essere indossate nell’ultimo giorno di libertà.

Essere nel Giorno della Memoria a Auschwitz è quasi un privilegio che questo lavoro ti concede. Riesci a comprendere l’inspiegabile, l’inaccettabile, e l’assurdo. In tutto il mondo, si celebra questa giornata, ma qui ad Auschwitz ha tutto un sapore diverso. Una composta deposizione di fiori è molto di più di ciò che in realtà è. È la semplicità del dolore. Siamo nella piazza centrale, tra ex combattenti, militari e il sindaco che è deciso e categorico: “Questa città ha una sua identità – mi dice il primo cittadino polacco- per tutti è Auschwitz, con il nome tedesco ma siamo in Polonia e il suo nome è Oswiecim. Abbiamo una nostra comunità, ma dobbiamo sottostare al passo della storia, che non possiamo dimenticare”.

Oswiecim è una città tradita dal suo passato, l’occupazione tedesca l’ha trasformata in Auschwitz e la resa celebre nel peggiore dei modi agli occhi dell’intero pianeta. Il “campo madre” è ancora un brulicare di turisti, che si fermano a Oswiecim, ma che da qui scappano, con le lacrime agli occhi. A Oswiecim i turisti non dormono, magari preferiscono la vicina Cracovia bella e innevata anch’essa, che sembra uscita da una favola medioevale e come in tutte le favole ci sono i buoni e i cattivi…e Oswiecim al solo suono fa paura…

Auschwitz, Il Cortile della Morte


Mirko Polisano
  




venerdì 21 dicembre 2012

NOI NO! IL GIORNALISMO CHE PARTE DAL BASSO...


Potrà sembrare banale, ma “Grazie!” è la prima parola che mi viene in mente. Grazie, a tutti coloro che ieri hanno sostenuto la nostra mobilitazione… è stata una grande emozione vedere nella <<home>>  delle notizie di facebook così tanti “NOI, NO!”.

E’ stato un guardarsi allo specchio e vedersi riflettere stessi principi, ma anche lo stesso entusiasmo. Notizie, dicevamo. Quelle che vogliamo raccontarvi, convinti che abbiamo tante belle storie da poter diffondere e a cui dare spazio, convinti – e oggi sempre di più - che il giornalismo è anche la “buona notizia”. Ed è questo l’augurio che ci facciamo per questo 2013…che Baghdad sia vista come la vedono Nicola e Walter: un “luogo di pace”, così come era chiamata anticamente. Loro che, partendo da Ostia, porteranno nella città delle “Mille e una Notte” una maratona, perché lo sport sia ancora messaggio di giustizia e solidarietà; così come è partito Luigi, una “mattina di un lunedì qualunque” anche lui da Ostia. Ora, è in Pakistan ma è stato in Siria, Niger, Sudan e Sierra Leone…con il solo obiettivo di far capire agli altri l’importanza di esserci. E i suoi ricordi sono sicuramente quelli che ti colpiscono di più: quel bambino a cui devi dare da mangiare e che a due anni e mezzo ha un cucchiaio in mano, che quasi è più grande di lui…

Poi, c’è Carla, una donna esile ma forte. E la sua energia ti cattura anche se lei è laggiù in Tanzania.“Carla Vegliante ha fatto dello straordinario il suo ordinario. Il suo quotidiano”, e anche in una frase così semplice cogli il senso di ciò che è per noi questo lavoro. Carla sta per ripartire andrà da Abet, da Muti, dal “Ticer”, come lo chiama lei, e parlerà loro un po’ shawili, un po’ inglese e molto romanaccio…ma lei è straordinaria anche per questo! Anche Giulia è partita da Ostia per indossare una divisa e trovarsi ad insegnare in un orfanotrofio femminile nel Libano del Sud. Al confine con Israele, dove tutto è un’incertezza, lei ha la sicurezza delle sue ragazze, che continua a sentire anche a distanza. “E’ stato un insegnarci a vicenda: io spiegavo la nostra lingua, loro mi hanno arricchito con le loro esperienze di vita”. Giulia a queste bambine non ha insegnato solo l’italiano. Anche a sorridere…

Arrivano anche Maria Rosaria, Arianna e Simone loro si occupano di diritti umani con Amnesty International, con Simone eravamo in classe insieme al liceo. Adesso, è arrivato il momento di schierarsi a favore di un uomo detenuto in isolamento in Gambia senza un’accusa. Sentendo loro, capisci che anche la tua di firma è importante. Per questo 2013, ci auguriamo anche più attenzione. “Non accade che agli altri” è stato un incontro di condivisione  e confronto…e davvero pensi che “finchè capita agli altri…va tutto bene”. No, non va bene per niente…perché per chi non accade…ha il dovere di non restare indifferente.

Ci siamo anche noi…davanti ad una pizza, abbiamo parlato di questa idea. Nata dalle parole di Desmond Tutu, tra i libri di una monaca buddista che si batte per i diritti delle donne in Nepal, e di Rabih Alameddine, scrittore che ha vissuto tra il Kuwait, l’Europa e l’America…e i suoi racconti ti riportano a quelli di Gibran  e di Khaled Hosseini. Non ci siamo dimenticati degli aquiloni afghani che, almeno ad Ostia, sono ritornati grazie a Sant’Egidio e alla comunità afghana.

Ci auguriamo tutto questo…per il 2013:  di rimanere incantati in almeno una notte delle Mille…e che possa esserci il tempo di incontrare almeno uno di quei “Mille splendidi soli”.  

www.spiritolibero.net

Mirko Polisano


venerdì 30 novembre 2012

BELFAST, LA GUERRA DIMENTICATA

“La Guerra Dimenticata” è il tema di questo ultimo viaggio che ci porterà in Irlanda del Nord, per raccontare Belfast e i suoi muri. Un salto indietro nel tempo, dai disordini di una guerra a bassa intensità alle battaglie di oggi, che nonostante gli accordi di pace del 1998, sono ancora presenti nelle menti delle due comunità, quella cattolica e quella protestante, che continuano a restare divise. Come accade a Bombay Street, dove gli scontri del 1969 rivivono attraverso un memoriale. Te lo dice anche Joe, che oggi guida il taxi e organizza i “Political Tours”, amarcord del conflitto. È lui che ti spiega che i protestanti vanno in una piscina comunale, i cattolici in un’altra. “Inconcepibile in una qualsiasi altra parte d’Europa, ma da noi è così”, sostiene Joe. Le divisioni sono nelle piccole cose del quotidiano: è sempre stata una difesa dell’uomo, quella di innalzare barricate, di segnare il confine, di recintarsi il suo spazio. Si chiamano “peace-line”, le linee della pace e ce ne sono 88 in Irlanda del Nord. “Impossibile abbatterle – ti dice la gente – con queste barriere ci sentiamo protetti”. I muri è come se li sentissi parlare. E lo fanno attraverso dei disegni che ti mostrano che la pace di Belfast non è solo per Belfast. I pensieri scritti sul calcestruzzo fanno da eco ad altre battaglie: quella della Palestina, per esempio e il muro sembra un po’ quello di Ramallah, quella di Cuba e del suo embargo, quella delle donne. Racconteremo quello che è stata l’Ira, l’esercito repubblicano irlandese: volontari che hanno combattuto per ribellarsi alla dominazione inglese. Anche Gheddafi, li ha aiutati fornendo loro le armi per contrastare la potenza occidentale di Sua Maestà la regina. Incontriamo uno dei leader dell’Ira, il primo a presentarsi in pubblico senza il viso coperto da un passamontagna. Ha trascorso 22 anni in prigione e oggi è uno degli attivisti, che comunque crede nella pace. È stato compagno di cella di Bobby Sands, altro eroe per i cattolici irlandesi e ha preso parte alla “protesta delle coperte”, quando i detenuti si rifiutavano di indossare la divisa da prigionieri politici in forma di ribellione per come venivano trattati. La sua è una testimonianza toccante. “Cronache dal Mondo” vi mostrerà anche le prigioni: i Blocchi H, come venivano chiamati. Sul conflitto nord-irlandese, anche Bono si è espresso. All’epoca dei fatti tragici di Derry, quando i militari inglesi fecero fuoco sulla folla, uccidendo decine di civili che manifestavano per i diritti umani, aveva dodici anni. A ventidue, scrive “Sunday Bloody Sunday” con gli U2. Il ritornello ti dice tutto: “Per quanto tempo ancora dovremmo cantare questa canzone?”.


Mirko Polisano


 

lunedì 29 ottobre 2012

L'AQUILA, LA CITTA' FERITA

“Ho udito i miei passi risuonare sul selciato e ho percepito che potevo ancora abitare la mia città”. 

 Sono le parole di Gerald Kalman, appena rientrato nella Berlino distrutta dalla guerra. I passi hanno un rumore tutto loro, che ti resta dentro e quasi un cammino dentro te stesso. Lo abbiamo ascoltato quel rumore. Nel centro de L’Aquila, che a tre anni e mezzo dal terremoto resta ancora una città ferita. Le immagini di Obama a naso in su tra le macerie restano un ricordo da cineteca. La realtà è diversa, è dura e fa male. Come se tutto si fosse fermato a quel sei aprile del 2009, il giorno in cui la terra ha tremato. Anche il corso principale de L’Aquila è stato ribattezzato con una targa che ricorda quella tragedia, quasi come accade a Tunisi con la piazza centrale dedicata al giorno delle rivolte arabe. Giù in fondo, la Casa dello Studente. E ti assale un vuoto immenso. Non solo nel paesaggio circostante, ma anche dentro te stesso. Anche il quartiere universitario era popolato di giovani. E sotto il porticato, dove ogni gruppo aveva una sua colonna, in pochi si affacciano. L’Aquila by night si è spostata più in là. Ora questa zona è transennata, chiusa e off limits. Ovunque posi lo sguardo, trovi ponteggi e lucchetti. Impalcature per la messa in sicurezza degli stabili, affinché non crollino e barriere che interdicono passaggi e percorsi. Accediamo alla Zona Rossa, grazie ai militari del 33esimo Reggimento Terrestre Aqui. A bordo di un Vm, esploriamo la città silente. Sullo sfondo antichi palazzi feriti, finestre senza luci, porte serrate e detriti. Ci spostiamo da una parte all’altra, una piccola città ti sembra addirittura immensa. Anche le chiese presentano ancora i segni della natura inclemente. Nella chiesa delle Anime Sante si può entrare, ma resta transennata; nella Basilica di Santa Maria in Collemaggio, Celestino V è ancora lì con la leggenda che lo accompagna, compresa quella di Dante e del “Gran Rifiuto”. 

Qui è come il Giappone: crolla la pietra, resiste il legno. È la dura lezione della storia: il tetto della navata integro, la cupola cede. Su questo principio, si è mosso anche Renzo Piano che poche settimane fa ha inaugurato il suo Auditorium, contestato e applaudito allo stesso tempo. Un segnale di ripartenza, che si arresta di fronte ad un’altra chiesa: quella di San Bernardino. La facciata è totalmente puntellata, impossibile accedervi. Per gli amici è Leò ed è stato il primo bar ad aprire a L’Aquila. Le immagini del suo orologio fermo all’ora del terremoto hanno fatto il giro del mondo. La sua storia ti prende…come la sua voglia di fare. Dello stesso spirito e con lo stesso coraggio è Marzia Buzzanica. Per tutti è Vinalia, il nome del suo vecchio ristorante distrutto dal terremoto. Ne ha aperto un altro: “Percorsi di Gusto” in pieno centro storico, al limite della zona rossa. Anche la sua è una storia particolare: viene da Tripoli e le macerie che ha a due passi sembrano davvero quella della Libia post guerra. Nel suo locale offre specialità gourmet, L’Aquila riparte dalla sua pizza ha scritto un noto settimanale. E’ vero. Una scritta ci colpisce. È sul muro di questo ristorante così chic che davvero ti fa dimenticare cosa accade fuori. Recita così: “Non so che succederà…ma noi ce la faremo”. È il vero carattere degli aquilani. Anche quello di Maurizio De Luca, che gestisce il chiosco “La Fenice”, a due passi dal forte spagnolo. Ha 42 anni e da 20 è nel commercio. Ha deciso di aprire in un punto dove il terremoto non lo vedi, non sembra ci sia mai stato. Il panorama è quello de Castello da una parte, del Gran Sasso, dall’altra. Il terremoto però ha disunito invece di unire, sostiene Maurizio. Gli stessi aquilani, la stessa politica. Massimo Cialente è da pochi mesi stato rieletto nuovamente sindaco del capoluogo abruzzese. Lo incontriamo nel suo studio, all’interno della vecchia casa comunale. La domanda è d’obbligo: a che punto siamo? “Abbiamo perso due anni”, altrettanto secca la sua risposta. A L’Aquila, ci sono ancora persone che attendono di rientrare nelle proprie abitazioni. Dei 67 mila sfollati nel 2009, solo 34 mila hanno fatto ritorno a casa. Gli altri sono alloggiati, per la maggior parte, nelle New Town volute fortemente da Silvio Berlusconi. Si tratta di complessi residenziali dove sono stati sistemati i nuclei familiari, fatti evacuare a causa del terremoto. Contestate da molti, urbanisti e architetti per lo più, di destra e di sinistra, che si sono schierati contro la logica delle New Town: non funziona spostare persone in luoghi avulsi dalla loro vita e dalla vita di altri. Entriamo in queste New Town. Visitiamo quella di Bazzano. Qui ci accoglie la signora Isabella con un’ospitalità tipica abruzzese. Ci offre del caffè e ci parla di lei: ha otto figli, di cui tre maschi. 87 anni portati con entusiasmo e voglia di vivere. Spera di rientrare nella sua vecchia abitazione nel rione San Francesco. “Peccato il supermercato – mi dice – che si può raggiungere solo in macchina. A Bazzano sto bene, ma voglio tornare a casa mia”. Così è anche Gilda, di anni ne ha 80, il suo quartiere è La Torretta e dopo alcuni mesi a Giulianova, al mare le hanno assegnato un alloggio qui. E’ un centro storico, silenzioso e fantasma, quello che lasciamo. Bonificato dai topi, perché con l’assenza di acqua dalle fogne i ratti hanno invaso la città; riempito dal suono dei propri passi e da scuole e case distrutte. Come questa in via Rocca di Corno. Una camera da letto, le tende alla finestra e un citofono che non suona più… Sembra di sentire invece il tintinnio delle chiavi appese alle transenne, l’ultima protesta messa in scena dagli aquilani. Le donne hanno anche decorato parti della città con teli lavorati a mano da loro. Ci credono in questa città, ma sul futuro troppe incertezze e qualche speranza. 

L’Aquila potrebbe essere il simbolo di questa Italia, ferita ma con tanta voglia di fare. Come la bandiera afflosciata sul Forte Spagnolo: ora assopita, ma pronta a sventolare. A piazza Duomo è ripresa la vita. Sotto i portici, invece, c’è una bacheca dove tutti si fermano a lasciare un pensiero. Anche noi, lasciamo il nostro. 

L’Aquila, una storia che non vorremmo mai raccontare. 

Mirko Polisano