lunedì 29 ottobre 2012

L'AQUILA, LA CITTA' FERITA

“Ho udito i miei passi risuonare sul selciato e ho percepito che potevo ancora abitare la mia città”

 Sono le parole di Gerald Kalman, appena rientrato nella Berlino distrutta dalla guerra. I passi hanno un rumore tutto loro, che ti resta dentro e quasi un cammino dentro te stesso. Lo abbiamo ascoltato quel rumore. Nel centro de L’Aquila, che a tre anni e mezzo dal terremoto resta ancora una città ferita. Le immagini di Obama a naso in su tra le macerie restano un ricordo da cineteca. La realtà è diversa, è dura e fa male. Come se tutto si fosse fermato a quel sei aprile del 2009, il giorno in cui la terra ha tremato. Anche il corso principale de L’Aquila è stato ribattezzato con una targa che ricorda quella tragedia, quasi come accade a Tunisi con la piazza centrale dedicata al giorno delle rivolte arabe. Giù in fondo, la Casa dello Studente. E ti assale un vuoto immenso. Non solo nel paesaggio circostante, ma anche dentro te stesso. Anche il quartiere universitario era popolato di giovani. E sotto il porticato, dove ogni gruppo aveva una sua colonna, in pochi si affacciano. L’Aquila by night si è spostata più in là. Ora questa zona è transennata, chiusa e off limits. Ovunque posi lo sguardo, trovi ponteggi e lucchetti. Impalcature per la messa in sicurezza degli stabili, affinché non crollino e barriere che interdicono passaggi e percorsi. Accediamo alla Zona Rossa, grazie ai militari del 33esimo Reggimento Terrestre Aqui. A bordo di un Vm, esploriamo la città silente. Sullo sfondo antichi palazzi feriti, finestre senza luci, porte serrate e detriti. Ci spostiamo da una parte all’altra, una piccola città ti sembra addirittura immensa. Anche le chiese presentano ancora i segni della natura inclemente. Nella chiesa delle Anime Sante si può entrare, ma resta transennata; nella Basilica di Santa Maria in Collemaggio, Celestino V è ancora lì con la leggenda che lo accompagna, compresa quella di Dante e del “Gran Rifiuto”. 

Qui è come il Giappone: crolla la pietra, resiste il legno. È la dura lezione della storia: il tetto della navata integro, la cupola cede. Su questo principio, si è mosso anche Renzo Piano che poche settimane fa ha inaugurato il suo Auditorium, contestato e applaudito allo stesso tempo. Un segnale di ripartenza, che si arresta di fronte ad un’altra chiesa: quella di San Bernardino. La facciata è totalmente puntellata, impossibile accedervi. Per gli amici è Leò ed è stato il primo bar ad aprire a L’Aquila. Le immagini del suo orologio fermo all’ora del terremoto hanno fatto il giro del mondo. La sua storia ti prende…come la sua voglia di fare. Dello stesso spirito e con lo stesso coraggio è Marzia Buzzanica. Per tutti è Vinalia, il nome del suo vecchio ristorante distrutto dal terremoto. Ne ha aperto un altro: “Percorsi di Gusto” in pieno centro storico, al limite della zona rossa. Anche la sua è una storia particolare: viene da Tripoli e le macerie che ha a due passi sembrano davvero quella della Libia post guerra. Nel suo locale offre specialità gourmet, L’Aquila riparte dalla sua pizza ha scritto un noto settimanale. E’ vero. Una scritta ci colpisce. È sul muro di questo ristorante così chic che davvero ti fa dimenticare cosa accade fuori. Recita così: “Non so che succederà…ma noi ce la faremo”. È il vero carattere degli aquilani. Anche quello di Maurizio De Luca, che gestisce il chiosco “La Fenice”, a due passi dal forte spagnolo. Ha 42 anni e da 20 è nel commercio. Ha deciso di aprire in un punto dove il terremoto non lo vedi, non sembra ci sia mai stato. Il panorama è quello de Castello da una parte, del Gran Sasso, dall’altra. Il terremoto però ha disunito invece di unire, sostiene Maurizio. Gli stessi aquilani, la stessa politica. Massimo Cialente è da pochi mesi stato rieletto nuovamente sindaco del capoluogo abruzzese. Lo incontriamo nel suo studio, all’interno della vecchia casa comunale. La domanda è d’obbligo: a che punto siamo? “Abbiamo perso due anni”, altrettanto secca la sua risposta. A L’Aquila, ci sono ancora persone che attendono di rientrare nelle proprie abitazioni. Dei 67 mila sfollati nel 2009, solo 34 mila hanno fatto ritorno a casa. Gli altri sono alloggiati, per la maggior parte, nelle New Town volute fortemente da Silvio Berlusconi. Si tratta di complessi residenziali dove sono stati sistemati i nuclei familiari, fatti evacuare a causa del terremoto. Contestate da molti, urbanisti e architetti per lo più, di destra e di sinistra, che si sono schierati contro la logica delle New Town: non funziona spostare persone in luoghi avulsi dalla loro vita e dalla vita di altri. Entriamo in queste New Town. Visitiamo quella di Bazzano. Qui ci accoglie la signora Isabella con un’ospitalità tipica abruzzese. Ci offre del caffè e ci parla di lei: ha otto figli, di cui tre maschi. 87 anni portati con entusiasmo e voglia di vivere. Spera di rientrare nella sua vecchia abitazione nel rione San Francesco. “Peccato il supermercato – mi dice – che si può raggiungere solo in macchina. A Bazzano sto bene, ma voglio tornare a casa mia”. Così è anche Gilda, di anni ne ha 80, il suo quartiere è La Torretta e dopo alcuni mesi a Giulianova, al mare le hanno assegnato un alloggio qui. E’ un centro storico, silenzioso e fantasma, quello che lasciamo. Bonificato dai topi, perché con l’assenza di acqua dalle fogne i ratti hanno invaso la città; riempito dal suono dei propri passi e da scuole e case distrutte. Come questa in via Rocca di Corno. Una camera da letto, le tende alla finestra e un citofono che non suona più… Sembra di sentire invece il tintinnio delle chiavi appese alle transenne, l’ultima protesta messa in scena dagli aquilani. Le donne hanno anche decorato parti della città con teli lavorati a mano da loro. Ci credono in questa città, ma sul futuro troppe incertezze e qualche speranza. 

L’Aquila potrebbe essere il simbolo di questa Italia, ferita ma con tanta voglia di fare. Come la bandiera afflosciata sul Forte Spagnolo: ora assopita, ma pronta a sventolare. A piazza Duomo è ripresa la vita. Sotto i portici, invece, c’è una bacheca dove tutti si fermano a lasciare un pensiero. Anche noi, lasciamo il nostro. 

L’Aquila, una storia che non vorremmo mai raccontare. 

Mirko Polisano

lunedì 24 settembre 2012

IRLANDA, LIVING ABROAD

Non sbagliava Antonello quando, in una sera di questa calda estate, mi disse che mai più avrei visto un posto senza gli occhi del “viaggiatore”. 

Così anche un luogo di vacanza ha la sua storia da raccontare. Quella che non ti aspetti. L’aereo sorvola le scogliere e il freddo mare del Nord. Dublino ti accoglie con tutte quelle prerogative di una capitale europea, degna di tale nome: efficienza nei trasporti, nei servizi e punti di informazione per i turisti attivi. Il verde è ovunque e contrasta con il grigio del cielo. Il cielo d’Irlanda è basso e grigio: lo dice anche una canzone, che è “un tappeto che corre veloce”. Sembra che le nuvole ti sfiorino la testa…e qualcuno quel cielo l’ha toccato davvero con un dito. Sono gli italiani, i nostri connazionali, che qui hanno dato vita ad una nutrita comunità. Una vera e propria “Little Italy”, che ti riporta con il pensiero a quella americana, e non solo con il pensiero. Siamo tornati ad essere un popolo di migranti. Era un tempo remoto, quel tempo fatto di valigie di cartone e teste piene di sogni e speranza. E, invece, eccolo di nuovo questo tempo. Ho incontrato tanti giovani, con quelle stesse teste piene di sogni e speranza…che il nostro di Paese ha mandato via, forse perché il nostro non è un paese per chi ha progetti e prospettive. Li ho trovato psicologi e professori, stanchi della nostra casta universitaria e stufi della corsa annuale al Provveditorato, tra supplenze e cattedre che non arrivano. Lavorano quasi tutti in un quartiere chiamato “Stillorgan”, un business center che sembra uscito da un film di Paolo Villaggio, dove non manca chi organizza eventi di beneficenza e incontri aziendali. Così simile, allo stesso tempo, ad un altro film, di un altro Paolo, Virzì. Come in “Tutta la vita davanti…”, ci sono classifiche di vendita e dipendenti che fanno a gara per avere gli incentivi a fine mese. Per noi italiani, si sa, la tavola è sempre da onorare e anche una semplice pausa pranzo si trasforma in un momento di incontro e convivialità. Come a scuola o all’università, dove si esce tutti insieme e magari ti fermi a mangiare degli arrosti in un mercatino che, a cadenza settimanale, quasi trasforma Dublino in Marrakesh, per odori e fumi, tipici della piazza di Jami-el Fna. Anche la sera si sta in compagnia, a tifare Italia davanti alla tv, che è arrivata in finale agli Europei, battendo anche l’Irlanda. Oppure, a bere una birra. Una, si fa per dire. Perché qui la birra è una cultura. Non è una novità, questa, ma resti comunque meravigliato nel sorseggiare una pinta in posti impensabili. In un pullmann adibito a pub, in un ex mercato coperto, in una banca o addirittura in una chiesa, sconsacrata e trasformata in un’autentica birreria. Si chiama “The Church”, appunto e nel nome di Arthur Guinness anche un popolo cattolico e credente come quello irlandese strizza l’occhio al profano. È un po’ contraddittorio questo paese, tanto nazionalista da sfidare Sua Maestà d’Inghilterra e Belfast resta ancora una ferita aperta; tanto attaccato al Vaticano, da rinnegare l’aborto, quanto difensore estremo delle coppie di fatto; c’è un welfare solidale che funziona e che prevede che il lavoro non lo decide il sesso o l’età, bensì il curriculum e non è necessario, per questo, inserire la tua foto. Parlano le tue esperienze.

Ma c’è anche un “Ago” lungo la via centrale, che è ritrovo di tossicodipendenti e “knackers”. Sono altri giovani, questi, irlandesi, che indossano tute bucate dell’Adidas e si ritrovano nelle vicinanze dello “Spire”, in vicoli bui e poco frequentati. Vivono a spese dei servizi sociali e di quel welfare che li sostiene e mantiene. “Questo monumento contro l’Aids a noi irlandesi proprio non piacemi dice un vecchio signoresi vede che l’ha fatto un inglese…”. Lungo le rive di un fiumiciattolo, nel quartiere Portobello, c’è un locale, unico a Dublino, dove la birra puoi sorseggiarla all’aperto e in quelle poche giornate dove la pioggia non ti fa compagnia, li vedi tutti fuori con i bicchieri in mano: chi con la Guinness, chi con il sidro di mele. Rieccoli, i giovani italiani che parlano una lingua tutta loro, fatta di tecnicismi e nuovi termini. Un altro film, ancora: Tempi Moderni di Charlie Chaplin quando l’alienazione e la catena di montaggio entrano nel quotidiano. Le loro voci nella confusione della sera ti dicono che devono prelevare i soldi da un “Atm”, il nostro bancomat, che anch’esso poco sa di italiano; che devono “shiftare” le ferie o “swappare” un turno o ancora “toppapare” l’abbonamento metro. Quasi non li riconosci, poi pensi che poco importa che lingua essi stiano parlando: hanno avuto il coraggio di costruirsi il loro futuro lasciando casa, famiglia e amici. 
Rappresentano anche loro l’orgoglio di essere italiani. Io non so se ce la farei… Forse perché io “non mi sento italiano”

“Ma, per fortuna o purtroppo... Lo sono”. 

Mirko Polisano

sabato 4 agosto 2012

LA PACE DEGLI EBREI

Cosa dire della pace dal punto di vista ebraico? Qual è la pace che vogliamo? Il profeta Isaia aveva immaginato un giorno in cui il leone e l’agnello avrebbero vissuto insieme. Ma, da quello che ho ascoltato stasera, non mi sembra che quel momento sia ancora venuto. Anche se c’è stato uno zoo in cui un leone e un agnello vivevano nella stessa gabbia. Un visitatore, meravigliato, ha chiesto al direttore dello zoo: “ma come è possibile?” “semplice”, ha risposto il direttore, “basta mettere un agnello nuovo tutti i giorni!”. Ecco, non è questa la pace che intendiamo. Non vogliamo che gli agnelli continuino ad essere sacrificati, anche se in nome della pace. Ma, se torniamo alla Bibbia, c’è stato un tempo in cui il leone e l’agnello hanno vissuto insieme. È stato nell’arca di Noè. Perché? Non perché fosse un mondo perfetto, ma perché avevano capito che, altrimenti, sarebbero affogati entrambi. Ma nemmeno questa pace ci piace. È solo convivenza. E il concetto che “ci rimetterei anch’io” non è più sufficiente, quando trovi chi è disposto a uccidersi pur di uccidere gli altri. Ora, Dio ci ha dato molte culture, molti linguaggi, ma un solo mondo dove vivere insieme. Un mondo che diventa sempre più piccolo, ogni giorno. Come diceva Kant, la Pace non può essere semplicemente mancanza di guerra. Ma non può neanche essere qualcosa di imposto attraverso organismi internazionali. Anche qui, al massimo, significherebbe solo coesistenza obbligata. La pace vera è, invece, altra cosa, è tolleranza e soprattutto rispetto per gli altri. In ebraico, si usa dire Shalom per dire pace, in realtà, questa parola non vuol dire semplicemente pace, significa piuttosto “completezza”. Quando due si incontrano e si dicono shalom, intendono che si sentono completi, quindi in pace, perché si accettano l’uno l’altro. Anzi, hanno bisogno l’uno dell’altro. Un po’ come maschio e femmina. Nessuno dei due, da solo, può dirsi un essere completo. Allora, è l’altro, il diverso da noi, che ci completa. E, naturalmente, deve essere qualcosa di reciproco, altrimenti uno dei due farebbe la parte dell’agnello. Solo quando capiremo questo e rispetteremo l’”altro”, il diverso da noi, avremo la vera pace e potremo dirci completi.

Discorso pronunciato dal Prof. Angelo Dafano, in occasione della presentazione dell'Associazione "Caduti di Guerra in Tempo di Pace".




 


Il Prof. Angelo Dafano e il suo discorso sulla pace


 

Un momento del "Dialogo Interreligioso": nel Castello di Ostia Antica, dove più di mille anni fa, si era combattuta la Battaglia di Ostia si è parlato di Pace tra Musulmani, Ebrei, Ortodossi e Cattolici. Nella foto: Lofty e Youssef Al Moghazi (Comunità Islamica), Padre Giovanni Gisondi (Comunità Cattolica), Padre Gheorghe (Comunità Ortodossa), Rabbino Piperno (Comunità Ebraica).

sabato 21 luglio 2012

AFGHANISTAN-OSTIA, NOTTE DI STELLE "CADUTE"

STORIE DI UOMINI. La prima cosa che mi ha colpito dell’Afghanistan è stata la notte. Non per la paura, che in posti come quelli è una compagnia con cui fare i conti. Ma perché lì ti accorgi di quanto è immenso il cielo. Di quanto esso possa essere luminoso, vasto, infinito. Le stelle ti illuminano la strada, come se dall’alto qualcuno ti indicasse il sentiero da percorrere. E i tuoi passi sono solo tuoi, che infili l’uno dietro l’altro. Perché lì ne capisci il peso e l’importanza: è uno in più. In un paese in cui, ad oggi, gli unici passi che sono stati fatti, sono quelli indietro, sotto il profilo economico, sociale e politico. Quasi ci parli con quelle stelle. Io ne avevo una mia, una che sceglievo ogni sera, pensando fosse la stessa, e a essa confidavo le mie emozioni. Ed io lì ero solo di passaggio. Quella mia compagna raccoglieva sicuramente anche gli sfoghi e le paure di chi lì, per scelta e dovere, deve restare sei mesi, e più. Uomini e donne con il cognome scritto su una divisa pronti a rispondere: “comandi!”. Spesso, accusati di essere mercenari e di guadagnare tanto. Ma chi punta il dito, con la stessa facilità dimostra di non sapere. Di non sapere che dei soldi, in posti come questo, poco importa e che la scelta non è quella se andare in Afghanistan o in Iraq, ma di andare e basta, perché l’ha scelta è stata fatta tempo prima. Edoardo Luzzi è un militare, originario di Latina, arruolato nel battaglione San Marco, tra le punte d’eccellenza delle nostre forze armate: i nostri marines, in pratica. Lui che con i Marines Usa ci ha lavorato. “La scelta di andare la fai quando decidi di indossare la divisa”, mi disse un giorno. Era sincero, come lo è stato Andrea che dopo sei mesi di missione in Iraq è partito subito per l’Afghanistan: “i soldi non mi mancavano…perché ripartire? Perché partivano tutti gli altri…e io dovevo andare con loro”. Così come Vittorio che si sarebbe attaccato alle ruote dell’aereo quando doveva andare in Kosovo negli anni della guerra, proprio perché non lo stavano facendo partire. 51 di loro e come loro sono partiti. Destinazione Afghanistan: non sono tornati. 

UN’ALTRA MISSIONE. Bala Murghab, Shindand, Farah, Kabul. Su queste strade sono morti molti dei nostri militari. Saltati in aria da un esplosivo, caduti in un conflitto a fuoco, sparati in base da soldati afghani che tentavano di addestrare. Non c’è fine alla tragedia, a questa emorragia di vite umane. Nel luglio dello scorso anno, nel corso di un combattimento a non farcela è stato David Tobini, 28 anni. La mamma lo va ad accogliere all’aeroporto di Ciampino. Ma questa volta, il copione non è lo stesso. Annarita, questo il nome della donna, va a testa alta e con il basco del figlio in testa. Quel gesto che ti fa capire che non sempre le cose vanno subite, ma anche affrontate. Da quel giorno, Annarita lancia il suo messaggio all’Italia intera: che non può tutto finire così. L’ho incontrata in un pomeriggio di dicembre, sotto la statua del Bersagliere a Roma. Suo figlio era paracadutista e abbiamo iniziato a parlare. Forse è nata proprio lì l’idea che il dolore non può essere solo il suo…se il suo ragazzo se n’è andato nel nome di tutti. Ci siamo fatti tante domande, quel giorno: la patria, le istituzioni e ci siamo guardati intorno. Eravamo io e lei. Mi disse due cose che non potrò mai dimenticare: la prima, che il figlio non è un eroe. È un ragazzo come tanti altri, disposto a tanti sacrifici. La seconda, che l’ultima persona per cui può provare risentimento è proprio il talebano che ha ucciso suo figlio. È una trincea e in trincea, si gioca con la vita. Una mattina su facebook parte l’iniziativa. Il tam tam in internet ha fatto il resto e grazie alle tante persone di buona volontà è nata questa associazione. “Caduti di Guerra in Tempo di Pace” ha iniziato a raccogliere le sue adesioni. Prime fra tutti quelle dei parenti dei militari italiani caduti in Afghanistan. Per continuare quella missione che i loro cari hanno lasciato in sospeso. 

 I PERCHÉ. Inspiegabili in Afghanistan. Inspiegabili davanti alla morte. Inspiegabili quando è un figlio ad andarsene. Inspiegabili quando i termini “missione di pace” e “caduti” si incontrano; inspiegabili quando ti dicono che stai lì per combattere il terrorismo internazionale esploso dopo l’11 settembre, nel frattempo che Bin Laden è morto, per altro in Pakistan, e Al quaeda ha spostato le sue cellule operative tra Yemen, Quatar e Arabia Saudita. Allora ti chiedi tante cose. Come nasce l’idea di un’associazione? “Tante volte ce lo siamo chiesto – dice Annarita Lo Mastro, Presidente dell’Associazione Caduti di Guerra in Tempo di Pace - e la risposta più ovvia è sicuramente quella più dolorosa, vale a dire la tragedia che ha colpito le nostre famiglie. Un dolore improvviso che per forza di cose devi condividere con tante altre persone: i funerali di stato, la presenza delle istituzioni ma poi, forse perché così è anche la vita, gli stessi familiari vengono lasciati da soli con il proprio dolore. Proprio da qui nasce l'idea che ha lo scopo di non lasciare nessuno da solo, ma aiutare i familiari dei caduti in Afghanistan offrendo loro un aiuto e una serie di iniziative culturali e di attualità che hanno proprio lo scopo di non dimenticare”. Che tipo di iniziative avete in programma? “L'associazione si pone come organo di partecipazione e collaborazione nei confronti dei familiari e non come associazione di protesta nei confronti di qualcuno. Certo è che faremo valere quelli che sono i nostri diritti, che sono diritti di cittadini prima che di familiari...A questo, si affiancano le attività di promozione sociale e culturale. Tra queste, mostre fotografiche sui nostri militari in azione all'estero, concorsi di giornalismo aperti ai giovani, convegni e incontri sull'attualità, cercando di creare momenti di riflessione attraverso gli organi di informazione e le testate nazionali. Tutto nasce con la massima partecipazione e collaborazione dei familiari che prenderanno parte all'associazione, molti li abbiamo contattati altri li stiamo contattando. Voglio ringraziare tutti loro per l'impegno e il supporto e siamo pronti ad accogliere quelle che sono le idee di tutti. Chiunque vorrà far parte dell'associazione può contattarci via mail all'indirizzo: cadutidiguerraintempodipace@gmail.com. Perchè solo l'Afghanistan? “Questa è un'altra tematica a noi molto cara. E allo stesso tempo molto complessa. Il rispetto è ovviamente per tutti i caduti di guerra in tempo di pace...e solo chi vive questa situazione può capire. Da questo punto di vista siamo tutti uguali. L'Afghanistan, al momento, è il conflitto per cui l'Italia ha versato il suo più alto tributo di sangue, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ora partiamo con le famiglie dei 51 caduti, ma siamo pronti ad accogliere e aiutare tutti i familiari di caduti per altre le missioni”. Un'associazione per dire "mai più vittime in Afghanistan"? “L'associazione sta con i piedi per terra e non possiamo assolutamente vendere e false speranze o obiettivi troppo grandi per noi. I nostri pensieri sono sicuramente questi e di impedire questa continua emorragia di vite umane...ma siamo anche consapevoli che in questa partita il ruolo strategico e decisivo lo gioca la politica. Non vogliamo entrare, nè possiamo farlo, nelle dinamiche di politica internazionale. Noi saremo di supporto ai familiari, a chi resta...saremo vicino ai piani bassi e cercheremo di coinvolgere quelli alti... Ci hanno detto che per fare tutto questo, ci vuole una forte motivazione alla base... E se non la abbiamo noi...”

L’associazione è partita proprio da Ostia in una serata d’estate. Insieme ad Annarita, c’era sul palco un’altra mamma straordinaria: Rosa Papagna, madre di Francesco Positano. Anche lei donna piena di coraggio e determinazione. “In questa associazione ci credo- afferma dal palco – perché devo andare avanti, per me e soprattutto per mio figlio”. Anche Francesco è andato via giovanissimo. Un’associazione che unisce e abbatte le barriere, fossero anche quelle della burocrazia che classifica “vittime del terrorismo” da “vittime del dovere”, quelle della quantificazione del dolore dove si cerca di condividere e non di lasciare soli, mogli, fratelli, sorelle e padri. Il cosiddetto “punteggio Afghanistan” è quello che a quasi trent’anni ti dice se resti precario o continui, perché come in tutto il mondo del lavoro in Italia, anche qui il posto fisso te lo devi guadagnare. Solo che qui con la gavetta ti giochi la vita. 

NOTTE DI STELLE. A prendere parte al battesimo dell’associazione sono stati diversi esponenti del mondo dell’informazione e degli esteri. Paolo di Giannantonio è il mezzobusto del Tg1. Ha raccontato la guerriglia in Afghanistan che ha portato, nel 1992, al ferimento del suo operatore Enrico Cappozzo, che dopo quell’esperienza ha smesso con la telecamera e ora studia storia e filosofia a Viterbo. “Ogni tanto lo vado a trovare – ha detto commosso Di Giannantonio – e adesso ci chiediamo se ne sarà valsa la pena”. Duilio Giammaria, sempre del Tg1, ha parlato del suo amore per quel paese, mentre Fausto Biloslavo, de Il Giornale e Panorama, ha portato la sua testimonianza dei giorni del suo sequestro e della sua prigionia a Kabul. Il tutto davanti al mare di Ostia, che ha visto ebrei e musulmani parlare di convivenza e tolleranza, che ha visto due mamme salire sul palco e condividere un dolore. C’è una foto che ritrae Annarita e Rosa. Sembra infondere coraggio, un sorriso accennato e quasi a voler dire: “insieme possiamo farcela”. È questo lo scopo dell’associazione. Sotto il cielo di Ostia, in una notte d’estate è accaduto questo. Le stelle non sono quelle dell’Afghanistan. O forse, si. E da lassù altre stelle ci hanno visto e guardato. Per questa notte, sono state loro ad essere orgogliose delle proprie mamme. 

 Mirko Polisano Pubblicato sul Sito www.spiritolibero.net

http://spiritolibero.roma.it/2012/07/14/notte-di-stelle-cadute/


 

 Annarita Lo Mastro e Rosa Papagna, due mamme straordinarie.



 Mirko Polisano e Duilio Giammaria (Tg1)


 

 Con Paolo Di Giannantonio (Tg1)

sabato 30 giugno 2012

NOI GIOVANI E...L'EUROPA

“Tu, ragazzo dell’Europa…viaggi con quell’aria precaria…”

Erano i primi anni ‘80, quando Gianna Nannini mise in musica queste parole. Il muro di Berlino da lì a poco sarebbe caduto e ovest ed est non avrebbero più rappresentato le divisioni di una Germania contesa, ma anche la fine della Cortina di Ferro che separava il blocco comunista da quello occidentale. Insomma, stava per nascere un’altra Europa, quella che forse ha gettato le basi della “comunità” di oggi, e che ci vede simili non solo nel nome di una moneta, ma anche nella lotta quotidiana tra sofferenze e sacrifici. La crisi delle banche e dei governi e un’economia che rende ricchi i ricchi e poveri tutti gli altri. La sfida del lavoro è sempre più dura e l’alternativa è un baratro. Cassa integrazione, mobilità, pensioni ferme, ma anche contratti a tempo e provvigioni. Tutti termini che sono stati catapultati nelle nostre vite, nei nostri pensieri e nel nostro mondo. Una quotidianità che spaventa e che allo stesso tempo ti frena. Questo è ciò che offre il mio Paese. Una macchina a rate, un telefonino in comodato d’uso, un governo che tassa le case. Non so se sia giusto o meno. So che a quasi trent’anni sogni e speri altro. Così di questo Paese ti resta un po’ di passione, quando davanti alla tv vedi la tua Italia scendere in campo in questi Europei, che per novanta minuti ti distraggono. Ma anche qui hai le tue riserve, quando pensi a tutti quei soldi e agli sponsor, quando il tuo capitano non rappresenta un esempio di sport, quando le scommesse vincono sui risultati. No, ti accorgi che il limite è stato superato quando neanche un gol può far tollerare tutto questo. Prima bastava uno Schillaci e tutto passava. Adesso non lo accetti. Non ti resta che percorrere la strada dell’Europa, almeno quella ti sembra la migliore. 

Il primo è stato Fabio. Lui, a dire il vero, è sempre stato uno spirito libero. E’ andato a Cork in Irlanda a fare la sua esperienza, poi si è imbarcato su una nave e continua a girare il mondo, lasciando ogni volta famiglia e amici. Fabio non è uno qualunque. È uno forte. Era piccolo e parlava benissimo lo spagnolo, poi gli studi, il lavoro di barman e una laurea. Ci conosciamo da quando avevamo sette anni. Ogni tanto, tra un viaggio e l’altro ci vediamo ed è come se non ci fossimo allontanati nemmeno per un attimo. 

Anche Matteo è un grande amico. L’ho scritto pure nelle mie “Storie Lontane”. Quando ci siamo incontrati faceva il cameraman e la nostra trasferta più lontana poteva essere Ardea o Tor San Lorenzo. La passione per il cinema lo ha portato a Londra. Mi ha mandato il suo ultimo montaggio. La scritta in inglese ti fa capire che la via Litoranea l’ha superata eccome…e la strada percorsa è sicuramente quella giusta. Ogni tanto ripenso alla pizza del sabato sera e ai film al cinema, dove io crollavo senza arrivare alla prima mezz’ora. Il filmato l’ho visto ed è facile definirlo bello o particolare. Io non saprei commentarlo, so solo che dopo i primi quaranta secondi mi sono detto: “questo è un lavoro di Matteo”

Francesca è partita un anno fa. La sua è stata una scommessa. Ha sempre sognato di fare un’esperienza all’estero. È volata a Dublino. Ci ha creduto e oggi è realizzata nel suo lavoro e nella sua vita. Non è stato semplice neanche per lei, e dividersi tra l’Italia e l’Irlanda ha le sue difficoltà: ogni volta che riparte porta nella valigia qualcosa di noi… ogni volta, il rimprovero per non essere ancora andati a trovarla…poi, quell’abbraccio. Così forte che dice tutto. Domani, parte Antonio. Anche per lui inizia una nuova vita. Vorrei augurargli “buona fortuna”…ma so che non ce n’è bisogno. E’ bravo e poi…lassù c’è qualcuno che lo protegge e lo guiderà… 

Mirko Polisano

 

domenica 3 giugno 2012

MEDJUGORIE, LA COLLINA DELLA FEDE E DELLA SPERANZA

Ci sono momenti, nella vita, dove essere soli è davvero dura. Ci sono posti, nel mondo, dove non si è mai soli. Medjugorie è uno di questi. Piccolo villaggio della Bosnia Erzegovina, grazie ad alcune apparizioni della Madonna, è meta tutt’oggi di continui pellegrinaggi. Attraversiamo la frontiera con non pochi problemi di lasciapassare, prima di raggiungere il paese ci imbattiamo in strade sconnesse e campi minati. Sono i segni di una guerra che ha portato al crollo di uno stato, quello dell’ex Jugoslavia. L’architettura post-comunista fa da sfondo a questo nuovo viaggio e pochi minuti dopo, ci ritroviamo ai piedi di una collina impervia e piena di rocce. Il paesaggio è cambiato, come è cambiato il nostro pensiero. E la parola guerra ha lasciato il posto al suo contrario, più impegnativo sicuramente: pace. Crediamo anche di non essere in grado di riuscire a scalare quei sassi incastonati nella terra brulla. Sei quasi titubante, poi ti passa accanto Sandro. È seduto su una sedia a rotelle. Quattro ragazzi di buona volontà lo trasportano in alto. “Non c’è cosa più bella che rendere possibile l’impossibile”, mi dice Davide, uno di loro. Ti supera anche Eugenio con il suo bastone: ha lavorato più di un anno per questo viaggio e ora è sulla vetta, contento e soddisfatto. Come un eroe combattente che porta a termine la sua battaglia. Katia, invece, accompagna un gruppo di malati oncologici. Non li molla neanche un attimo. Anche lei, come molti che ho incontrato in queste giornate, non si risparmia agli altri. Ti trovi a tu per tu con la Madonna e le cose da dire sono tante. Puoi crederci o no, ma in quell’attimo pensi che parlarci sia davvero l’unica cosa da fare. Così inizio, e dopo un po’ già mi accorgo che quasi non devo chiedere nulla. O che quello che devo chiedere è nulla rispetto a chi ti sta accanto. Nonostante i volti sereni e di preghiera. Lo pensa anche Elisa che fa l’infermiera e ha scelto il reparto di oncologia perché “stare accanto a chi ha davvero bisogno di conforto oltre che di medicine, è davvero un arricchimento personale”. Così come afferma la sua collega Cristina, che con grande professionalità è vicino ai suoi pazienti. Non si tratta di coraggio, piuttosto di interpretare un ruolo e un mestiere come una vocazione e allo stesso tempo, una missione. Ma il coraggio non manca: lo vedi in una mamma che ti racconta di quando ha spiegato al suo bambino di avere un tumore, in una coppia di anziani che è talmente devota che viene ogni anno in questa terra. Ma questa è la prima volta insieme: il biglietto costa troppo e per chi vive di pensione è dura acquistarne due. Così ci si alterna. Una signora prega per sua sorella che non può sottoporsi alla terapia, un’altra ricorda un’altra sorella che non c’è più. Lo guardi quel cielo e in molti lo vedono il sole che fa il “miracolo”. Una bambina lo indica con il dito, una donna piange, un’altra resta sconvolta. Non riesci a darti delle risposte e non è necessario che tu ne dia: la fede è una dimensione troppo intima e particolare che ognuno vive a suo modo. Ritorni a casa e alzi di nuovo gli occhi. Il cielo ti sembra più azzurro vicino al mare. Neanche ti importa del rumore degli aerei, che hanno sparato fumo per tutto il pomeriggio. Lo vedi, quel cielo, e ora per te è solo carico di speranza. E questo ti dà la forza per andare avanti…
Mirko Polisano

mercoledì 16 maggio 2012

MAGHREB, IL LUOGO DEL TRAMONTO. MA ANCHE DELLA RINASCITA.

"Storie Lontane. Racconti di vita in Afghanistan" (edizioni Dpc) arriva a Tunisi. Presentato all'Ambasciata Italiana. 

Boulevard Bourgiba è la via più importante di Tunisi, pattugliata da gruppi speciali della Polizia durante la “Primavera Araba”. In quei giorni, i negozi furono chiusi al pubblico e fu imposto il coprifuoco nella grande capitale. Giriamo con Nabil per quelle stesse strade, che hanno visto scendere in piazza i giovani e chiedere un cambiamento, lo stesso, forse, che vorremmo noi da quest’altra parte del Mediterraneo. Un mare che ha un fascino tutto suo e che ha visto passare su di sé: i Cartaginesi, i Romani e oggi altre navi. Quelle da crociera che ti promettono itinerari turistici e di divertimento; quelle del commercio, dove scambi con i paesi vicini aumentano il traffico di import ed export; quelle della speranza, cariche di persone che ti chiedono aiuto. Come Alì, che è dovuto restare a terra nella sua Tunisi perché i documenti non sono in regola e la legge non può piegarsi a sogni e aspettative. Ma ritorniamo a Nabil. Con lui mangiamo un panino del centro di Tunisi, a poco più di un anno dalla caduta di un regime che negava libertà, sviluppo e progresso e da quella “Rivoluzione” del mondo arabo che ha poi portato a far soffiare un nuovo vento sulle suggestive piane del Maghreb. Ne è convinto anche Nabil, che mi dice per le vie del mercato cittadino: “con Ben Alì bisognava stare zitti, ora possiamo parlare”. Ed effettivamente, davanti ad una telecamera sono in pochi a tirarsi indietro. Siamo ospiti della radio nazionale tunisina per parlare dell’informazione e del giornalismo in Italia. E stavolta, sono io in difficoltà a parlare di libertà di stampa. Ma Salona è una giornalista di esperienza e di grande professionalità. È lei a togliermi dall’imbarazzo e farmi parlare delle mie “Cronache dal Mondo”, fino a che non arriva a chiedermi se io abbia mai avuto paura nel fare questo lavoro. Lo dice lei, che ha superato due regimi, è stata minacciata e ha rischiato la vita. Così ci capiamo al volo e nessuno dei due riesce a dare una spiegazione sul perché si faccia questo lavoro a qualunque costo. Salona, poi, mi parla del futuro: “non posso che essere ottimista. Il popolo tunisino è riuscito a ribellarsi, ed è stato il primo di tutto il mondo arabo”. Ma sul domani, un po’ di preoccupazione c’è: “da donna lo dico, temo il fondamentalismo al potere, che non possa farci fare nessun passo se non indietro”. Per la città, puoi ancora trovare blindati e carri armati. E la concertina che difende ministeri e ambasciate. In quella Italiana, incontriamo il direttore della Cooperazione Internazionale. Anche qui, i progetti sono tanti. I fondi, come sempre, pochi e il dialogo con il nuovo governo ha i suoi tempi. Basta uscire, e ti ritrovi in una manifestazione di operai agricoli che chiedono il pagamento degli stipendi, oppure in una moschea, unico giornalista occidentale, a riprendere un evento storico per l’Islam di Tunisi e non solo. È la vittoria dei salafiti che dopo cinquant’anni riportano l’insegnamento delle scuole coraniche nella moschea di Zitouna, la più importante del paese. Dall’altra parte, ci sono i giovani. Li trovi ovunque per le vie di questa terra, così piena di vita. I giovani che hanno permesso il cambiamento e di cui vanno fieri e orgogliosi. Jerbill si ferma a cantare un rap e in quelle parole, metà intonate e metà recitate, trovi tutto il suo nazionalismo per la sua Tunisia; Kalim, invece, viene dalle città del sud: “il sud è super, la Tunisia è super…”. Poi, c’è Pippo. Si fa chiamare così perché segue il calcio e Inzaghi è il suo mito. Studia da grafico pubblicitario e non ha dubbi: “Il futuro? Non potrà mai essere peggio del passato”. Sono queste le speranze di questa nuova Tunisia. Abbiamo visitato le città che hanno visto e da cui è partito il cambiamento, incontrato le stesse persone, forse. Le stesse che, oggi come ieri, ti dicono che tutto era indispensabile. Ti viene in mente Tomasi di Lampedusa, che nella sua citazione più famosa sostiene che “Se tutto deve rimanere com’è, è necessario che tutto cambi”. Said si avvicina e mi regala un fiore. E’ un gelsomino. “E’ il fiore della rivoluzione – sussurra – non possiamo farlo appassire così”. Ha ragione.
Mirko Polisano Ospite della Radio Nazionale Tunisina