Si è svolta al Pontile di Ostia l'anteprima del libro "Storie Lontane...Racconti di vita in Afghanistan", edizioni DpC
Il significato di “Storie Lontane…” è già racchiuso nel titolo di questo libro. Sono storie che partono da lontano e arrivano da posti lontani. E difficili. Come l’Afghanistan. Una terra che non puoi dimenticare una volta che l’hai vissuta. Una terra che ti resta dentro con i suoi paesaggi, le sue montagne, la sua polvere che non solo hai sulla pelle ma anche nell’anima. “Storie Lontane…” ha il compito e il dovere di raccontare la vita in Afghanistan. Perché la vita in Afghanistan c’è. E’ la quotidianità scandita dal tempo e dai giorni. E’ la vita commerciale del mercato di Herat, dei venditori di frutta, di pane e di dolci fatti di panna e miele e che riportano questa città agli antichi splendori, a quando era definita la “piccola Parigi” per la sua pasticceria. Ma queste sono le cose che non fanno notizia. E così siamo abituati a parlare di Afghanistan nei telegiornali solo quando rientra la salma di un alpino o di un parà avvolta da un tricolore. Anche “Storie Lontane…” racconta la guerra e le vittime, ma con l’intento di mostrare che l’aridità di quel deserto non è riuscita a portare via l’affetto di cui è circondato chi ha sacrificato la propria vita per la causa internazionale. È il caso di Matteo Miotto, caduto l’ultimo giorno del 2010 in Gulistan. Quel capodanno, raccontato da “Storie Lontane…”, nessuno dei suoi commilitoni né chi, come noi, era lì lo potrà mai dimenticare. Ripartire dopo questa storia è dura, ma la vita va avanti. Anche in Afghanistan. Ed ecco, allora che arriva Hamidullah, bambino di cinque anni che insegue una speranza: arrivare in Italia per poter un giorno camminare; oppure Feizamat che va in giro in moto per le strade di Herat e ci racconta la vita di un ragazzo di 16 anni, che parla benissimo l’inglese; o ancora l’ingegnere. Ha visto prima i russi e poi gli americani. Ha bruciato la sua laurea, perché in Afghanistan non c’è lavoro per un ingegnere e così ha aperto un ristorante in centro città e cucina pollo e montone. A queste storie, si aggiungono quelle dei nostri militari. Uomini e donne che non importa se sia Natale o Capodanno, loro sono lì in garitta, piuttosto che su un lince o in elicottero a pattugliare e a lavorare. Li ho incontrati e non riesco a non ripensare ai loro volti e alla loro vita: Luca di Centocelle, Francesca di Acilia, Carmine di Caserta, Italo di Venezia, Antonino l’infermiere e Andrea, il medico-poeta. Il libro edito dalla casa editrice DpC sarà in vendita dal prossimo novembre. Intanto, è stata presentata ad Ostia l’anteprima. Al Pontile, nello spazio di Approdo alla Lettura, c’erano tanti amici, a cui dedico queste parole.
Perché i giorni a seguire sono quelli in cui ripensi a come è andata. Particolari attimi che restano dentro di te. La mente ritorna a quelle prime pagine scritte. E ti accorgi che dietro non c’è soltanto il tuo lavoro, ma soprattutto tante persone. A cui oggi devi dire grazie. Ne ho viste un po’ e non tutte…perciò qualcuna la dimenticherò sicuramente, non me ne voglia.
Prima di salire sul palco, le prove con Alberto e Giorgia, che ha patito anche il freddo per me. Poi Andrea, Alessandro con le loro musiche e la loro professionalità. Simone, Marco e Giulia…che hanno dato voce alle mie parole.
Stefano, Alessandra, Emanuela e Elena, salutati prima dell’inizio. Salvatore che è dovuto scappare ma ha fatto di tutto per esserci. Tonino che ha già letto le bozze e ti saluta contento. Monica che in un messaggio ti dice che ti vuole bene.
Ripensi a questi piccoli gesti. Poi si parte. Tra il pubblico qualcuno lo intravedi: i familiari sicuramente. E gli amici. Davvero loro non mancano mai. Il flash-back è istantaneo: Angelo con la maglietta del Milan, Danilo con la tuta dell’Adidas, Emanuele con le superga blu, Luciano con il primo motorino. Un esserre. Stefano con il pandino verde e Davide con le perry ellis. Li ritrovi lì seduti, tra le ultime file. Per evitare sorprese. Ma ci sono. Ci sono come tanti altri. Eugenio e Catia, Francesco, Maurizio, Daniel e Maria Clara, Gianni del Tg1, Adriana e Vittorio, Giuliano, Giosuè, Maurizio, Giacomo, Amerigo, Gianluca, Cristiano e Raffaella, Stefania, Anna e Gabriella.
Salvatore con la sua macchina fotografica, così come Luigi pronto a scattare. Roberto, Antonio e Giorgio che continuano a seguirti. Denise, Paolo e Rossana. I cugini e le tante zie…immancabili anche loro. Tullio che ti ha ospitato. E i tuoi professori. C’è la maestra di italiano, la prima a farci scrivere un articolo di giornale. Lo ricordo ancora era sulla guerra in Iraq, la prima del Golfo. Se ci ripenso oggi, mi vengono in mente tante cose. E tante domande soprattutto. La prof di lettere che ti ha insegnato l’amore per la scrittura e la letteratura. E’ anche merito loro.
Il ricavato del libro andrà all’associazione di Carla per aiutare i bambini della Tanzania. Ho scelto l’Associazione “Silenas” perché l’ho conosciuta di persona. Carla è simile a me quando parla delle sue terre povere e difficili trasmette entusiasmo e voglia di aiutare. Così sono più tranquillo se le mie parole d’inchiostro servano a comprare anche solo una lampadina per quei villaggi. Con la prima pubblicazione di “Popoli Spezzati” siamo riusciti ad acquistare un generatore di corrente. Per me è già tanto anche se so che non bisogna accontentarsi. E non lo faremo.
Tra pochi giorni la prossima partenza: destinazione Libano. Sai di dover incontrare nuovi volti e nuove storie da raccontare…come sai già, che ci saranno persone care, pronte ad ascoltarle!
Mirko Polisano
Foto di Salvatore Fizzarotti
Foto di Luigi Pompei
domenica 31 luglio 2011
mercoledì 29 giugno 2011
SAHARA MAROCCHINO, AI CONFINI DEL MONDO MODERNO
MERZOUGA- 2011
di Valentina Tortelli
"Vedi quelle montagne laggiù? Quella è la frontiera tunisina". Ahmed, 26 anni, indica l'orizzonte, quell'unica striscia di roccia dopo chilometri e chilometri di deserto. Siamo oltre Merzouga, Sahara marocchino. Dalla terra di re Mohammed VI alla Tunisia, in questo punto, ci sono solo 15km di piste di sabbia. La frontiera, durante i disordini del marzo scorso, è stata chiusa. È sorvegliata da militari mandati in questa specie di confino, letteralmente al confine del mondo. Le loro casematte si ergono nella landa sassosa e arida di questa parte di Sahara, come dadi abbandonati su un tavolo da gioco color sabbia. Inutile dire che nel sole piatto di mezzogiorno non si vede in giro anima viva.
Oltre il villaggio di Merzouga, provincia di Er Rachidia, si staglia l'imponente Erg Chebbi: uno sbarramento di dune di sabbia lungo 30km e largo 10. I suoi 160 metri di altezza cambiano continuamente profilo, a seconda di come le folate di vento sparpagliano i granelli color dell'oro. Ahmed, ragazzo berbero di 26 anni in tunica blu elettrico, mi guida a dorso di cammello alla scalata della duna. Poi si prosegue a piedi, affondando nella soffice e fresca sabbia della sera. Oltre Erg Chebbi, si estende il Sahara fatto di sassi arroventati e di terra arida. Una landa che sembra lunare o marziana, dove vivono ancora i berberi nomadi nei loro dadi di terra secca e di tende colorate che svolazzano al vento caldo. Unici animali: galline e capre.
Ahmed racconta della sua vita di uomo berbero. Lui conosce il deserto perchè nel deserto è nato. Parla francese correntemente e sorride sempre. In questa terra estremamente dura, la vita è una sfida costante. Bisogna essere elastici e ridefinirsi sempre per poter sopravvivere. Dove non si può giocare di forza, dice il proverbio, si deve giocare d'astuzia. Ed è quello che ha fatto Hassan, 41 anni. Dopo la morte di tutto il suo bestiame a causa di una violenta siccità, il berbero Hassan ha lasciato il suo villaggio nel deserto e si è messo al servizio di un amico, in un Aubrege. L'Aubrege, qui a Merzouga, è una specie di Kasbah di terra secca con poche semplici stanze per dormire e una corte interna che protegge dalle tempeste di sabbia e dalla calura estiva. Dato il contesto e ciò che si trova intorno, agli occhi stanchi dei visitatori ogni Kasbah sembra piuttosto uno splendido Ryad. C'è acqua corrente sufficientemente fresca e penombra.
Hassan arriva da un villaggio berbero dietro le dune di Merzouga, avamposto del Sahara. In lui si incarna l'ospitalità berbera. Con grande senso dell'umorismo e una parlantina multilingue, offre il tè alla menta e inizia a raccontare la sua storia. E' un imprenditore nato. In francese, mentre sorseggio appollaiata sui cuscinoni, spiega come ha messo da parte i 4000 euro necessari a comprare il terreno sul quale sorge il suo Aubrege des Roches. Il commercio dei fossili del Sahara rende abbastanza e Hassan ha continuato ad accantonare i suoi risparmi. Poi, senza l'aiuto di un architetto, ha costruito la sua casa in mattoni di fango, con tanto di mura di cinta e corte interna. L'ottima cucina gestita dai fratelli sforna succulenti tajine e la tradizionale kahlia.
I berberi stanziali come Hassan, Ahmed, Moustafà, Ibrahim che ho incontrato, sono estremamente socievoli. Credo che la loro socialità sia spinta da una violenta curiosità di conoscere il mondo. Attraverso i racconti dei visitatori che approdano ai loro villaggi, gli uomini del deserto imparano e immaginano l'Europa, la gioventù occidentale, i costumi diversi, dettati da diversa cultura e da una religione più permissiva rispetto a quella musulmana. Mentre gli uomini sono alla mano, avvicinare le donne berbere è difficilissimo. Forse, con attenzione e discrezione, si può solo incrociare per strada qualche sguardo incorniciato dal nero del kajal. Nulla di più. A Ouarzazate, sulla via per Merzouga, chiedere informazioni alle uniche due donne che ho incontrato è stata una impresa difficile. Se c'è un uomo, non si avvicinano. Ma con le altre donne, anche se occidentali e senza velo, sorridono.
Valentina Tortelli
Dizionario
Ryad = casa nobiliare cittadina con corte interna e spesso una piscina
Kasbah = quartiere o casa fortificata
Tajine = stufato di pollo o manzo con verdure cucinato nella terracotta
Kahlia = piatto tipico del sud con legumi, carne ed uovo
Quattrequattre = fuoristrada 4X4 con il quale si affronta il deserto
Kajal = matita per occhi nera e molto morbida
di Valentina Tortelli
"Vedi quelle montagne laggiù? Quella è la frontiera tunisina". Ahmed, 26 anni, indica l'orizzonte, quell'unica striscia di roccia dopo chilometri e chilometri di deserto. Siamo oltre Merzouga, Sahara marocchino. Dalla terra di re Mohammed VI alla Tunisia, in questo punto, ci sono solo 15km di piste di sabbia. La frontiera, durante i disordini del marzo scorso, è stata chiusa. È sorvegliata da militari mandati in questa specie di confino, letteralmente al confine del mondo. Le loro casematte si ergono nella landa sassosa e arida di questa parte di Sahara, come dadi abbandonati su un tavolo da gioco color sabbia. Inutile dire che nel sole piatto di mezzogiorno non si vede in giro anima viva.
Oltre il villaggio di Merzouga, provincia di Er Rachidia, si staglia l'imponente Erg Chebbi: uno sbarramento di dune di sabbia lungo 30km e largo 10. I suoi 160 metri di altezza cambiano continuamente profilo, a seconda di come le folate di vento sparpagliano i granelli color dell'oro. Ahmed, ragazzo berbero di 26 anni in tunica blu elettrico, mi guida a dorso di cammello alla scalata della duna. Poi si prosegue a piedi, affondando nella soffice e fresca sabbia della sera. Oltre Erg Chebbi, si estende il Sahara fatto di sassi arroventati e di terra arida. Una landa che sembra lunare o marziana, dove vivono ancora i berberi nomadi nei loro dadi di terra secca e di tende colorate che svolazzano al vento caldo. Unici animali: galline e capre.
Ahmed racconta della sua vita di uomo berbero. Lui conosce il deserto perchè nel deserto è nato. Parla francese correntemente e sorride sempre. In questa terra estremamente dura, la vita è una sfida costante. Bisogna essere elastici e ridefinirsi sempre per poter sopravvivere. Dove non si può giocare di forza, dice il proverbio, si deve giocare d'astuzia. Ed è quello che ha fatto Hassan, 41 anni. Dopo la morte di tutto il suo bestiame a causa di una violenta siccità, il berbero Hassan ha lasciato il suo villaggio nel deserto e si è messo al servizio di un amico, in un Aubrege. L'Aubrege, qui a Merzouga, è una specie di Kasbah di terra secca con poche semplici stanze per dormire e una corte interna che protegge dalle tempeste di sabbia e dalla calura estiva. Dato il contesto e ciò che si trova intorno, agli occhi stanchi dei visitatori ogni Kasbah sembra piuttosto uno splendido Ryad. C'è acqua corrente sufficientemente fresca e penombra.
Hassan arriva da un villaggio berbero dietro le dune di Merzouga, avamposto del Sahara. In lui si incarna l'ospitalità berbera. Con grande senso dell'umorismo e una parlantina multilingue, offre il tè alla menta e inizia a raccontare la sua storia. E' un imprenditore nato. In francese, mentre sorseggio appollaiata sui cuscinoni, spiega come ha messo da parte i 4000 euro necessari a comprare il terreno sul quale sorge il suo Aubrege des Roches. Il commercio dei fossili del Sahara rende abbastanza e Hassan ha continuato ad accantonare i suoi risparmi. Poi, senza l'aiuto di un architetto, ha costruito la sua casa in mattoni di fango, con tanto di mura di cinta e corte interna. L'ottima cucina gestita dai fratelli sforna succulenti tajine e la tradizionale kahlia.
I berberi stanziali come Hassan, Ahmed, Moustafà, Ibrahim che ho incontrato, sono estremamente socievoli. Credo che la loro socialità sia spinta da una violenta curiosità di conoscere il mondo. Attraverso i racconti dei visitatori che approdano ai loro villaggi, gli uomini del deserto imparano e immaginano l'Europa, la gioventù occidentale, i costumi diversi, dettati da diversa cultura e da una religione più permissiva rispetto a quella musulmana. Mentre gli uomini sono alla mano, avvicinare le donne berbere è difficilissimo. Forse, con attenzione e discrezione, si può solo incrociare per strada qualche sguardo incorniciato dal nero del kajal. Nulla di più. A Ouarzazate, sulla via per Merzouga, chiedere informazioni alle uniche due donne che ho incontrato è stata una impresa difficile. Se c'è un uomo, non si avvicinano. Ma con le altre donne, anche se occidentali e senza velo, sorridono.
Valentina Tortelli
Dizionario
Ryad = casa nobiliare cittadina con corte interna e spesso una piscina
Kasbah = quartiere o casa fortificata
Tajine = stufato di pollo o manzo con verdure cucinato nella terracotta
Kahlia = piatto tipico del sud con legumi, carne ed uovo
Quattrequattre = fuoristrada 4X4 con il quale si affronta il deserto
Kajal = matita per occhi nera e molto morbida
sabato 4 giugno 2011
PARTE CRONACHE DAL MONDO
Partirà lunedì prossimo, 6 giugno, “Cronache dal Mondo”, il nuovo programma a cura di Mirko Polisano che andrà in onda su Canale Dieci alle ore 20.45.
Si tratta di una rubrica, a cadenza mensile, condotta da Mirko Polisano, giornalista romano con esperienza come embedded in alcuni dei teatri operativi dove è dispiegato il contingente italiano. Tra questi, Libano, Kosovo e Afghanistan. Da qui, nasce l’idea di avvicinare i telespettatori al mondo degli esteri, facendo conoscere, attraverso un linguaggio semplice e quotidiano, il lavoro di quanti operano in Italia come all’estero.
La prima puntata sarà dedicata alla delicata situazione legata al fenomeno dell’immigrazione. Le telecamere mostrano immagini provenienti dalle coste della Sicilia, dove continuano a sbarcare imbarcazioni cariche di immigrati. Particolarmente intense, poi, le parole del popolo libico in fuga da un paese in guerra.
A tutto questo, va aggiunto il parere di esperti e opinionisti, noti anche al grande pubblico, che daranno la loro visione dei fatti.
L’appuntamento è con “Cronache dal Mondo” lunedì 6 giugno alle ore 20.45 su Canale Dieci, televisione del litorale romano. La puntata sarà anche disponibile sul sito ufficiale della televisione www.canaledieci.tv - sul canale You Tube “Cronache dal Mondo” e sul blog di Mirko Polisano http://storielontante.blogspot.com
giovedì 26 maggio 2011
LA PACE DI BALA MURGHAB
Qala-e-Naw– Bala Murghab. E già il nome mette un po' di paura. Una delle zone più a rischio di tutto l'Afghanistan. Ricordo una scritta di un ragazzo poco più che 20enne. Una data poi recitava così: "è finita. Si torna a casa. Strada Herat - Bala Murghab...Vaffanculo". Dice tutto. Ci parla della paura, della tensione, ma allo stesso tempo del coraggio. Si quel coraggio che alcuni neanche sanno di avere, ma che viene fuori nei momenti difficili. Parlavo della paura. Si. Anche quella della pace. Perchè in una terra come quella dell'Afghanistan, le certezze non esistono. Esistono i momenti, gli attimi. E a volte anche la parola pace fa paura. Fa paura perchè può venire meno. Fa paura, proprio come la guerra. La speranza, invece, quella rimane. La notizia è di quelle che fa notizia. 116 insorti, attivi nella provincia di Badghis hanno rinunciato alla violenza aderendo al programma di pace e reintegrazione istituito dal Governo Afghano. L’evento è di oggi ed è avvenuto negli uffici del Direttorato Nazionale della Sicurezza (NDS) della città di Qala-e-Naw. Numerose autorità locali, tra le quali Delbar Jan Arman, governatore della provincia di Badghis, hanno presenziato alla cerimonia. Gli insorti si sono presentati in due gruppi numerosi depositando le loro armi su alcuni tavoli preparati per l’occasione. Un segnale importante.Rivolto a tutti noi. Perchè, come diceva qualcuno, davvero la guerra è la più grande sconfitta dell'umanità.
Mirko Polisano
Mirko Polisano
martedì 19 aprile 2011
MEDIORENTE, LEZIONE DAI POPOLI IN FUGA
di Simona di Michele
L’immigrazione dal Maghreb in rivolta è un fenomeno complesso che coinvolge tanto gli aspetti politici, diplomatici ed organizzativi quanto quelli umanitari e legati all’integrazione tra culture. Da quando, a metà febbraio scorso, si prefigurava la possibilità dell’arrivo di un “esodo biblico” di migranti sulle nostre coste, non si è invece assistito alla promozione efficace di nessuno di questi due livelli di analisi: le forze di governo nostrane ed europee, lungi dal prepararsi preventivamente nei confronti di uno scenario simile, hanno procrastinato qualsiasi decisione efficace, scaricandosi vicendevolmente la responsabilità di “sopportare” il peso dei nuovi venuti nordafricani. La disorganizzazione strategica e la scarsa volontà politica italiana di un pronto intervento hanno inoltre causato l’esasperazione degli abitanti delle zone che hanno accolto i migranti. Ciò ha in parte amplificato l’immaginario di pregiudizi e di stereotipi verso di loro, relegando sullo sfondo anche il secondo aspetto, quello della solidarietà, della tolleranza e dell’integrazione, e anteponendo ad esso l’atavica paura dell’integralismo islamico.
Sul versante politico, tanto l’Italia quanto l’Unione Europea si sono approcciate al fenomeno prive di un reale senso di pragmatismo e solidarietà: l’accordo tra il governo, le regioni e gli enti locali italiani per accogliere fino a cinquantamila profughi “equamente distribuiti nel territorio nazionale”, siglato il 30 marzo e prontamente seguito dall’attracco al porto di Lampedusa della prima nave prevista per il trasferimento dei migranti dall’isola, più che prefigurare l’avvio di una politica interna finalmente lungimirante ed equilibrata, ne ha riconfermato le contraddizioni. Le “altre destinazioni” prescelte per accogliere i migranti sono state infatti ulteriori città del sud dell’Italia: decisione che ben si coniuga con le sconcertanti dichiarazioni di alcuni politici italiani, come quelle rilasciate dal leader della Lega Nord Umberto Bossi ai giornalisti che lo hanno intervistato a fine marzo, “Gli immigrati [è] meglio tenerli al sud. La soluzione è prenderli dall’isola e rimandarli a casa. E comunque è meglio tenerli vicini a casa loro. Per portarli sulle Alpi devi fare migliaia di chilometri...”.La latitanza dell’Unione Europea nella concretizzazione di interventi veramente efficaci e definitivi nei confronti dell’immigrazione non produce minore indignazione: il caso più evidente è rappresentato dalla Francia di Sarkozy, tanto più chiusa all’accoglienza dei migranti quanto più invece si rivela la destinazione ultima agognata dalla stragrande maggioranza dei tunisini che lì si vogliono ricongiungere con famiglie, amici e conoscenti.
In conclusione, tanto la governance italiana quanto quella europea hanno saputo dimostrare fin dagli esordi una imbarazzante mancanza di solidarietà: l’Occidente del benessere e della ricchezza si è immediatamente defilato lasciando che fosse lo stesso paese da cui sono partiti i migranti a gestire sul proprio territorio un numero di persone (quelle provenienti dalla Libia) ben più alto di quello che ha raggiunto le nostre coste, e con l’ausilio di risorse (economiche, politiche, sociali) ancor più precarie perché destabilizzato dall’attuale fase critica della transizione.
In un simile scenario si rischia di perdere di vista la dimensione più importante, quella umana: i migranti, spersonalizzati dalla retorica politica, perdono la dignità di esseri umani perché vengono tramutati in numeri scomodi da organizzare, in oneri gravosi che tutti, per un motivo o per un altro, preferiscono non avere nel proprio territorio. La dimensione umana viene negata anche a coloro che li dovrebbero accogliere, nel momento in cui le carenze governative li costringono a preoccuparsi delle contingenze materiali piuttosto che della possibilità di costruire con i migranti un tangibile e sereno clima di integrazione: in un’Italia totalmente squilibrata, con un sud “invaso” e un nord che si rifiuta di aprire le proprie porte ai migranti, la sola condivisione possibile coi nuovi venuti può riguardare esclusivamente gli aspetti più negativi e problematici, ovvero l’intollerabilità delle assurde condizioni igieniche, sociali e psicologiche in cui versano insieme migranti e residenti. L’Italia, nell’ottica dei migranti, è del resto un paese di passaggio: la meta reale è l’Europa, che rappresenta per i giovani harraga la prospettiva di un lavoro e la speranza di abbracciare i propri cari. La transitorietà del loro passaggio nel nostro paese, l’accoglienza politica stentata e diffidente (l’unica che viene loro garantita) e la difficoltà di trovare negli italiani un interlocutore totalmente disposto ad aiutarne l’assimilazione sono tutti fattori che aprono una voragine sempre più profonda tra noi e loro. Una distanza che, vista la situazione odierna dei paesi del Mediterraneo, è da considerarsi, nel minore dei casi, del tutto anacronistica. La natura del fenomeno migratorio, dunque, ha una valenza molto complessa nella misura in cui induce a riflettere su ciò che noi stessi, in quanto popolo, siamo abituati a dare agli altri, e su quanto rischiamo assuefacendoci alle debolezze di un governo che ci imprigiona nei nostri stessi pregiudizi. I migranti che giungono sulle coste italiane possono rappresentare un monito per le nostre coscienze; tramite la loro venuta dobbiamo renderci conto di quanto gli errori del governo ci stiano impedendo di essere, agli occhi di chi chiede il nostro aiuto, una opportunità per il loro futuro, e per il nostro.
Simona di Michele
L’immigrazione dal Maghreb in rivolta è un fenomeno complesso che coinvolge tanto gli aspetti politici, diplomatici ed organizzativi quanto quelli umanitari e legati all’integrazione tra culture. Da quando, a metà febbraio scorso, si prefigurava la possibilità dell’arrivo di un “esodo biblico” di migranti sulle nostre coste, non si è invece assistito alla promozione efficace di nessuno di questi due livelli di analisi: le forze di governo nostrane ed europee, lungi dal prepararsi preventivamente nei confronti di uno scenario simile, hanno procrastinato qualsiasi decisione efficace, scaricandosi vicendevolmente la responsabilità di “sopportare” il peso dei nuovi venuti nordafricani. La disorganizzazione strategica e la scarsa volontà politica italiana di un pronto intervento hanno inoltre causato l’esasperazione degli abitanti delle zone che hanno accolto i migranti. Ciò ha in parte amplificato l’immaginario di pregiudizi e di stereotipi verso di loro, relegando sullo sfondo anche il secondo aspetto, quello della solidarietà, della tolleranza e dell’integrazione, e anteponendo ad esso l’atavica paura dell’integralismo islamico.
Sul versante politico, tanto l’Italia quanto l’Unione Europea si sono approcciate al fenomeno prive di un reale senso di pragmatismo e solidarietà: l’accordo tra il governo, le regioni e gli enti locali italiani per accogliere fino a cinquantamila profughi “equamente distribuiti nel territorio nazionale”, siglato il 30 marzo e prontamente seguito dall’attracco al porto di Lampedusa della prima nave prevista per il trasferimento dei migranti dall’isola, più che prefigurare l’avvio di una politica interna finalmente lungimirante ed equilibrata, ne ha riconfermato le contraddizioni. Le “altre destinazioni” prescelte per accogliere i migranti sono state infatti ulteriori città del sud dell’Italia: decisione che ben si coniuga con le sconcertanti dichiarazioni di alcuni politici italiani, come quelle rilasciate dal leader della Lega Nord Umberto Bossi ai giornalisti che lo hanno intervistato a fine marzo, “Gli immigrati [è] meglio tenerli al sud. La soluzione è prenderli dall’isola e rimandarli a casa. E comunque è meglio tenerli vicini a casa loro. Per portarli sulle Alpi devi fare migliaia di chilometri...”.La latitanza dell’Unione Europea nella concretizzazione di interventi veramente efficaci e definitivi nei confronti dell’immigrazione non produce minore indignazione: il caso più evidente è rappresentato dalla Francia di Sarkozy, tanto più chiusa all’accoglienza dei migranti quanto più invece si rivela la destinazione ultima agognata dalla stragrande maggioranza dei tunisini che lì si vogliono ricongiungere con famiglie, amici e conoscenti.
In conclusione, tanto la governance italiana quanto quella europea hanno saputo dimostrare fin dagli esordi una imbarazzante mancanza di solidarietà: l’Occidente del benessere e della ricchezza si è immediatamente defilato lasciando che fosse lo stesso paese da cui sono partiti i migranti a gestire sul proprio territorio un numero di persone (quelle provenienti dalla Libia) ben più alto di quello che ha raggiunto le nostre coste, e con l’ausilio di risorse (economiche, politiche, sociali) ancor più precarie perché destabilizzato dall’attuale fase critica della transizione.
In un simile scenario si rischia di perdere di vista la dimensione più importante, quella umana: i migranti, spersonalizzati dalla retorica politica, perdono la dignità di esseri umani perché vengono tramutati in numeri scomodi da organizzare, in oneri gravosi che tutti, per un motivo o per un altro, preferiscono non avere nel proprio territorio. La dimensione umana viene negata anche a coloro che li dovrebbero accogliere, nel momento in cui le carenze governative li costringono a preoccuparsi delle contingenze materiali piuttosto che della possibilità di costruire con i migranti un tangibile e sereno clima di integrazione: in un’Italia totalmente squilibrata, con un sud “invaso” e un nord che si rifiuta di aprire le proprie porte ai migranti, la sola condivisione possibile coi nuovi venuti può riguardare esclusivamente gli aspetti più negativi e problematici, ovvero l’intollerabilità delle assurde condizioni igieniche, sociali e psicologiche in cui versano insieme migranti e residenti. L’Italia, nell’ottica dei migranti, è del resto un paese di passaggio: la meta reale è l’Europa, che rappresenta per i giovani harraga la prospettiva di un lavoro e la speranza di abbracciare i propri cari. La transitorietà del loro passaggio nel nostro paese, l’accoglienza politica stentata e diffidente (l’unica che viene loro garantita) e la difficoltà di trovare negli italiani un interlocutore totalmente disposto ad aiutarne l’assimilazione sono tutti fattori che aprono una voragine sempre più profonda tra noi e loro. Una distanza che, vista la situazione odierna dei paesi del Mediterraneo, è da considerarsi, nel minore dei casi, del tutto anacronistica. La natura del fenomeno migratorio, dunque, ha una valenza molto complessa nella misura in cui induce a riflettere su ciò che noi stessi, in quanto popolo, siamo abituati a dare agli altri, e su quanto rischiamo assuefacendoci alle debolezze di un governo che ci imprigiona nei nostri stessi pregiudizi. I migranti che giungono sulle coste italiane possono rappresentare un monito per le nostre coscienze; tramite la loro venuta dobbiamo renderci conto di quanto gli errori del governo ci stiano impedendo di essere, agli occhi di chi chiede il nostro aiuto, una opportunità per il loro futuro, e per il nostro.
Simona di Michele
domenica 20 marzo 2011
CALPESTI E DERISI: 150 ANNI DI UNITA' TRA FESTE E FESTINI...
"W l'Italia dimenticata e da dimenticare...". Così cantava De Gregori, e il popolo delle canzonette è lo stesso che un po' poi ci rappresenta ogni giorno. L'Italia dimenticata. Quella di ieri, di De Pretis, Mazzini, Garibaldi, ma ancora più lontano quella dimenticata di Dante, Petrarca, Boccaccio e ancora di Foscolo, Leopardi, Pascoli, ma anche Leonardo e Michelangelo. Giotto. L'Italia di Pertini, di Pasolini, del neorealismo, di Pirandello, Montale, e Grazia Deledda. L'Italia di De Sica, Mastroianni, Sordi, Fo, Fabrizi, Totò e Eduardo. E di tutti gli altri che hanno fatto la storia nel bene e nel male di questo Paese. Che scriviamo con la maiuscola ma che fino a ieri si gridava Italia, per la maggior parte, nelle canzoni di Reitano e Cutugno. L'Italia di Mussolini e di Piazzale Loreto. L'Italia di Ustica e di Piazza Fontana. L'Italia delle contraddizioni che oggi canta l'inno, ma poi alla fine conosce solo la prima strofa. E magari la canticchia pure la mattina sotto la doccia o mentre si fa la barba, prima di addentrarsi nel traffico di una tangeziale. L'Italia che oggi celebra la Patria, ma che si ricorda di essa solo quando un militare torna avvolto da un tricolore. E lo chiamiamo eroe. Proprio come chi ogni giorno in ambulanza salva vite umane. L'Italia del Vaticano che oggi ci dice che il mondo della Chiesa è stato fondamentale per la storia dell'Unità nazionale. Ma non dice che la chiesa è stata pronta a scomunicare Garibaldi e Cavour e tutti i responsabili della Breccia di Porta Pia, tappa importantissima della storia del Risorgimento. Però è stata "fondamentale". L'Italia che oggi applaude Napolitano, ma che vestita di verde non canta l'inno di Mameli in Parlamento e esce dall'aula in consiglio regionale in Lombardia. L'Italia che a Salsomaggiore, ancora per poco, celebra Miss Italia, e più in là elegge Miss Padania e Miss Camicia Verde. L'Italia che ama la pizza, la pasta e il gelato, ma poi mangia il sushi o gli involtini primavera, anche solo perchè costano poco. L'Italia dei precari, dell'incertezza, delle rate. L'Italia che ha sostituito la parola "cambiale" con Rid, impronunciabile fino a qualche anno fa.Così come era impronunciabile week-end, ma oggi per noi è sacro. Anche solo se lo passiamo sul divano a guardare Domenica In, Costanzo e la D'Urso su Canale Cinque o le sintesi di Grande Fratello o Isola dei Famosi. E poi ci lamentiamo se ci bombardano di tv spazzatura. Ed ecco l'Italia di oggi, in tv tra Sara e Yara, e in politica tra feste e festini. L'Italia che vuole il nucleare, ma che siccome è successo in Giappone...è meglio di no! Proprio come abbiamo fatto con l' 11 settembre: gli arabi per carità! Distinguendo e generalizzando...però come corriamo a Sharm el Sheik o come ci piace il kebab. E oggi che il medio-oriente scende in piazza: no niente Tunisia nè Mar Rosso, ma è meglio scendere in piazza anche noi, con le donne, che non sono seconde a nessuno. Un concetto scontato, ma che purtroppo in Italia va ribadito. Perchè negli ultimi tempi le donne da difendere erano solo quelle che potevano essere nipoti di qualcuno o quelle che la sera provano a ballare sul tavolo di una discoteca. Oggi ci scandalizziamo per questo, ma ieri sbavavamo dietro a Colpo Grosso, alle gambe della Parietti e al seno della Fenech. Però abbiamo straordinarie capacità. La prima, quella della solidarietà di un popolo: insieme a salvare Firenza dall'alluvione o L'Aquila da un terremoto, ma anche un bambino da un pozzo a Vermicino. Insieme, davanti ad un tricolore. Quel tricolore che, si, rapprensenta tutti noi, che si voglia o no, e che dovremmo festeggiare da oggi e per i prossimi 150 anni e non solo quando scendono in campo gli azzurri o quando muore un alpino in Afghanistan.
Ha ragione de Gregori...W l'Italia. Quella che non ha paura. Di dire anche queste cose.
Mirko Polisano
Ha ragione de Gregori...W l'Italia. Quella che non ha paura. Di dire anche queste cose.
Mirko Polisano
domenica 13 marzo 2011
MONDO ROSA: IL TALENTO DELLE DONNE
Ho deciso di dedicare questo penesiero del mese di marzo alle donne. Perché, proprio in un momento in cui tutti lo gridano, noi in questo ci abbiamo sempre creduto. Nelle donne e nel loro talento. Ne abbiamo raccolte quattro e forse più, che ci raccontano la loro vita tra successi e difficoltà. Perché loro sul lavoro, le difficoltà le hanno trovate e le troveranno. Perché loro le scorciatoie non sanno cosa siano.
Io ne vedo tante di donne, ogni giorno. Dalle mie insegnanti che da insegnare avevano davvero tanto. Ricordo la mia maestra, madre di due figli, che si divideva tra noi, loro e i suoi problemi di salute. E non ha mai trascurato nessuno. La mia prof delle medie. Sola con un gioiello di nome Anna Chiara. Speciale proprio per quel suo cromosoma in più. E Nicoletta di educazione fisica che ha dovuto abbandonare la cattedra, ma non ha dimenticato i suoi alunni. E Patrizia che nella vita non si è mai arresa. Odiava la matematica e non gliela diede vinta. Divenne professoressa di quella materia. Una battaglia personale che è riuscita a vincere. Ma la più grande, purtroppo, l’ha persa un giorno di agosto, lasciandoci soli, nell’anno della maturità.
Poi, le donne della mia famiglia. Ma che possono essere quelle di qualsiasi altra. A partire dalle nonne, pronte ad ascoltare, forti nonostante la malattia; severe ma allo stesso tempo capaci di volersi e volerti bene. È alle “donne qualunque” che è rivolto il numero di questo mese. Chi va a lavorare per arrotondare uno stipendio che non basta, chi accompagna i propri figli a scuola, chi ha il coraggio di credere ancora nel lavoro che ha sempre sognato, ma anche a quelle sole, disoccupate e che nonostante tutto, non si arrendono.
È anche per loro che ho deciso di prendere parte alla giornata della mobilitazione, in cui in tante sono scese in piazza. Per dire basta. Basta all’immagine della bionda, bella e stupida, basta all’immagine della sciocca, basta alla carriera che cresce sotto una scrivania. Basta a chi festeggia la donna l’8 marzo, come se fosse un contentino di cui andare fieri.
C’è un bell’articolo nella nostra rubrica “Il Talento nel Mondo”, parla dei Veli di Dubai, dove le donne indossano il tradizionale velo islamico. Sono stato in Afghanistan e inutile dire del burqa e delle donne-fantasma. Sembra che nel mondo arabo i diritti della donna si vietino attraverso la religione. Ma non tutti sanno che qui c’è un clamoroso equivoco culturale. La religione islamica, infatti, non prevede nessuna copertura tipo burqa: quella cristiana, paradossalmente, sì.
La storia è interessante. Era l’inizio del 1900 quando Habubullah Khan, grande emiro dell’ Afghanistan, impose alle duecento donne del suo harem una speciale copertura che scongiurasse ogni tentazione maschile, che non fosse la sua. Più in generale, fuori dalla residenza reale, le donne dell’emiro non dovevano neppure essere guardate: e nacque il burqa, inquietante copertura che da principio contraddistinse le donne di alto ceto. Ma di religioso, appunto, non c’era nulla. Il Corano non ne parla, anzi, quando genericamente affronta l’argomento – al verso 59 della sura XXXIII – dice che le donne devono essere riconosciute, come è possibile fare con tutte le coperture islamiche tranne una, o una e mezza: col burqa, appunto, e assai spesso col niqab, che serve a velare il volto lasciando scoperti solo gli occhi. Nel tempo, tuttavia, il burqa si diffuse in tutto l’Afghanistan: e mentre i ceti elevati lo abbandonavano, quelli poveri lo facevano loro. Sembrava dovesse sparire nel 1961, in Afghanistan, che una legge ne aveva vietato l’uso alle dipendenti pubbliche: ma poi ci fu la guerra civile e il regime teocratico dei talebani giunse progressivamente a vietare a ogni donna di mostrare il volto. Il burqa divenne una regola che oggi resta discretamente rispettata anche in Iran, in parte della Palestina, del Libano, dello Yemen, dell’Arabia Saudita – nell’entroterra meno acculturato – e in generale dove ci sono musulmani sciiti. Difficilmente vedrete un burqa in Egitto, Turchia, Emirati Arabi, Kuwait, Indonesia o India.
Se uno stesse fedelmente al Vangelo, invece, potrebbe rifarsi alla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi: «Ogni donna che prega senza velo sul capo manca di riguardo al proprio capo… Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza». Va da sé, tuttavia, che una differenza tra islamismo e cattolicesimo sta proprio nel come le due religioni si rapportano ai testi sacri e come i fedeli si rapportano alla religione stessa. Il risultato è che la veletta in testa, oggi, al limite la mette qualche vecchietta del sud all’ora del vespro, pur essendo “prescritto” dalla nostra religione, mentre il burqa in Afghanistan, e non solo, è una regola da rispettare per un buon islamico… pur non essendo scritto da nessuna parte…
Resta il fatto che fa parte di una cultura che possiamo non condividere, ma non scandalizzarci. Perché quanto accade in Italia è l’estremo opposto di quanto avviene in altre parti del mondo.
E anche qui, per fortuna, si è iniziato a scendere in piazza!
Mirko Polisano
Io ne vedo tante di donne, ogni giorno. Dalle mie insegnanti che da insegnare avevano davvero tanto. Ricordo la mia maestra, madre di due figli, che si divideva tra noi, loro e i suoi problemi di salute. E non ha mai trascurato nessuno. La mia prof delle medie. Sola con un gioiello di nome Anna Chiara. Speciale proprio per quel suo cromosoma in più. E Nicoletta di educazione fisica che ha dovuto abbandonare la cattedra, ma non ha dimenticato i suoi alunni. E Patrizia che nella vita non si è mai arresa. Odiava la matematica e non gliela diede vinta. Divenne professoressa di quella materia. Una battaglia personale che è riuscita a vincere. Ma la più grande, purtroppo, l’ha persa un giorno di agosto, lasciandoci soli, nell’anno della maturità.
Poi, le donne della mia famiglia. Ma che possono essere quelle di qualsiasi altra. A partire dalle nonne, pronte ad ascoltare, forti nonostante la malattia; severe ma allo stesso tempo capaci di volersi e volerti bene. È alle “donne qualunque” che è rivolto il numero di questo mese. Chi va a lavorare per arrotondare uno stipendio che non basta, chi accompagna i propri figli a scuola, chi ha il coraggio di credere ancora nel lavoro che ha sempre sognato, ma anche a quelle sole, disoccupate e che nonostante tutto, non si arrendono.
È anche per loro che ho deciso di prendere parte alla giornata della mobilitazione, in cui in tante sono scese in piazza. Per dire basta. Basta all’immagine della bionda, bella e stupida, basta all’immagine della sciocca, basta alla carriera che cresce sotto una scrivania. Basta a chi festeggia la donna l’8 marzo, come se fosse un contentino di cui andare fieri.
C’è un bell’articolo nella nostra rubrica “Il Talento nel Mondo”, parla dei Veli di Dubai, dove le donne indossano il tradizionale velo islamico. Sono stato in Afghanistan e inutile dire del burqa e delle donne-fantasma. Sembra che nel mondo arabo i diritti della donna si vietino attraverso la religione. Ma non tutti sanno che qui c’è un clamoroso equivoco culturale. La religione islamica, infatti, non prevede nessuna copertura tipo burqa: quella cristiana, paradossalmente, sì.
La storia è interessante. Era l’inizio del 1900 quando Habubullah Khan, grande emiro dell’ Afghanistan, impose alle duecento donne del suo harem una speciale copertura che scongiurasse ogni tentazione maschile, che non fosse la sua. Più in generale, fuori dalla residenza reale, le donne dell’emiro non dovevano neppure essere guardate: e nacque il burqa, inquietante copertura che da principio contraddistinse le donne di alto ceto. Ma di religioso, appunto, non c’era nulla. Il Corano non ne parla, anzi, quando genericamente affronta l’argomento – al verso 59 della sura XXXIII – dice che le donne devono essere riconosciute, come è possibile fare con tutte le coperture islamiche tranne una, o una e mezza: col burqa, appunto, e assai spesso col niqab, che serve a velare il volto lasciando scoperti solo gli occhi. Nel tempo, tuttavia, il burqa si diffuse in tutto l’Afghanistan: e mentre i ceti elevati lo abbandonavano, quelli poveri lo facevano loro. Sembrava dovesse sparire nel 1961, in Afghanistan, che una legge ne aveva vietato l’uso alle dipendenti pubbliche: ma poi ci fu la guerra civile e il regime teocratico dei talebani giunse progressivamente a vietare a ogni donna di mostrare il volto. Il burqa divenne una regola che oggi resta discretamente rispettata anche in Iran, in parte della Palestina, del Libano, dello Yemen, dell’Arabia Saudita – nell’entroterra meno acculturato – e in generale dove ci sono musulmani sciiti. Difficilmente vedrete un burqa in Egitto, Turchia, Emirati Arabi, Kuwait, Indonesia o India.
Se uno stesse fedelmente al Vangelo, invece, potrebbe rifarsi alla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi: «Ogni donna che prega senza velo sul capo manca di riguardo al proprio capo… Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza». Va da sé, tuttavia, che una differenza tra islamismo e cattolicesimo sta proprio nel come le due religioni si rapportano ai testi sacri e come i fedeli si rapportano alla religione stessa. Il risultato è che la veletta in testa, oggi, al limite la mette qualche vecchietta del sud all’ora del vespro, pur essendo “prescritto” dalla nostra religione, mentre il burqa in Afghanistan, e non solo, è una regola da rispettare per un buon islamico… pur non essendo scritto da nessuna parte…
Resta il fatto che fa parte di una cultura che possiamo non condividere, ma non scandalizzarci. Perché quanto accade in Italia è l’estremo opposto di quanto avviene in altre parti del mondo.
E anche qui, per fortuna, si è iniziato a scendere in piazza!
Mirko Polisano
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