mercoledì 31 luglio 2013

ISLAM E EBRAISMO, QUANDO LA PACE E' POSSIBILE...

"Sa come rinascere dalle ceneri, il mio Paese. Forse avete dimenticato che lui è il creatore della fenice?”

Mushil Al Ramni  è un intellettuale iracheno. Si è schierato senza mezzi termini contro l’inferno della guerra. Argomento più che mai di attualità, oggi, con la Siria ancora in crisi. I percorsi di pacificazione sono sempre lunghi e tortuosi. Specialmente nel vicino oriente, dove ci sono tanti ostacoli e, soprattutto, muri che, nel nome di una "Terra Santa", separano musulmani da ebrei, ma si possono scorgere anche alcuni segnali incoraggianti. Ne parliamo con l’Imam della comunità musulmana di Roma. Arriviamo alla Grande Moschea della Capitale, la più grande di tutta Europa, opera dell’architetto Paolo Portoghesi, che sorge tra i Parioli e l’Acqua Cetosa. Il centro, voluto fortemente, dall’allora governo Andreotti in accordo con l’Arabia Saudita, è luogo di preghiera, ma anche di incontro e di studio. Punto di unione di culture e di mondi lontani, ma in realtà solo apparentemente. L’entrata centrale richiama il disegno di piazza del Campidoglio a Roma, eccolo un primo segnale di integrazione e convivenza tra popoli e paesi. Ahmed El Sakka è l' Imam della Moschea di Roma. Parla anche di rispetto e convivenza l’Imam e di rapporto con il popolo italiano. "La libertà di religione è fondamentale - dice - e i tanti centri islamici aperti in tutta Italia ne sono la testimonianza di un paese accogliente e aperto al dialogo"Sullo stesso principio di rispetto inter-religioso punta la comunità ebraica di Roma. Anche la Sinagoga che sorge all’Isola Tiberina è tra i Tempi Maggiori più grandi d’Europa, visibile da ogni punto panoramico della città. 

La storia della Sinagoga è fatta di due visite che segnano il passo con i tempi: quella di Giovanni Paolo II nel 1986 e quella del suo successore Benedetto XVI nel gennaio di tre anni fa. Ma è fatta anche di un attentato dell’ottobre del 1982 in cui, per mano di un commando palestinese, morì un bambino di due anni e rimasero ferite 37 persone. Per gli ebrei romani il Tempio rappresenta, oltre che un luogo di preghiera, un fondamentale punto di riferimento culturale ed ospita il Museo Ebraico di Roma. Incontriamo Claudio Procaccia, il direttore dei Beni Culturali del Museo e con lui parliamo di storia e di pace. Shalom, in ebraico."Gerusalemme - afferma Procaccia - ha la stessa radice di Shalom, pace, appunto. Questo significa che per l'ebraismo, l'elemento di pacificazione tra i popoli è un elemento chiave. Come è chiave l'elemento della solidarietà". 

Dio ci ha dato molte culture, molti linguaggi, ma un solo mondo dove vivere insieme. Un mondo che diventa sempre più piccolo, ogni giorno. La pace non può neanche essere qualcosa di imposto attraverso organismi internazionali. Anche qui, al massimo, significherebbe solo coesistenza obbligata. La pace vera è, invece, altra cosa, è tolleranza, è soprattutto RISPETTO. 

Come diceva Kant, la Pace non può essere semplicemente mancanza di guerra.

Mirko Polisano

giovedì 27 giugno 2013

CRONACHE DAL MONDO, TERMINA LA SECONDA EDIZIONE...MA LA MISSIONE CONTINUA

Siamo arrivati alla conclusione di queste “Storie” che ci hanno accompagnato per un anno intero. Siamo arrivati al capolinea di questo viaggio, che ci ha fatto girare tanto, incontrare persone, stringere una mano, accennare a un sorriso con quello spirito da "uomini buoni", che fa parte di noi. Cercando di comprendere, così gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi e le loro tragedie. E di diventare subito, fin dal primo momento, parte del loro destino…

Siamo partiti dalla calda e sterminata Tunisia, a pochi mesi dalla Primavera Araba che un vento di cambiamento avrebbe dovuto portare. Il Magreb, i suoi tramonti, i colori del mercato e quel mare navigato da Romani, Saraceni e Cartaginesi…i giovani e la loro voglia di cambiamento…

I Balcani e le terre divise. Ortodossi e musulmani che parlano di rispetto e una scuola cattolica, dove suor Amanda insegna tutte le materie…tranne una: religione…

In Bosnia, dove la speranza e la fede non ti lasciano. Esistono davvero posti nel mondo dove soli non si è mai. Medjugorie è uno di questi. Un luogo di pace. Una collina impervia, fatta di spiritualità, emozioni e amore. Come quello di Francesco e Maria, la prima volta insieme a pregare…di solito si alternavano di anno in anno… colpa della crisi…Davide sottratto alla droga e oggi al servizio di una comunità religiosa. E poi c’è Eugenio… che adesso ci guarda da lassù…

Siamo andati tra le rovine de L’Aquila e quel che resta di una città abbattuta dal terremoto. Poi la gente, che ha pagato "con i propri debiti e non con i propri soldi": Marzia, Maurizio e Leò, primo e unico bar aperto dopo il sisma. Ivana, 87 anni e 8 figli. Vive in una New Town, una di quelle volute da Berlusconi, ma vuole tornare a casa sua. E poi, quel biglietto, che forse è ancora lì. Forse, no. 

Siamo volati al Belfast per raccontare la guerra dimenticata. A tu per tu con un ex combattente dell’Ira, 57 anni di cui 22 in carcere e siamo stati in mezzo alla strada a giocare a pallone con i figli di questa pace imperfetta. Arriva Bono e gli U2: “Per quanto tempo ancora dovremmo cantare questa canzone?”.

La storia che ti passa davanti: con Benedetto XVI che va via e la nostalgia inenarrabile di Piazza San Pietro. La stessa piazza che diventa un tripudio di colori e suoni nel giorno del primo angelus di Papa Francesco

La neve di Birkenau, nel giorno della Memoria. 68 anni dopo… e l’incontro con quegli occhi che non potrò mai dimenticare. Me lo disse sotto la neve, con il freddo…un biglietto scritto in cirillico che ancora conservo. E’ il suo appello: bisogna continuare a raccontare.

Eccolo, il messaggio o il destino che ritorna. Cambiare direttamente le cose, no; influire sulle coscienze degli uomini, quello si.

Al di là di ogni luogo, è questa la missione che deve continuare…

 Mirko Polisano


“Niente è brutto come la guerra…”


E. Hemingway, Addio alle Armi.



venerdì 31 maggio 2013

AFGHANISTAN, ARRIVA AFGHAN WEST: VOCI DAI VILLAGGI

E' stato presentato anche alla recente edizione della Fiera del Libro di Torino, presso lo stand del Ministero della Difesa, il libro "AFGHAN WEST" di Katiuscia Laneri, Elisabetta Loi e Samantha Viva. Tre reporter e tre donne che hanno del loro lavoro una vera e propria "missione". Senza indugi e con qualche brivido di emozione che solo un mestiere come questo può regalarti sono partite. Destinazione: Afhganistan. L'inferno del mondo. Via, alla scoperta di un paese bello e difficile che sta vivendo una sua nuova fase. Il processo di transizione che è in atto in Afghanistan è di assoluta rilevanza storica. Partendo da questa considerazione, in occasione di un media tour di una decina di giorni, svoltosi tra Herat, Shindand e Bala Boluk, un gruppo di giornaliste hanno pensato bene di immortalarlo in un quadro più ampio, in maniera da poter lasciare una traccia tangibile che non vada perduta nelle pieghe, a volte marginali, di un articolo di cronaca.
A partire dalle interviste raccolte tra i militari della missione ISAF, tra gli abitanti dei villaggi, tra i governatori e i generali afgani, nasce l'idea di un libro, che possa raccontare l'Afghanistan di oggi e cercare di leggere i risvolti che l'apporto e il contributo dei militari italiani, soprattutto nella parte ovest, avranno sul nuovo volto dell'Afghanistan di domani. Oltre alla parte testuale, il progetto che le giornaliste Samantha Viva, Katiuscia Laneri e la fotoreporter Elisabetta Loi hanno realizzato, comprende una vasta raccolta di foto e un video, per documentare in maniera completa e non univoca, ma avvalendosi di tre diversi livelli comunicativi, un viaggio in un universo meno noto di un paese che vive ancora sotto l'etichetta di avamposto dei Talebani.
Non si sa niente della realtà del posto e delle sue difficoltà, di come la gente stia cercando di affrancarsi dalla criminalità, dall'oppio, dai pregiudizi e dall'isolamento. Il messaggio che a volte traspare dalle numerose attività che i nostri militari svolgono, in un paese così contraddittorio e complesso e di quanto il suo popolo sia legato al nostro, merita più attenzione, soprattutto visto il riconoscimento del cosiddetto "sistema Italia" quale modus operandi che ha fatto scuola e ha fornito competenze e suggerimenti indispensabili per far sì che nel 2014, con la fine della missione ISAF, o il suo molto più probabile ridimensionamento nel numero e nelle funzioni, il popolo afgano sia finalmente indipendente.
Il lungo processo che è ormai giunto alla sua quarta fase ha visto anche il riassetto delle capacità militari e delle forze locali di polizia afgane, che ogni giorno acquistano sicurezza e capacità, grazie all'affiancamento costante dei nostri reparti specializzati come i MAT e i PAT, per non parlare delle numerosi innovazioni introdotte in ambito non solo strategico ma anche culturale e sociale, primo fra tutti l'ingresso delle donne nell'esercito.
Anche la battaglia per i diritti delle donne merita uno spazio adeguato per non incorrere in facili qualunquismi e approssimazioni occidentaliste ad un fenomeno che rientra in un universo complesso come quello del mondo islamico.
Tutti questi spunti meritano quindi una riflessione più ampia della pagina di un quotidiano e vengono forniti, al lettore, nell'ottica di un quadro di comprensione più ampio, senza la pretesa di raccontare l'Afghanistan in un centinaio di pagine o con occhio da studioso, ma con la volontà di fornire, a chi sa poco o nulla dell'argomento, il resoconto della gente che vive il suo contesto con partecipazione e consapevolezza.




lunedì 15 aprile 2013

INDIA: CASO MARO', LUCI SPENTE AL COLOSSEO


C'è una storia da raccontare oggi, è la storia di due cittadini italiani prima ancora di due militari.

É la storia di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.

E’ il 15 febbraio 2012 e la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud-occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati: un rischio concreto, lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone. Intorno alle 16.30 si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony e uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio. La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.

La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’esercito – asseconda invece le richieste delle autorità indiane. La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti. Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari non finiscano in un normale carcere ma siano tenuti in custodia presso una “guesthouse” della Cisf (Central Industrial Security Force), il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici.
Ora invece questa la beffa:

Il 22 febbraio 2013 la corte suprema indiana concede ai due fucilieri di tornare in Patria per quattro settimane per le elezioni. L'11 marzo la Farnesina rende nota la decisione di non far rientrare i due soldati in India. Decisione presa in accordo tra il ministero della difesa e della giustizia in coordinamento con la presidenza del consiglio. Ecco le motivazioni della Farnesina: “L'Italia ha sempre ritenuto che la condotta delle autorità indiane violasse gli obbloghi di diritto internazionale gravanti sull'India” in particolar modo “il principio dell'immunità dalla giurisdizione degli organi della Stato straniero”.

Dopo l'annuncio in India scoppia il caos e gli indiani decidono di trattenere l'ambasciatore Italiano, Daniele Mancini, con il divieto di rientrare in Italia.
Poi il passo indietro e il rientro in India dei due Marò.
Vorrei innanzitutto evidenziare come non sia possibile revocare l'immunità diplomatica garantita dall'articolo 29 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, del 1961. I diplomatici hanno libertà di movimento e nessun atto di coercizione può essere esercitato nei loro confronti.
L'intervento dell'India viola anche l'articolo 44 che, come tutte le immunità diplomatiche, ha la funzione di evitare che gli agenti diplomatici vengano ritenuti personalmente responsabili delle azioni dei rispettivi governi.
Una situazione incomprensibile. Uno Stato alla sbando. Un governo che non è riuscito ad intavolare né una linea coerente né una trattativa.
Dov'è lo Stato Italiano? Possibile che diventiamo prede diplomatiche di Paesi come l'India? Dov'è L'Unione Europea? Sempre in prima linea per gli interessi franco-tedeschi e incapace di prendere la difesa dell'Italia?
E dov'è la NATO? Dove sono tutti quei bei diplomatici e politici che mandano i nostri giovani in discutibili azioni di pace e brandiscono all'occasione accordi internazionali?
La mia memoria storica torna inevitabilmente ad un fatto accaduto in Italia parecchi anni fa.
Spero qualcuno si ricordi della strage del Cermis? Spero qualcuno si ricordi di quel lontano 3 febbraio 1998 e di quei militari americani che per “gioco” hanno compiuto una strage uccidendo 19 persone.
E spero qualcuno infine si ricordi se il nostro governo ha avuto la forza diplomatica di giudicare quei soldati?
No, oggi come allora il nostro governo si è piegato in modo disonorevole. Noi non abbiamo mai saputo neppure i nomi di quei militari americani.
Questa è giustizia?
Oggi l'India in preda ad un fermento nazionalista con le elezioni alle porte si permette di violare ripetutamente il diritto internazionale e il nostro Paese non è in grado neanche di rispondere diplomaticamente a queste intimidazioni.
L'altra sera il sindaco Alemanno ha organizzato una manifestazione bipartisan ai piedi del Colosseo, una manifestazione per urlare che Noi Italiani ci vergogniamo di questo governo, che Noi cittadini Italiani vogliamo un governo che sia in grado di tutelare i nostri cittadini all'estero di difendere i nostri soldati in missione per il mondo.

Purtroppo la manifestazione, come ogni cosa in Italia, è stata strumentalizzata da più parti, prima la soprintendenza ostacolando lo svolgimento poi la sinistra anche qui ambigua su che parti prendere, ha preferito non presentarsi e criticare l'evento.

Questa divisione di intenti forse non è altro che la fedele riproduzione dei veri interessi che oggi sovrastano anche diplomaticamente oltre che politicamente il paese.

Ho visto un tricolore sventolare, ho visto le immagini dei due Marò riprodotte sul Colosseo, ho visto il Colosseo, per un attimo mi sono sentito Italiano per un attimo ho sperato che potessimo tornare a fare delle battaglie uniti e che l'interesse nazionale fosse più alto di ogni altro interesse.

Il Colosseo spento per ricordare la vicenda dei due fucilieri di Marina, attualmente sequestrati in India.



Fabio Piccioni

sabato 30 marzo 2013

AFGHANISTAN, PRESENTATO IL CALENDARIO DELL'ASSOCIAZIONE DEI CADUTI


“Quanta strada deve percorrere un uomo per considerarsi un uomo…?”

L’inchiostro è quello di un pennarello indelebile, la scritta è posta sull’elmetto, primo compagno di viaggio in questa terra, dove pace e guerra si incontrano. Non ti aspetti di trovare una citazione di Bob Dylan  sul telo mimetico…è il mondo di giovani, lontano da quello di altri loro coetanei. E lontano anche da un immaginario comune e qualunquista che li vede del sud, ignoranti e prezzolati. 

Hanno poco più di vent’anni, e non si tirano indietro davanti alle responsabilità. Tra polvere e sabbia, sorvegliano una torretta; di notte non hanno tempo per godersi il panorama stellato dell’Afghanistan, e se quel cielo potesse parlare ti racconterebbe meglio di loro. Delle avversità di questo deserto, dove fa caldo e l’acqua per tenerla fresca la devi nascondere. Ti direbbe delle tende piccole che sono un riparo dal cocente sole e che in certi posti il cibo è scaricato dagli aerei, perché i rifornimenti non arrivano.

Ti parlerebbe dei loro anfibi chiari e impolverati, dei bauli neri e di plastica, degli zaini tattici e delle mostrine con il gruppo Zero positivo. Poi, si parte. All’arrivo in aeroporto, mai voltarsi indietro e il saluto è sempre veloce. Gli occhi lucidi, potrebbero tradire l’emozione e anche la paura. Perché in Afghanistan la paura, c’è.

Giovani pronti ad indossare giubbetto e armi e a salire sul Lince, andando incontro al loro destino che pur conoscendolo, non sanno quale sia. Il pensiero vola avanti, ma non possono fare a meno di preoccuparsi. Già, come in una sorta di paradosso vivente, sono loro a preoccuparsi per chi sta a casa. Così internet diventa un tranquillante, e skype il rimedio alla lontananza. Quando il collegamento prende e il segnale non arriva disturbato. Quando si può una telefonata…e la risposta è sempre uguale: “Mamma.Qui, tutto bene!”.

In queste pagine, ci sono questi giovani. Che tifano Milan, e Napoli. Lazio e Palermo…quasi ad unire l’Italia sotto un unico modo di essere: quello della migliore gioventù. Che non ti canta solo Bob Dylan, ma ti cita Confucio, Gandhi e Nietzche. Che studia la Bibbia e che conosce il Vangelo. Una generazione che sarà anche figlia di un certo benessere, ma che ha vissuto i passi cruciali della storia contemporanea. Abbiamo visto cadere il Muro di Berlino e scoprire la guerra con la crisi del Kuwait e le stragi dell’ex Jugolsavia. Poi, chi l’avrebbe detto che quell’11 settembre saremmo andati a farla anche la guerra. In Iraq e in Afghanistan. Da queste terre, alcuni non sono tornati. Il pensiero è per loro. Ma è anche per chi c’è e continua un’altra “missione”...

Quella che i loro figli, mariti e fratelli…hanno lasciato in sospeso.  

Mirko Polisano



E' stato presentato lo scorso febbraio il calendario "Afghanistan, domani...però domani!", curato dall'Associazione Caduti di Guerra in Tempo di Pace. Il filmato, che ha superato le oltre 2.200 visualizzazioni in meno di un mese, è disponibile collegandosi a questo link: 


Militari italiani in missione all'estero


      

venerdì 8 marzo 2013

ISLAM, 8 MARZO PER LE SORELLE MUSULMANE


Da Shahrazad a Bochra Belhaj Hmeda. L’onirica protagonista dei racconti de “Le Mille e una Notte” e la presidente del movimento femminista a Tunisi: storie di donne con fascino e intelligenza.

La forte percezione della sottomissione delle donne musulmane è stato uno degli argomenti a sostegno delle invasioni in Iraq e in Afghanistan. Sicurezza e libertà erano gli imperativi primari: ripulire il mondo dalle cellule del terrore e dai loro fiancheggiatori e diffondere democrazia e libertà. In un discorso radiofonico, nel novembre del 2001, l’allora first lady Laura Bush disse: “la lotta contro il terrorismo è anche la lotta a favore dei diritti e della dignità delle donne”. Gli americani, e i Bush soprattutto, sono da sempre dei maestri nella propaganda, specie se di guerra. Con questo, lungi da noi pensare che non ci siano problemi legati all’emancipazione femminile in alcuni paesi di matrice islamica, ma non è mai opportuno parlare per luoghi comuni e approssimazione. La tematica è delicata, come se fosse un viaggio importante, alla scoperta  di un mondo lontano che va a scardinare gli stereotipi di un ordine sociale repressivo, e a raccontare altre donne.

Bochra Belhaj Hmida,
presidente dell'associazione
Donne democratiche tunisine
Baby Boom. È un film di Hollywood del 1987. La protagonista, una donna in carriera che diventa ragazza-madre, sottopone a un colloquio diverse baby-sitter, sperando di trovare quella giusta per sua figlia. Tra queste, una ragazza è coperta da un lungo velo nero, che dice con un forte accento arabo: “le insegnerò a rispettare il maschio. Parlerà solo le rivolgono la parola. Non ho bisogno di un letto, preferisco dormire sul pavimento”. È l’immagine che arriva anche al mondo occidentale, con la stessa proporzione abbiamo quella  che fa di un italiano all’estero solo pizza, mandolino e mafia. Se volessimo dare un volto a questa idea diversa, potrebbe essere quello di Suaad Salih, la cui area di competenza è il fiqh, il diritto islamico. Salih è una giurista islamica e docente di diritto all’università di Al-Azhar, tra i più importanti centri di insegnamento nell’Islam sunnita. È stata la prima preside di facoltà, è scrittrice che affronta temi che vanno dal diritto di famiglia ai diritti femminili. È tra le ospiti fisse di Al-Jazeera e predica senza timidezza l’Islam, diffondendo il suo messaggio, diventato la sua dottrina: “L’Islam è semplice e tiene le donne in grande considerazione”. Ci sono anche donne come Salwa Riffat, egiziana di più di sessant’anni laureata in ingegneria aerospaziale all’università de Il Cairo. È insegnante anche lei: “le donne della mia generazione erano l’avanguardia di una nuova era in Egitto – ha spiegato più volte – oggi non lo si nota quasi più: le università in Egitto pullulano di donne che spesso sono più numerose degli uomini e, spesso, più bravi di questi nelle loro discipline”. Alla facoltà di medicina de Il Cairo, gli studenti che tengono il discorso di commiato durante la cerimonia di laurea, vale a dire i più meritevoli, sono quasi sempre donne. Questi casi sono tutt’altro che unici.

Salona Sigir,
Giornalista 
Maledetta Primavera. E’ stata salutata da tutti come la rivoluzione del cambiamento. Termine improprio rivoluzione, ma che meglio esplica il vento di novità che avrebbe dovuto soffiare sulle piane del Maghreb. Con il passare del tempo, il caos e la confusione hanno preso il sopravvento e ora in Tunisia e in Egitto governano estremisti e partiti che gridano alle masse. La Marsa è una cittadina balneare alle porte di Tunisi, da qui è partita un’altra rivoluzione: quella femminista per i diritti delle donne. Bochra Belhaj Hmida ne è la portavoce. È un avvocato della Corte di Cassazione di Tunisi e presidente dell’associazione “Donne democratiche tunisine”. Tra le prime a rivendicare il ruolo delle donne nella politica e a combattere la prostituzione e l’emarginazione femminile. Sul velo, la sua posizione è fin troppo aperta: “indossarlo, è una scelta personale”.  La scelta di non portarlo è stata fatta anche da Salona Sigir, giornalista dei programmi italiani della radio di stato tunisina. Parla italiano e francese, ascolta la musica di Morandi, Battisti e Baglioni e cura le notizie del telegiornale. Parlare con lei è come gettare uno spiraglio di luce sulle donne musulmane. “Siamo cambiati dentro – mi racconta Salona, mentre mi ospita nel suo programma – sembra respirare un’aria nuova”. Poi, aggiunge: “Io devo essere ottimista. Noi donne abbiamo lottato e lavorato molto, con molti sacrifici per raggiungere una nostra indipendenza, per andare a scuola o all’università. Abbiamo combattuto per avere una nostra libertà e dobbiamo continuare a farlo, perché una battaglia non è mai vinta. Le donne devono insieme essere solidali: è l’unico modo per sconfiggere l’estremismo”.

L’Islam che non ti aspetti. Le ho incontrate sul treno che da Pec arriva a Pristina , sulle note di “Voglio vederti danzare” di Battiato che parla di melodie e divergenze tra Oriente e Occidente. Besa e Florentina sono giovani. A 24 anni, hanno sofferto la guerra dei Balcani. Indossano jeans stretti e tacchi alti. Sono musulmane…ma nessuno lo direbbe. “Il nostro è un paese bellissimo”, afferma Florentina che utilizza i social network e ascolta tanta musica. Lavora in parlamento come interprete, mentre Besa è insegnante.  Dafina, invece, di anni ne ha 25 e gestisce il Museo delle Tradizioni a Pristina. Mi colpiscono i suoi orecchini con il segno della pace. “Non so se ci sarà mai la pace – mi confida – ma credo nella possibile convivenza e nel rispetto delle persone”. Florentina, Besa e Dafina, sono musulmane e di famiglia islamica. Rappresentano davvero un nuovo modo di essere e un altro volto di una religione poco conosciuta da chi non la pratica.       

 Dafina, lavora al museo delle tradizioni a Pristina (Kosovo)
L’analisi resta quella di un argomento che tocca tanti temi: dalla religione, alla sfera intima e personale. Dai diritti, alle scelte obbligate o condizionate. Il compito di chi scrive e informa resta quello di non fermarsi alle apparenze e ai luoghi comuni. E neanche di minimizzare situazioni complesse e gravi. Sono argomenti che colpiscono, nel nome dei quali sono state movimentate guerre e nutriti pregiudizi. Sono stati commessi omicidi e condanne capitali. Sakineh in Iran è diventata l’emblema e il simbolo della difesa delle donne e dei diritti umani. In questo 8 marzo, il pensiero va a lei, sperando riesca ad essere liberata. Come nelle “Mille e una Notte”. Magari arriverà anche per lei, Shahrazad e salverà lei e chissà quante altre donne, grazie al fascino della sua intelligenza. 

“Tu sei la salvatrice di tutte le fanciulle, che avrebbero dovuto essere sacrificate al mio giusto risentimento”.

Speriamo che le parole conclusive dell’opera più conosciuta della letteratura araba possano essere anche il finale di questa che una favola…non è.  


Mirko Polisano

lunedì 4 febbraio 2013

AFGHANISTAN, RIPRENDIAMOCI LA MEMORIA

“Quando la vita chiama, il cuore sia pronto a partire e ricominciare…per offrirsi sereno e valoroso ad altri”Apri un libro qualsiasi, una pagina qualsiasi in un giorno qualsiasi e questi versi di Hermann Hesse sembrano volerti dire: falla iniziare così questa storia. 

Una storia che hai difficoltà a raccontare perché ormai fa parte di te. Il cuore è quello di David Tobini, paracadutista dell’esercito italiano che si è offerto sereno e valoroso ad altri. Non importa chi questi altri siano...ha importanza il gesto, e chi ormai deve sapere, già sa. Ma c’è un altro cuore quello di mamma Annarita, che deve essere pronto a partire e ricominciare ogni volta che si incontra la burocrazia, il pressapochismo e l’indifferenza. Ti accorgi, ogni giorno che passa, che la guerra non è solo laggiù in Afghanistan, ma anche qui a Roma. Proprio in questi giorni l’amministrazione di Roma Capitale è corsa ai ripari per sanare una svista, clamorosa e indegna. La decisione della commissione toponomastica di non intitolare un parco alla memoria di David Tobini, caduto in Afghanistan nel 2011, figlio di Annarita e di questa Roma, non è andata giù non solo alla famiglia, ma, per fortuna, anche a tante persone che di girarsi dall’altra parte, anche stavolta, non se la sono sentita. Tra i primi ad alzare la voce, l’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, e tanti altri che David neanche lo conoscevano, ma che hanno deciso di non abbassare la testa. Così come le istituzioni, anche le stesse del comune di Roma, che hanno ribadito l’assurdità dei fatti, e allo stesso tempo ne hanno preso le distanze, precisando che la commissione, oltre ad essere costituita da personalità esterne all'amministrazione, ha solo una funzione consultiva. Ad Annarita tutto questo poco interessa, perché la sfiducia è tanta e trovarsi di fronte all’ennesimo no per un’opera che dai quasi per scontato e, che peraltro potrebbe anche non essere a carico della pubblica amministrazione, ti getta in un’ondata di sconforto. Ha parlato di vergogna, Annarita, che, credo, qualcuno abbia provato leggendo questa storia. Un atto dovuto in uno stato in cui il dovere non si sa più cosa sia. “L’Italia è un paese dalla memoria corta”, la frase riecheggia ogni tanto. Ma non possiamo più permettercelo, non possiamo più permettere tutto questo. Dobbiamo avere il rispetto di quella memoria che proprio perché è tale non può essere certo parente della dimenticanza. Né, possiamo permettere che ci si stringe accanto al dolore dell’Afghanistan il tempo giusto per concedere alle istituzioni la triste passerella e il giorno del lutto cittadino. Ancora peggio, quando altri accostano il dolore dell’Afghanistan a compensi e stipendi. Ricordiamoci sempre che i nostri parlamentari guadagnano molto di più a spese nostre e di certo non rischiano la vita. Lascio perdere la questione del terrorismo internazionale: Bin Laden non c’è più…eppure stiamo ancora lì.

Questa storia avrà tra poco il suo epilogo: la giunta capitolina ha capito l’errore e ha dato l’autorizzazione al parco David Tobini, che presto si farà.

Ci saremo tutti quel giorno, orgogliosi di aver fatto prevalere il nostro diritto di cittadini, di uomini e donne che hanno ancora la forza di credere nelle loro idee. Ci sarà Annarita, con il basco amaranto in mano e tutti noi accanto, con gli occhi un po’ lucidi ma con la certezza di aver fatto la cosa migliore.

Ci verrà a trovare anche Confucio, da lassù e ci farà tornare alla mente una delle sue frasi più belle: Vedere ciò che è giusto e non farlo...è mancanza di coraggio".   


Con Annarita, mamma del Caporal Maggiore  David  Tobini



Mirko Polisano