lunedì 4 febbraio 2013

AFGHANISTAN, RIPRENDIAMOCI LA MEMORIA

“Quando la vita chiama, il cuore sia pronto a partire e ricominciare…per offrirsi sereno e valoroso ad altri”Apri un libro qualsiasi, una pagina qualsiasi in un giorno qualsiasi e questi versi di Hermann Hesse sembrano volerti dire: falla iniziare così questa storia. 

Una storia che hai difficoltà a raccontare perché ormai fa parte di te. Il cuore è quello di David Tobini, paracadutista dell’esercito italiano che si è offerto sereno e valoroso ad altri. Non importa chi questi altri siano...ha importanza il gesto, e chi ormai deve sapere, già sa. Ma c’è un altro cuore quello di mamma Annarita, che deve essere pronto a partire e ricominciare ogni volta che si incontra la burocrazia, il pressapochismo e l’indifferenza. Ti accorgi, ogni giorno che passa, che la guerra non è solo laggiù in Afghanistan, ma anche qui a Roma. Proprio in questi giorni l’amministrazione di Roma Capitale è corsa ai ripari per sanare una svista, clamorosa e indegna. La decisione della commissione toponomastica di non intitolare un parco alla memoria di David Tobini, caduto in Afghanistan nel 2011, figlio di Annarita e di questa Roma, non è andata giù non solo alla famiglia, ma, per fortuna, anche a tante persone che di girarsi dall’altra parte, anche stavolta, non se la sono sentita. Tra i primi ad alzare la voce, l’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, e tanti altri che David neanche lo conoscevano, ma che hanno deciso di non abbassare la testa. Così come le istituzioni, anche le stesse del comune di Roma, che hanno ribadito l’assurdità dei fatti, e allo stesso tempo ne hanno preso le distanze, precisando che la commissione, oltre ad essere costituita da personalità esterne all'amministrazione, ha solo una funzione consultiva. Ad Annarita tutto questo poco interessa, perché la sfiducia è tanta e trovarsi di fronte all’ennesimo no per un’opera che dai quasi per scontato e, che peraltro potrebbe anche non essere a carico della pubblica amministrazione, ti getta in un’ondata di sconforto. Ha parlato di vergogna, Annarita, che, credo, qualcuno abbia provato leggendo questa storia. Un atto dovuto in uno stato in cui il dovere non si sa più cosa sia. “L’Italia è un paese dalla memoria corta”, la frase riecheggia ogni tanto. Ma non possiamo più permettercelo, non possiamo più permettere tutto questo. Dobbiamo avere il rispetto di quella memoria che proprio perché è tale non può essere certo parente della dimenticanza. Né, possiamo permettere che ci si stringe accanto al dolore dell’Afghanistan il tempo giusto per concedere alle istituzioni la triste passerella e il giorno del lutto cittadino. Ancora peggio, quando altri accostano il dolore dell’Afghanistan a compensi e stipendi. Ricordiamoci sempre che i nostri parlamentari guadagnano molto di più a spese nostre e di certo non rischiano la vita. Lascio perdere la questione del terrorismo internazionale: Bin Laden non c’è più…eppure stiamo ancora lì.

Questa storia avrà tra poco il suo epilogo: la giunta capitolina ha capito l’errore e ha dato l’autorizzazione al parco David Tobini, che presto si farà.

Ci saremo tutti quel giorno, orgogliosi di aver fatto prevalere il nostro diritto di cittadini, di uomini e donne che hanno ancora la forza di credere nelle loro idee. Ci sarà Annarita, con il basco amaranto in mano e tutti noi accanto, con gli occhi un po’ lucidi ma con la certezza di aver fatto la cosa migliore.

Ci verrà a trovare anche Confucio, da lassù e ci farà tornare alla mente una delle sue frasi più belle: Vedere ciò che è giusto e non farlo...è mancanza di coraggio".   


Con Annarita, mamma del Caporal Maggiore  David  Tobini



Mirko Polisano

giovedì 31 gennaio 2013

OSWIECIM, LA TERRA DEI MARTIRI


Ci sarebbe voluto ancora molto però perché si potesse farne memoria, perché l’inimmaginabile prendesse forma agli occhi di tutti, perché la volontà di tutti di guardare avanti si piegasse al ricordo dei morti e del dolore. Pochi, tornati cominciarono a scrivere ciò che avevano visto. Sarebbero divenuti i testimoni, protagonisti di una tragedia vissuta in prima persona. Il primo tassello per ricostruire e raccontare questa storia che, oggi, pur a tanti anni di distanza, non vogliamo e non possiamo dimenticare perché ha segnato per sempre il novecento e le generazioni che sono venute dopo.  “Ad Auschwitz tante persone, ma solo un grande silenzio”, cantava Francesco Guccini. Anche i passi segnati dagli anfibi sulla neve bianca hanno una immagine tutta loro. Qui, nel campo di concentramento più grande del mondo, dove le orme dei militari tedeschi hanno segnato la peggiore strada nel cammino dell’umanità, si resta storditi dall’orrore. Devi patire il freddo di gennaio per capire la sofferenza di chi, con addosso solo un pigiama a strisce, ha trascorso qui il suo inferno. La neve è alta. Il cielo grigio. Pensiamo che, forse, esistano luoghi, dove la primavera non arriva mai: la coltre di dolore è troppo fitta, affinchè i raggi del sole possano scalfirla. La storia studiata sui banchi di scuola ti appare davanti in tutta la sua drammaticità. Le deportazioni di ebrei, contestatori politici, intellettuali, zingari e omosessuali sono la pagina più brutta di quei libri. Auschwitz è un ex caserma, i blocchi sono in cemento e al loro interno trovarono la morte circa 70 mila persone. Un posto squassante di emozioni. Gli oggetti sono triste ricordo dei fatti, ma anche delle persone. Gli occhiali, così tanti, così uguali…quasi a indicare un tempo e un modo di essere. Le protesi delle persone disabili: gambe, stampelle, busti…oggi svelano il risvolto più amaro. Nessuno di loro ce l’ha potuta fare. Selezionati subito e inviati nelle camere a gas. Dove dalle docce usciva lo Zyklon B, disinfettante usato per uccidere…

Le valigie, anch’esse tante. Fatte di corsa, davanti ai militari delle SS. Nella parte frontale, il nome scritto a caratteri grandi…per non perderle…perché dentro c’è quello che serve. Così sono stati caricati sui carri bestiame il signor Pasternack, Petr Eisler e Klara e Sara, magari sorelle, magari madre e figlia. Dieci minuti per prendere tutto. Poche cose, ma indispensabili. Le donne: pentole e termos per preparare un pasto caldo per i figli; gli uomini spazzole e pennelli per la barba. Ti raccontano che le mamme chiedevano di andare nelle cucine per preparare da mangiare ai bambini che avevano fame… 


Da una parte non vorremmo raccontare tutto questo, troppo crudele per descriverlo. Come se entrassimo troppo nell’intimo, nel personale di un uomo, di un individuo. Ma abbiamo il dovere di farlo, perché non possiamo raccontare tutto questo, senza far capire e vedere tutto questo. Tanto altro, per rispetto, non possiamo mostrarvi. Capelli, vestiti…poi, le scarpe a migliaia…comprate chissà per quale occasione e finite per essere indossate nell’ultimo giorno di libertà.

Essere nel Giorno della Memoria a Auschwitz è quasi un privilegio che questo lavoro ti concede. Riesci a comprendere l’inspiegabile, l’inaccettabile, e l’assurdo. In tutto il mondo, si celebra questa giornata, ma qui ad Auschwitz ha tutto un sapore diverso. Una composta deposizione di fiori è molto di più di ciò che in realtà è. È la semplicità del dolore. Siamo nella piazza centrale, tra ex combattenti, militari e il sindaco che è deciso e categorico: “Questa città ha una sua identità – mi dice il primo cittadino polacco- per tutti è Auschwitz, con il nome tedesco ma siamo in Polonia e il suo nome è Oswiecim. Abbiamo una nostra comunità, ma dobbiamo sottostare al passo della storia, che non possiamo dimenticare”.

Oswiecim è una città tradita dal suo passato, l’occupazione tedesca l’ha trasformata in Auschwitz e la resa celebre nel peggiore dei modi agli occhi dell’intero pianeta. Il “campo madre” è ancora un brulicare di turisti, che si fermano a Oswiecim, ma che da qui scappano, con le lacrime agli occhi. A Oswiecim i turisti non dormono, magari preferiscono la vicina Cracovia bella e innevata anch’essa, che sembra uscita da una favola medioevale e come in tutte le favole ci sono i buoni e i cattivi…e Oswiecim al solo suono fa paura…

Auschwitz, Il Cortile della Morte


Mirko Polisano
  




venerdì 21 dicembre 2012

NOI NO! IL GIORNALISMO CHE PARTE DAL BASSO...


Potrà sembrare banale, ma “Grazie!” è la prima parola che mi viene in mente. Grazie, a tutti coloro che ieri hanno sostenuto la nostra mobilitazione… è stata una grande emozione vedere nella <<home>>  delle notizie di facebook così tanti “NOI, NO!”.

E’ stato un guardarsi allo specchio e vedersi riflettere stessi principi, ma anche lo stesso entusiasmo. Notizie, dicevamo. Quelle che vogliamo raccontarvi, convinti che abbiamo tante belle storie da poter diffondere e a cui dare spazio, convinti – e oggi sempre di più - che il giornalismo è anche la “buona notizia”. Ed è questo l’augurio che ci facciamo per questo 2013…che Baghdad sia vista come la vedono Nicola e Walter: un “luogo di pace”, così come era chiamata anticamente. Loro che, partendo da Ostia, porteranno nella città delle “Mille e una Notte” una maratona, perché lo sport sia ancora messaggio di giustizia e solidarietà; così come è partito Luigi, una “mattina di un lunedì qualunque” anche lui da Ostia. Ora, è in Pakistan ma è stato in Siria, Niger, Sudan e Sierra Leone…con il solo obiettivo di far capire agli altri l’importanza di esserci. E i suoi ricordi sono sicuramente quelli che ti colpiscono di più: quel bambino a cui devi dare da mangiare e che a due anni e mezzo ha un cucchiaio in mano, che quasi è più grande di lui…

Poi, c’è Carla, una donna esile ma forte. E la sua energia ti cattura anche se lei è laggiù in Tanzania.“Carla Vegliante ha fatto dello straordinario il suo ordinario. Il suo quotidiano”, e anche in una frase così semplice cogli il senso di ciò che è per noi questo lavoro. Carla sta per ripartire andrà da Abet, da Muti, dal “Ticer”, come lo chiama lei, e parlerà loro un po’ shawili, un po’ inglese e molto romanaccio…ma lei è straordinaria anche per questo! Anche Giulia è partita da Ostia per indossare una divisa e trovarsi ad insegnare in un orfanotrofio femminile nel Libano del Sud. Al confine con Israele, dove tutto è un’incertezza, lei ha la sicurezza delle sue ragazze, che continua a sentire anche a distanza. “E’ stato un insegnarci a vicenda: io spiegavo la nostra lingua, loro mi hanno arricchito con le loro esperienze di vita”. Giulia a queste bambine non ha insegnato solo l’italiano. Anche a sorridere…

Arrivano anche Maria Rosaria, Arianna e Simone loro si occupano di diritti umani con Amnesty International, con Simone eravamo in classe insieme al liceo. Adesso, è arrivato il momento di schierarsi a favore di un uomo detenuto in isolamento in Gambia senza un’accusa. Sentendo loro, capisci che anche la tua di firma è importante. Per questo 2013, ci auguriamo anche più attenzione. “Non accade che agli altri” è stato un incontro di condivisione  e confronto…e davvero pensi che “finchè capita agli altri…va tutto bene”. No, non va bene per niente…perché per chi non accade…ha il dovere di non restare indifferente.

Ci siamo anche noi…davanti ad una pizza, abbiamo parlato di questa idea. Nata dalle parole di Desmond Tutu, tra i libri di una monaca buddista che si batte per i diritti delle donne in Nepal, e di Rabih Alameddine, scrittore che ha vissuto tra il Kuwait, l’Europa e l’America…e i suoi racconti ti riportano a quelli di Gibran  e di Khaled Hosseini. Non ci siamo dimenticati degli aquiloni afghani che, almeno ad Ostia, sono ritornati grazie a Sant’Egidio e alla comunità afghana.

Ci auguriamo tutto questo…per il 2013:  di rimanere incantati in almeno una notte delle Mille…e che possa esserci il tempo di incontrare almeno uno di quei “Mille splendidi soli”.  

www.spiritolibero.net

Mirko Polisano


venerdì 30 novembre 2012

BELFAST, LA GUERRA DIMENTICATA

“La Guerra Dimenticata” è il tema di questo ultimo viaggio che ci porterà in Irlanda del Nord, per raccontare Belfast e i suoi muri. Un salto indietro nel tempo, dai disordini di una guerra a bassa intensità alle battaglie di oggi, che nonostante gli accordi di pace del 1998, sono ancora presenti nelle menti delle due comunità, quella cattolica e quella protestante, che continuano a restare divise. Come accade a Bombay Street, dove gli scontri del 1969 rivivono attraverso un memoriale. Te lo dice anche Joe, che oggi guida il taxi e organizza i “Political Tours”, amarcord del conflitto. È lui che ti spiega che i protestanti vanno in una piscina comunale, i cattolici in un’altra. “Inconcepibile in una qualsiasi altra parte d’Europa, ma da noi è così”, sostiene Joe. Le divisioni sono nelle piccole cose del quotidiano: è sempre stata una difesa dell’uomo, quella di innalzare barricate, di segnare il confine, di recintarsi il suo spazio. Si chiamano “peace-line”, le linee della pace e ce ne sono 88 in Irlanda del Nord. “Impossibile abbatterle – ti dice la gente – con queste barriere ci sentiamo protetti”. I muri è come se li sentissi parlare. E lo fanno attraverso dei disegni che ti mostrano che la pace di Belfast non è solo per Belfast. I pensieri scritti sul calcestruzzo fanno da eco ad altre battaglie: quella della Palestina, per esempio e il muro sembra un po’ quello di Ramallah, quella di Cuba e del suo embargo, quella delle donne. Racconteremo quello che è stata l’Ira, l’esercito repubblicano irlandese: volontari che hanno combattuto per ribellarsi alla dominazione inglese. Anche Gheddafi, li ha aiutati fornendo loro le armi per contrastare la potenza occidentale di Sua Maestà la regina. Incontriamo uno dei leader dell’Ira, il primo a presentarsi in pubblico senza il viso coperto da un passamontagna. Ha trascorso 22 anni in prigione e oggi è uno degli attivisti, che comunque crede nella pace. È stato compagno di cella di Bobby Sands, altro eroe per i cattolici irlandesi e ha preso parte alla “protesta delle coperte”, quando i detenuti si rifiutavano di indossare la divisa da prigionieri politici in forma di ribellione per come venivano trattati. La sua è una testimonianza toccante. “Cronache dal Mondo” vi mostrerà anche le prigioni: i Blocchi H, come venivano chiamati. Sul conflitto nord-irlandese, anche Bono si è espresso. All’epoca dei fatti tragici di Derry, quando i militari inglesi fecero fuoco sulla folla, uccidendo decine di civili che manifestavano per i diritti umani, aveva dodici anni. A ventidue, scrive “Sunday Bloody Sunday” con gli U2. Il ritornello ti dice tutto: “Per quanto tempo ancora dovremmo cantare questa canzone?”.


Mirko Polisano


 

lunedì 29 ottobre 2012

L'AQUILA, LA CITTA' FERITA

“Ho udito i miei passi risuonare sul selciato e ho percepito che potevo ancora abitare la mia città”

 Sono le parole di Gerald Kalman, appena rientrato nella Berlino distrutta dalla guerra. I passi hanno un rumore tutto loro, che ti resta dentro e quasi un cammino dentro te stesso. Lo abbiamo ascoltato quel rumore. Nel centro de L’Aquila, che a tre anni e mezzo dal terremoto resta ancora una città ferita. Le immagini di Obama a naso in su tra le macerie restano un ricordo da cineteca. La realtà è diversa, è dura e fa male. Come se tutto si fosse fermato a quel sei aprile del 2009, il giorno in cui la terra ha tremato. Anche il corso principale de L’Aquila è stato ribattezzato con una targa che ricorda quella tragedia, quasi come accade a Tunisi con la piazza centrale dedicata al giorno delle rivolte arabe. Giù in fondo, la Casa dello Studente. E ti assale un vuoto immenso. Non solo nel paesaggio circostante, ma anche dentro te stesso. Anche il quartiere universitario era popolato di giovani. E sotto il porticato, dove ogni gruppo aveva una sua colonna, in pochi si affacciano. L’Aquila by night si è spostata più in là. Ora questa zona è transennata, chiusa e off limits. Ovunque posi lo sguardo, trovi ponteggi e lucchetti. Impalcature per la messa in sicurezza degli stabili, affinché non crollino e barriere che interdicono passaggi e percorsi. Accediamo alla Zona Rossa, grazie ai militari del 33esimo Reggimento Terrestre Aqui. A bordo di un Vm, esploriamo la città silente. Sullo sfondo antichi palazzi feriti, finestre senza luci, porte serrate e detriti. Ci spostiamo da una parte all’altra, una piccola città ti sembra addirittura immensa. Anche le chiese presentano ancora i segni della natura inclemente. Nella chiesa delle Anime Sante si può entrare, ma resta transennata; nella Basilica di Santa Maria in Collemaggio, Celestino V è ancora lì con la leggenda che lo accompagna, compresa quella di Dante e del “Gran Rifiuto”. 

Qui è come il Giappone: crolla la pietra, resiste il legno. È la dura lezione della storia: il tetto della navata integro, la cupola cede. Su questo principio, si è mosso anche Renzo Piano che poche settimane fa ha inaugurato il suo Auditorium, contestato e applaudito allo stesso tempo. Un segnale di ripartenza, che si arresta di fronte ad un’altra chiesa: quella di San Bernardino. La facciata è totalmente puntellata, impossibile accedervi. Per gli amici è Leò ed è stato il primo bar ad aprire a L’Aquila. Le immagini del suo orologio fermo all’ora del terremoto hanno fatto il giro del mondo. La sua storia ti prende…come la sua voglia di fare. Dello stesso spirito e con lo stesso coraggio è Marzia Buzzanica. Per tutti è Vinalia, il nome del suo vecchio ristorante distrutto dal terremoto. Ne ha aperto un altro: “Percorsi di Gusto” in pieno centro storico, al limite della zona rossa. Anche la sua è una storia particolare: viene da Tripoli e le macerie che ha a due passi sembrano davvero quella della Libia post guerra. Nel suo locale offre specialità gourmet, L’Aquila riparte dalla sua pizza ha scritto un noto settimanale. E’ vero. Una scritta ci colpisce. È sul muro di questo ristorante così chic che davvero ti fa dimenticare cosa accade fuori. Recita così: “Non so che succederà…ma noi ce la faremo”. È il vero carattere degli aquilani. Anche quello di Maurizio De Luca, che gestisce il chiosco “La Fenice”, a due passi dal forte spagnolo. Ha 42 anni e da 20 è nel commercio. Ha deciso di aprire in un punto dove il terremoto non lo vedi, non sembra ci sia mai stato. Il panorama è quello de Castello da una parte, del Gran Sasso, dall’altra. Il terremoto però ha disunito invece di unire, sostiene Maurizio. Gli stessi aquilani, la stessa politica. Massimo Cialente è da pochi mesi stato rieletto nuovamente sindaco del capoluogo abruzzese. Lo incontriamo nel suo studio, all’interno della vecchia casa comunale. La domanda è d’obbligo: a che punto siamo? “Abbiamo perso due anni”, altrettanto secca la sua risposta. A L’Aquila, ci sono ancora persone che attendono di rientrare nelle proprie abitazioni. Dei 67 mila sfollati nel 2009, solo 34 mila hanno fatto ritorno a casa. Gli altri sono alloggiati, per la maggior parte, nelle New Town volute fortemente da Silvio Berlusconi. Si tratta di complessi residenziali dove sono stati sistemati i nuclei familiari, fatti evacuare a causa del terremoto. Contestate da molti, urbanisti e architetti per lo più, di destra e di sinistra, che si sono schierati contro la logica delle New Town: non funziona spostare persone in luoghi avulsi dalla loro vita e dalla vita di altri. Entriamo in queste New Town. Visitiamo quella di Bazzano. Qui ci accoglie la signora Isabella con un’ospitalità tipica abruzzese. Ci offre del caffè e ci parla di lei: ha otto figli, di cui tre maschi. 87 anni portati con entusiasmo e voglia di vivere. Spera di rientrare nella sua vecchia abitazione nel rione San Francesco. “Peccato il supermercato – mi dice – che si può raggiungere solo in macchina. A Bazzano sto bene, ma voglio tornare a casa mia”. Così è anche Gilda, di anni ne ha 80, il suo quartiere è La Torretta e dopo alcuni mesi a Giulianova, al mare le hanno assegnato un alloggio qui. E’ un centro storico, silenzioso e fantasma, quello che lasciamo. Bonificato dai topi, perché con l’assenza di acqua dalle fogne i ratti hanno invaso la città; riempito dal suono dei propri passi e da scuole e case distrutte. Come questa in via Rocca di Corno. Una camera da letto, le tende alla finestra e un citofono che non suona più… Sembra di sentire invece il tintinnio delle chiavi appese alle transenne, l’ultima protesta messa in scena dagli aquilani. Le donne hanno anche decorato parti della città con teli lavorati a mano da loro. Ci credono in questa città, ma sul futuro troppe incertezze e qualche speranza. 

L’Aquila potrebbe essere il simbolo di questa Italia, ferita ma con tanta voglia di fare. Come la bandiera afflosciata sul Forte Spagnolo: ora assopita, ma pronta a sventolare. A piazza Duomo è ripresa la vita. Sotto i portici, invece, c’è una bacheca dove tutti si fermano a lasciare un pensiero. Anche noi, lasciamo il nostro. 

L’Aquila, una storia che non vorremmo mai raccontare. 

Mirko Polisano

lunedì 24 settembre 2012

IRLANDA, LIVING ABROAD

Non sbagliava Antonello quando, in una sera di questa calda estate, mi disse che mai più avrei visto un posto senza gli occhi del “viaggiatore”. 

Così anche un luogo di vacanza ha la sua storia da raccontare. Quella che non ti aspetti. L’aereo sorvola le scogliere e il freddo mare del Nord. Dublino ti accoglie con tutte quelle prerogative di una capitale europea, degna di tale nome: efficienza nei trasporti, nei servizi e punti di informazione per i turisti attivi. Il verde è ovunque e contrasta con il grigio del cielo. Il cielo d’Irlanda è basso e grigio: lo dice anche una canzone, che è “un tappeto che corre veloce”. Sembra che le nuvole ti sfiorino la testa…e qualcuno quel cielo l’ha toccato davvero con un dito. Sono gli italiani, i nostri connazionali, che qui hanno dato vita ad una nutrita comunità. Una vera e propria “Little Italy”, che ti riporta con il pensiero a quella americana, e non solo con il pensiero. Siamo tornati ad essere un popolo di migranti. Era un tempo remoto, quel tempo fatto di valigie di cartone e teste piene di sogni e speranza. E, invece, eccolo di nuovo questo tempo. Ho incontrato tanti giovani, con quelle stesse teste piene di sogni e speranza…che il nostro di Paese ha mandato via, forse perché il nostro non è un paese per chi ha progetti e prospettive. Li ho trovato psicologi e professori, stanchi della nostra casta universitaria e stufi della corsa annuale al Provveditorato, tra supplenze e cattedre che non arrivano. Lavorano quasi tutti in un quartiere chiamato “Stillorgan”, un business center che sembra uscito da un film di Paolo Villaggio, dove non manca chi organizza eventi di beneficenza e incontri aziendali. Così simile, allo stesso tempo, ad un altro film, di un altro Paolo, Virzì. Come in “Tutta la vita davanti…”, ci sono classifiche di vendita e dipendenti che fanno a gara per avere gli incentivi a fine mese. Per noi italiani, si sa, la tavola è sempre da onorare e anche una semplice pausa pranzo si trasforma in un momento di incontro e convivialità. Come a scuola o all’università, dove si esce tutti insieme e magari ti fermi a mangiare degli arrosti in un mercatino che, a cadenza settimanale, quasi trasforma Dublino in Marrakesh, per odori e fumi, tipici della piazza di Jami-el Fna. Anche la sera si sta in compagnia, a tifare Italia davanti alla tv, che è arrivata in finale agli Europei, battendo anche l’Irlanda. Oppure, a bere una birra. Una, si fa per dire. Perché qui la birra è una cultura. Non è una novità, questa, ma resti comunque meravigliato nel sorseggiare una pinta in posti impensabili. In un pullmann adibito a pub, in un ex mercato coperto, in una banca o addirittura in una chiesa, sconsacrata e trasformata in un’autentica birreria. Si chiama “The Church”, appunto e nel nome di Arthur Guinness anche un popolo cattolico e credente come quello irlandese strizza l’occhio al profano. È un po’ contraddittorio questo paese, tanto nazionalista da sfidare Sua Maestà d’Inghilterra e Belfast resta ancora una ferita aperta; tanto attaccato al Vaticano, da rinnegare l’aborto, quanto difensore estremo delle coppie di fatto; c’è un welfare solidale che funziona e che prevede che il lavoro non lo decide il sesso o l’età, bensì il curriculum e non è necessario, per questo, inserire la tua foto. Parlano le tue esperienze.

Ma c’è anche un “Ago” lungo la via centrale, che è ritrovo di tossicodipendenti e “knackers”. Sono altri giovani, questi, irlandesi, che indossano tute bucate dell’Adidas e si ritrovano nelle vicinanze dello “Spire”, in vicoli bui e poco frequentati. Vivono a spese dei servizi sociali e di quel welfare che li sostiene e mantiene. “Questo monumento contro l’Aids a noi irlandesi proprio non piacemi dice un vecchio signoresi vede che l’ha fatto un inglese…”. Lungo le rive di un fiumiciattolo, nel quartiere Portobello, c’è un locale, unico a Dublino, dove la birra puoi sorseggiarla all’aperto e in quelle poche giornate dove la pioggia non ti fa compagnia, li vedi tutti fuori con i bicchieri in mano: chi con la Guinness, chi con il sidro di mele. Rieccoli, i giovani italiani che parlano una lingua tutta loro, fatta di tecnicismi e nuovi termini. Un altro film, ancora: Tempi Moderni di Charlie Chaplin quando l’alienazione e la catena di montaggio entrano nel quotidiano. Le loro voci nella confusione della sera ti dicono che devono prelevare i soldi da un “Atm”, il nostro bancomat, che anch’esso poco sa di italiano; che devono “shiftare” le ferie o “swappare” un turno o ancora “toppapare” l’abbonamento metro. Quasi non li riconosci, poi pensi che poco importa che lingua essi stiano parlando: hanno avuto il coraggio di costruirsi il loro futuro lasciando casa, famiglia e amici. 
Rappresentano anche loro l’orgoglio di essere italiani. Io non so se ce la farei… Forse perché io “non mi sento italiano”

“Ma, per fortuna o purtroppo... Lo sono”. 

Mirko Polisano

sabato 4 agosto 2012

LA PACE DEGLI EBREI

Cosa dire della pace dal punto di vista ebraico? Qual è la pace che vogliamo? Il profeta Isaia aveva immaginato un giorno in cui il leone e l’agnello avrebbero vissuto insieme. Ma, da quello che ho ascoltato stasera, non mi sembra che quel momento sia ancora venuto. Anche se c’è stato uno zoo in cui un leone e un agnello vivevano nella stessa gabbia. Un visitatore, meravigliato, ha chiesto al direttore dello zoo: “ma come è possibile?” “semplice”, ha risposto il direttore, “basta mettere un agnello nuovo tutti i giorni!”. Ecco, non è questa la pace che intendiamo. Non vogliamo che gli agnelli continuino ad essere sacrificati, anche se in nome della pace. Ma, se torniamo alla Bibbia, c’è stato un tempo in cui il leone e l’agnello hanno vissuto insieme. È stato nell’arca di Noè. Perché? Non perché fosse un mondo perfetto, ma perché avevano capito che, altrimenti, sarebbero affogati entrambi. Ma nemmeno questa pace ci piace. È solo convivenza. E il concetto che “ci rimetterei anch’io” non è più sufficiente, quando trovi chi è disposto a uccidersi pur di uccidere gli altri. Ora, Dio ci ha dato molte culture, molti linguaggi, ma un solo mondo dove vivere insieme. Un mondo che diventa sempre più piccolo, ogni giorno. Come diceva Kant, la Pace non può essere semplicemente mancanza di guerra. Ma non può neanche essere qualcosa di imposto attraverso organismi internazionali. Anche qui, al massimo, significherebbe solo coesistenza obbligata. La pace vera è, invece, altra cosa, è tolleranza e soprattutto rispetto per gli altri. In ebraico, si usa dire Shalom per dire pace, in realtà, questa parola non vuol dire semplicemente pace, significa piuttosto “completezza”. Quando due si incontrano e si dicono shalom, intendono che si sentono completi, quindi in pace, perché si accettano l’uno l’altro. Anzi, hanno bisogno l’uno dell’altro. Un po’ come maschio e femmina. Nessuno dei due, da solo, può dirsi un essere completo. Allora, è l’altro, il diverso da noi, che ci completa. E, naturalmente, deve essere qualcosa di reciproco, altrimenti uno dei due farebbe la parte dell’agnello. Solo quando capiremo questo e rispetteremo l’”altro”, il diverso da noi, avremo la vera pace e potremo dirci completi.

Discorso pronunciato dal Prof. Angelo Dafano, in occasione della presentazione dell'Associazione "Caduti di Guerra in Tempo di Pace".




 


Il Prof. Angelo Dafano e il suo discorso sulla pace


 

Un momento del "Dialogo Interreligioso": nel Castello di Ostia Antica, dove più di mille anni fa, si era combattuta la Battaglia di Ostia si è parlato di Pace tra Musulmani, Ebrei, Ortodossi e Cattolici. Nella foto: Lofty e Youssef Al Moghazi (Comunità Islamica), Padre Giovanni Gisondi (Comunità Cattolica), Padre Gheorghe (Comunità Ortodossa), Rabbino Piperno (Comunità Ebraica).