mercoledì 27 gennaio 2016

POLONIA, BACKSTAGE

Cracovia (Polonia)- Arrivammo a Cracovia di mattina presto. Gennaio di qualche anno fa. Inverno rigido, strade impraticabili e neve. L'aeroporto era molto distante dal centro città, dove alloggiavamo. Un mini bus mezzo ammaccato ci avrebbe dovuto portare a destinazione per pochi zloty, l'euro ancora era un miraggio. Metà del viaggio e un gran rumore ci sveglia dal sonno ripreso dopo un'alzataccia alle cinque di mattina. Abbiamo bucato sull'autostrada. Il conducente non si perde d'animo e tra le auto che sfrecciano cambia in pochi minuti la gomma. Si riparte. Sosta in albergo (chiamarlo così è un parolone) e poi in giro per sentire gli umori della gente e iniziare a scoprire questa città da raccontare. Non siamo in grado di stare tanto a lungo al freddo e troviamo riparo in un pub: due birre e due cheeseburger. Dopo un pomeriggio di riprese, andiamo a cena con Maria e Mirko, i nostri contatti che ci accompagneranno in questo reportage. Si mangia presto. L'appuntamento è alle sette in uno dei più rinomati locali del centro. Carne alla griglia e una serie di specialità polacche. <<Dovete assaggiare tutto>>, ci dicono. Maria ha con sè un dizionario polacco-italiano che le suggerisce qualche parola che non sa dire o che non conosce. Grazie a loro, prendiamo appuntamento con una guida italiana che lavora nel campo di concentramento di Auschwitz. Riusciamo ad accordarci per il nostro reportage. L'indomani, infatti, sarà il 27 gennaio l'anniversario della fine della Shoah. Lavoriamo senza sosta e riprendere, girare e intervistare in quei luoghi fa cadere anche quella barriera di distacco che - solitamente- si deve creare tra noi e le Storie che raccontiamo. Testimonianze uniche che resteranno nel nostro vissuto di uomini, prima che di giornalisti e reporter. Abbiamo sete di conoscenza. Per caso - come nascono le migliori notizie- ci imbattiamo in un personaggio. Eligio, ex fotografo finito a organizzare viaggi con le scolaresche di Latina e Formia. Ha organizzato una visita alla città di Oswiecim (il nome originale polacco di Auschwitz) per la solenne cerimonia della Giornata della Memoria prima nel centro cittadino, poi a Birkenau. Cerchiamo di convincerlo a portarci con lui. Non possiamo perdere l'occasione. Neanche a farlo apposta il suo albergo è vicino al nostro, tanto da poterlo raggiungere a piedi. Loro partono presto, ma per noi non è un problema. Altra sveglia all'alba. Siamo su quel pullman circondati da un'orda di studenti che fanno a gara per accaparrarsi gli ultimi posti. Incontriamo il sindaco di Auschwitz, tanti sopravvissuti, finchè sulla spianata non compare lui. Un dissidente ucraino. Si presenta con il pigiama a righe che indossava quando era prigioniero di Birkenau. Tutto quello che abbiamo visto, raccolto lì fa parte del racconto giornalistico e mi risulta davvero difficile - per emozione e dignità di contenuti- riportarlo in questo breve "back stage". Si fa notte, la scolaresca è andata via e noi non sappiamo nemmeno come tornare. Ci fermiamo ad una fermata dell'autobus e Attilio, un italiano conosciuto per caso ci indica la linea giusta per arrivare in stazione. Mirko e Maria ci danno appuntamento nel teatro principale di Cracovia. Siamo stati invitati dalla Provincia a vedere uno spettacolo. Arriviamo stanchi e in ritardo. Ci sediamo dove capita e non sapendo la lingua già vogliamo scappare. Non si tratta di una commedia teatrale, bensì di una serata di cabaret. E' polacco, si ma non sappiamo come ridiamo anche noi pur non capendo nulla. Alla fine da "giornalisti" siamo invitati alla cena di gala riservata alle autorità. La presidente della Provincia è entusiasta e ci accoglie con grande affetto. Il buffet è a base di zuppe. Due varietà: alla carne o ai funghi. Roberto, il cameraman partito con me, storce un po' il naso. Ma dopo tutto quello che abbiamo visto, sentito, toccato con mano non possiamo certo darla vinta a qualche capriccio da viziati. Si dorme poche ore. Di notte siamo già in viaggio verso l'aeroporto. L'indomani mattina a Roma abbiamo un'ultima intervista. Siamo veramente stanchi. Roberto è sempre meno propositivo. <<Ah Polisà bbasta!>>. Ovviamente l'abitazione dove dobbiamo recarci è all'uscita della metro opposta a quella scelta da noi. Percorriamo tutta la circonferenza di piazza Vittorio. Marisa è un'insegnante in pensione. La sua storia ci colpisce come e più di quelle degli altri. In meno di 72 ore, avremmo dormito poco più di quattro ore di fila per notte. Ritorniamo a casa, finalmente e guardiamo tutto il materiale. Un lavoro che ci ha sicuramente arricchito come uomini più che come professionisti. 

Un viaggio  senza il quale, forse, oggi non saremmo gli stessi. 

Mirko Polisano

Io e Roberto a Cracovia (Polonia)
  

mercoledì 14 ottobre 2015

TANZANIA, QUANDO DARE E' PIU' BELLO DI RICEVERE...

Roma- Matteo ha 17 anni. E' mio cugino e ogni tanto si ferma ad ascoltare le mie "Storie", quando gli parlo di viaggi e di paesi lontani. Si è ricordato dell'Africa e di quei ragazzi che giocavano con un pallone fatto di buste di plastica. Chi alternava uno scarpino a un piede scalzo, perchè l'altro si era perso. Gli raccontai di quando portammo le nostre magliette di quando giocavamo lì ai giovani della Tanzania e dei loro sorrisi nell'indossare i numeri 10 dei nostri Baggio, Vieri e Del Piero. Così mi ha preparato una borsa con le sue magliette e mi ha detto: "la prossima volta che vai portagliele". Ci ha pensato Carla, donna straordinaria a farle arrivare laggiù, in quei villaggi poveri e sperduti. Ecco Moody e Abet con le magliette di Matteo, 17 anni compiuti oggi. Quando dare è più importante di tutti i bei regali ricevuti in questo compleanno.

Mirko Polisano

Mody e Habet dalla Tanzania con le magliette di Matteo

martedì 25 agosto 2015

ROMA, SONO DAVVERO SICURI I NOSTRI CIELI?

Roma- I cieli di Roma sono sicuri? Qualcuno inizia ad avere dubbi. L’elicottero che ha fornito la copertura aerea al feretro di Vittorio Casamonica con tanto di caduta libera di petali di rose era in mano a un 27enne. A.G., originario di Napoli, che con quell’ultraleggero ha fatto ciò che voleva, dovrà chiarire la propria versione dei fatti. A partire dalla richiesta del “notam”, il piano di volo che l’Enac concede per il decollo. L’uomo non poteva non sapere del divieto valido per i monomotore nel cuore di Roma. L’ente nazionale per l’aviazione civile, responsabile per competenza, non vuole fermarsi solo alla sospensione della patente ma sta pensando a una vera “no fly zone” per i velivoli privati. Stesso provvedimento ora in vigore a Milano per tutta la durata dell’Expò. Può sorvolare solo chi avrà l’autorizzazione della Prefettura. Nella ricostruzione della dinamica dell’accaduto, alla bega civile si affianca quella militare. Qualcuno ha comunicato via radio che c’era un velivolo a pochi passi da un obiettivo sensibile delle forze armate? A cinquecento metri in linea d’aria dalla chiesa San Giovanni Bosco, sorge il COI. Il comando operativo di vertice interforze che offre supporto militare in casi di straordinaria necessità ed urgenza. Una sorta di “Pentagono” italiano. Possibile che radar e antenne non abbiano registrato nulla? Interrogativi che imbarazzano anche gli ambienti della Difesa, che pur vogliono restare al di fuori da questa storia. “È una questione che interessa l’aviazione civile”, commentano laconici da via XX Settembre. Il decollo immediato dei caccia non sarebbe potuto avvenire nei pochi istanti della deviazione non autorizzata. “Non bisogna cadere in allarmismi   – è quanto trapela da Palazzo Aeronautica-  nessuno al mondo è in grado di controllare un oggetto non identificato che si alza da terra di trecento metri”. L’ordine di «scramble», cioè di decollo immediato su allarme, scatta mediante una rete di sensori che coinvolge una serie di informatori dall’intelligence alle forze dell’ordine, fino ai testimoni oculari. “L’aeronautica - ribadiscono fonti militari- veglia attraverso una rete radar che traccia il percorso. Un elicottero piccolo come quello che ha volato sui cieli di Roma l’altro giorno – fanno intendere i piloti della forza armata - poteva non essere stato individuato dal radar”. L’unica spiegazione plausibile resta quella che il giovane pilota possa aver comunicato la fase di atterraggio, dopodiché abbia disattivato il trasponder, l’attrezzatura che manda messaggi alla torre di controllo, e effettuato la deviazione non autorizzata. Una manovra che ha fatto saltare l’intero sistema di sicurezza.

Mirko Polisano

pubblicato su "Il Messaggero" - edizione nazionale il 24.08.2015


venerdì 31 luglio 2015

AFGHANISTAN, IL DRAMMA DI HAMIDULLAH

Farah (Afghanistan)- Le montagne segnano il profilo di questo territorio. Avvolte da quella che può sembrare una fitta nebbia, in realtà è sabbia. È polvere. Ti guardi intorno, pronto a raccogliere storie che sembrano tutte uguali, che parlano di uomini che non hanno paura di sacrificare se stessi. Poi, da lontano vedi arrivare un bambino. È in braccio al padre e bussa alla porte della base. Le perquisizioni di rito, e la visita in infermeria. Così ho conosciuto Hamidullah. Quella di Hamidullah è una storia che ti resterà dentro. Perché parla di un bambino di cinque anni, figlio di questo paese, della guerra e della povertà. Cinque anni, forse. Perché qui in Afghanistan, l’anno si riesce più o meno a recuperarlo, il giorno e il mese di nascita è a dir poco impossibile. Così accade per Amir, che non si sa neanche se è il padre di Hamidullah o per Abdullà, un presunto zio. Insomma, nessun documento, anagrafe zero e l’ultimo censimento risale alla fine degli anni ’70 e fu fatto dai russi. 

Hamidullah è arrivato in infermeria qualche mese fa con un piede ferito. Aveva una pietra conficcata nella pianta destra. La ferita ha fatto infezione e se non fosse stato per l’intervento dei medici militari italiani, non avremmo potuto nemmeno conoscerlo.

“Questa storia è una storia che tocca i sentimenti – mi dice commosso e allo stesso tempo entusiasta, Andrea Polo, il medico militare che ogni giorno visita Hamidullah- in un villaggio qui in zona abbiamo incontrato questo bambino e mi ha subito colpito il buco nel piede che, secondo me, è una visione emblematica della povertà, della miseria e dei danni della guerra nei confronti della popolazione infantile. Siamo convinti che aiutare Hamidullah, da una parte, significhi accendere una luce nuova su questa popolazione, che nemmeno il mondo sa che esiste…e aiutare questo bambino, almeno noi lo speriamo, è aiutare tutti i bambini dell’Afghanistan”

Restava un altro problema, però, quello della schiena, dove era stata riscontrata una massa tumorale. Non si sa di che entità. Occorreva un intervento medico in Italia, e il reggimento dei Lagunari “Serenissima” ha fatto il tutto per agevolare le lunghe pratiche burocratiche italiane ed europee. Con la consegna dei documenti, era stato raggiunto un primo obiettivo. Poi, l'empasse. Dalla notte al giorno, la famiglia di Hamidullah ha lasciato il villaggio e la casa dove viveva. I talebani hanno minacciato il padre: "se ti fai aiutare dagli occidentali, è la fine". Da qui la fuga: le possibilità di Hamidullah di avere un futuro si sono dissolte nel nulla.

Io, Hamidullah e la sua famiglia


È strano come lo sguardo di un bambino ti possa restare dentro. Non dimenticherò mai il volto di Hamidullah, che per me rappresenta tutto il mio Afghanistan. Racchiude l’espressione di un paese, anch’esso sofferente ma pieno di speranza. Quegli occhi ti restano dentro e quando vai via, non puoi far altro che pensarci e ripensarci.
Andrea è un medico straordinario e idealista ai limiti della follia, convinto che salvare il piccolo paziente, significa salvare tutti i bimbi e quindi tutti noi dalla pazzia della guerra. Gira il solito detto, che poi in tanti hanno riadattato un po’ per tutti i paesi dove la guerra si combatte con la vita, che recitava così: “noi abbiamo gli orologi…loro il tempo”. Chissà se anche Hamidullah avrà del tempo...

Mi piacerebbe incontrarlo di nuovo Hamidullah, magari proprio del suo paese. Ma non adesso. Tra venti anni, forse. Quasi come accade in una favola. Perchè significherebbe che è riuscito a farcela e soprattutto che è diventato grande. Ma non potrà essere così, purtroppo. Il finale "e vissero felici e contenti" non è stato scritto per chi vive in Afghanistan.

Mirko Polisano

martedì 14 aprile 2015

BOKO HARAM UN ANNO DOPO...ASPETTANDO IL PROSSIMO HASTAG

Boko Haram, "Bring Back Our Girls", un anno dopo. Da Michelle Obama al silenzio di oggi. Loro non sono Charlie e forse nemmeno vogliono esserlo. Noi, invece, vogliamo solo riflettere su un'informazione che si preoccupa più dei testimonial che delle notizie.

Al prossimo cartello, allora. Al prossimo selfie da Oscar e alla prossima nomination per una secchiata d'acqua. Aspettiamo di sapere solo quale sarà il prossimo hastag

#cercasinotizie

Michelle Obama in favore delle ragazze rapite da Boko Haram in Nigeria


Mirko Polisano

martedì 31 marzo 2015

AFGHANISTAN, LA MANOMISSIONE DELLE PAROLE

Può una non-guerra produrre una pace. Non c’è il punto interrogativo a questa non domanda. Ma serve a dare un’idea della situazione Afghanistan. Difficile e impervia come questo paese che vive le sue contraddizioni. Mille e infinite e dove anche le parole perdono il loro senso. Qui dove la notte non è notte per il fascio di luce delle brillanti stelle, dove la partenza non è mai un arrivo, perché ti sposti di base in base, dove la terra non è ferma ma trema sotto gli anfibi ogni volta che si esce. Uno stato che non è nazione, ma un insieme di tribù. Antiche e secolari. Le donne che non sono donne e i bambini che non sono più bambini. La giustizia è fatta di soldi, i diritti non sono quelli umani ma quelli acquisiti dal potere. Un angolo lontano del mondo, anello di congiunzione tra la Cina e l’Iran, tanto da ispirare il Grande Gioco di Kipling.  I russi lo occupano, gli americani si oppongono e armano i ribelli gli stessi ribelli che combattono l’invasione di oggi degli americani con le armi degli americani. Assurdo, come una missione di pace che però è fatta di fucili e mezzi blindati. Di linea del fuoco e di mitragliatrici. Di droni e di copertura aerea. E’ difesa che però diventa attacco. Le parole cambiano, si mimetizzano quasi. Hanno un altro senso. Anche quelle di chi non ce l’ha fatta hanno sempre un sapore diverso e se ci pensi anche più amaro. Giorgio se ne è andato a Kabul nel 2006. Il soldato buono: voleva sorprendere i bambini del Kosovo portando dei cornetti, ma loro non conoscevano né dolci, né colazioni… così Giorgio ritorna in quel villaggio e stavolta con del pollo arrosto. Amava il mare e i bambini. Oggi al Bambin Gesù c’è un macchinario che porta il suo nome. Un regalo di sua moglie Francesca. Alessandro ripeteva sempre la solita frase a mamma Dora: “Ti prometto che torno”. Parole al vento, quel vento che tante volte ha sfidato gettandosi con il paracadute. La passione per il basco amaranto e i Metallica. Disinnescava bombe, una di queste lo ha tradito. Francesco non voleva partire stavolta. Quasi se lo sentiva. Il saluto all’ascensore, senza voltarsi e senza guardarsi indietro. Da buon alpino. E’ ora di andare: Farah, Shindand, Bala Baluk. Nomi impronunciabili e posti da cui non è tornato. Oggi la battaglia di mamma Rosa e papà Gino è la ricerca della verità. David i libri li divorava. “Sull’amicizia e sulla lealtà ci avrebbe puntato anche l’anima” proprio come nella famosa canzone degli 883. Il suo sorriso e i suoi occhi rivivono in quelli di mamma Annarita. Amava la filosofia e credeva in Dio. Quel maledetto giorno nel deserto lontano da Bala Murghab gli hanno trovato un Vangelo. Lo aveva in tasca.


Giorgio Langella, Alessandro di Lisio, Francesco Positano, David Tobini e gli altri 49 caduti italiani dell’Afghanistan. Nessuno li ha mai raccontati così per quelli che sono: uomini prima di essere soldati. Onori a loro. Figli e vittime di una non-guerra che ha prodotto una non-pace.  

Mezzo Militare in Afghanistan


     


Mirko Polisano

sabato 28 febbraio 2015

AFGHANISTAN, IL TESORO NELLE GROTTE DI KABUL

Kabul- La Libreria nazionale di Gerusalemme ha reso pubblici una trentina di documenti ebraici, vecchi di mille anni, che sono stati scoperti casualmente in alcune grotte dell’Afghanistan orientale in aree controllate dai Talebani. Sono stati venduti di recente a quell’Istituto ”per una cifra considerevole” da commercianti di nazionalità imprecisata e fanno parte di un ”vero tesoro”, ancora all’estero.

Esso comprende centinaia di documenti provenienti dalla stessa zona che attorno all’anno Mille aveva forte rilevanza commerciale trovandosi lungo la storica ‘Via della Seta’. Un esperto della Libreria nazionale, il professor Haggai Ben Shammai, ha precisato alla stampa che parte di quei documenti sono scritti in ‘arabo ebraico’ (parole arabe riportate con lettere ebraiche) e in ‘persiano ebraico’ (parole farsi in caratteri ebraici). Altri ancora sono in scritti in una forma di ebraico che all’epoca era in uso a Baghdad. Dai testi si comprende che gli autori provenivano da comunità lontane fra cui Aleppo (Siria) ed Egitto.

Lo scritto più importante è attribuito al rabbino di origine egiziana Saadia Gaon, passato alla storia per aver tradotto in arabo i principali testi ebraici e per aver diretto una importante scuola rabbinica di Babilonia.

Mirko Polisano

Le grotte di Kabul (Afghanistan)

sabato 31 gennaio 2015

QUEL BAMBINO VENUTO DAL MARE...

Il racconto di Serena, il medico della Marina Militare che ha fatto nascere due bambini a bordo di Nave Etna. Il Presidente Napolitano l'ha ricordata nel suo ultimo di scorso agli italiani.

Messina- Le emozioni a volte hanno il volto delle persone e il suono delle parole. Serena Petricciuolo è un giovane medico della Marina Militare. Una donna che ha deciso di fare questo mestiere e di farlo così, tra la gente che vive di speranza. La stessa di quei viaggi lunghi, interminabili e maledetti che spesso si trasformano in tragedie. Persone in fuga dal nord-Africa, dalle guerre e dalle carestie. Persone come Kate, madre di quattro figli, che è partita dalla Nigeria ed è arrivata in Italia con il bambino che portava in grembo. Il giorno prima di Natale è stata salvata da Nave Etna impegnata nel pattugliamento delle nostre coste per dare assistenza, aiuto e supporto ai naufraghi in difficoltà. Imbarcata sull'unità di rifornimento c'è anche Serena, capo dello staff medico. E' qui che il destino ci mette del suo. Due storie che si incontrano. Kate è serena, ma il lungo viaggio è stancante e nelle sue condizioni ci vuole attenzione. Serena la sta aspettando con la sua "infermeria da combattimento". Così tra le onde del mare, a metà tra l'Italia e l'Africa è nato Salvatore. E' la notte del 25 dicembre. E' nato un altro bambino. Impossibile non riconoscere nella nave della Marina la grotta di Betlemme: come sembra accadere oggi per i migranti, anche Maria e Giuseppe stentarono a trovare accoglienza. Una straordinaria coincidenza fa rivivere il volto del Santo Bambino in quello del piccolo nigeriano: entrambi nati lo stesso giorno, entrambi diventati simbolo di speranza.

La dottoressa Serena Petricciuolo che ha fatto nascere Salvatore sulla nave Etna


Il Racconto. "Il freddo era gelido quella notte- racconta la dottoressa Petricciuolo- stavamo prestando i primi soccorsi. Kate era a bordo dalla mattina, ma non presentava i sintomi del travaglio. Con la sera la situazione cambiò. Alle 23.41 finalmente nacque Salvatore". Non ci sono parole per descrivere tutto questo. "Sono emozioni indelebili- ha spiegato la dottoressa Petricciuolo- è una gioia infinita che si combina con l'orgoglio di aver fatto davvero il proprio dovere. Salvatore è nato circondato da tanto affetto. Ci siamo procurati i plaid e abbiamo anche creato una piccola culla, dove potesse riposare un po'".

Il Discorso del Presidente. La sera di Capodanno in molti si preparano al cenone. In tv, c'è il discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a reti unificate. Serena è sempre sulla sua nave. E' in infermeria a sistemare le ultime cose. Qualcuno la chiama. Le dice: "Il Presidente ha fatto il tuo nome. Corri, corri". Napolitano la ricorda per il suo lavoro e per aver fatto nascere Salvatore. Dopo qualche giorno, la riusciamo a contattare telefonicamente per farci dire come ci si sente. "E' un onore- ci dice mentre la linea va e viene- è un'emozione che corona la passione di ogni giorno. E' un privilegio immenso". Quel privilegio che è toccato anche al papà, orgoglioso più che mai della sua bambina che da grande voleva fare il medico. Eccola Serena, con i gradi di Tenente di Vascello a darsi agli altri. Ci ha creduto e ha realizzato il suo sogno. Gli studi di medicina all'accademia di Livorno, le stellette sulla giacca e il mare. Le ricorda quello della "sua" Taranto, al quale si rivolgeva ogni tanto e dava un'occhiata a quel mondo lontano. Che adesso è così vicino.
Mirko Polisano

mercoledì 24 dicembre 2014

NATALE 2014, IL SELFIE PIU' BELLO

 Il nostro "selfie" più bello nel sud della Tanzania. Dal bisogno degli altri conosci e capisci il superfluo. E' la nostra missione, e forse anche un po' il senso del Natale. Auguri...Mirko


domenica 30 novembre 2014

ISIS, PRONTO L'ATTACCO NEL CUORE DELL'EUROPA?

Un normale posto di blocco che scopre un traffico legato al terrorismo internazionale. È ancora top secret l’operazione di Polizia che l’altra notte ha rivelato quanto le infiltrazioni del califfato Isis siano presenti a Roma. E’ sabato notte nella Capitale quando una macchina di lusso con a bordo due magrebini non si ferma all’alt intimato dalle forze dell’ordine. In pattuglia ci sono gli agenti del commissariato Romanina che fanno scattare l’inseguimento. Gli stranieri, nonostante siano braccati e abbiamo il 113 alle costole, riescono a farla franca abbandonando l’auto e scappando a pieni perdendosi per le campagne tra il grande raccordo anulare e la circonvallazione Orientale. La macchina è ferma e da una prima ispezione emerge un inquietante ritrovamento: due pistole. Pezzi di tecnologia avanzata, non roba da normali delinquenti. Dal numero di targa si risale al proprietario, uno dei due fuggitivi, che abita in un residence lungo la Cristoforo Colombo tra l’Infernetto e Acilia. Parte il blitz e nell’appartamento dell’uomo c’è la moglie. Lo scenario cambia di nuovo e qui gli agenti della polizia si rendono subito che l’affare si ingrossa. La donna, una cittadina italiana ha in casa bandiere dell’Isis, articoli di giornale inneggianti al Califfato e cosa ancora più inquietante delle mappe della città di Roma con possibili obiettivi da colpire. Sulla vicenda così delicata, il riserbo è oltre ogni previsione e tutti gli elementi sono al vaglio degli inquirenti. Tutto fa pensare a una cellula terroristica con base operativa proprio sul litorale romano. La donna è stata identificata e condotta in commissariato e ora dovrà chiarire la sua posizione. Di certo, è solo il punto di partenza di un’inchiesta appena iniziata e che non esclude altri possibili collegamenti con una rete di infiltrati che opera tra Roma e la sua periferia. I jihadisti sunniti dello stato islamico dell’Iraq e della Siria avevano già intimato l’occidente e promesso di conquistare Roma. Ora, spetterà all’intelligence italiana esaminare la portata dei fatti, inquadrandoli in una reale minaccia per il paese o piuttosto considerarli un singolo episodio a sé stante, frutto del fanatismo del momento. D’altro canto era stato lo stesso ministro dell’Interno Alfano a definire elevato il rischio per l’Italia, promettendo misure severe contro la minaccia terroristica. Il titolare del Viminale ha annunciato, nei giorni scorsi, uno stretto controllo da parte delle forze dell’ordine sui soggetti più a rischio. L’attenzione di polizia e carabinieri resta alta e il monitoraggio è costante. Sotto osservazione anche i transiti e i passaggi dei probabili combattenti stranieri sul territorio nazionale. Secondo le recenti e ultime stime, sarebbero 48 le persone che sono passate dall’Italia e poi entrate nelle file dei jihadisti. La crisi siro-irachena ha aperto scenari nuovi e nuovi rischi e l'impegno dell'Italia è al massimo. I contorni di questa vicenda restano tutti da chiarire. Sicuramente un ulteriore risvolto nelle indagini arriverà dai due magrebini tutt’ora a piede libero. Forse, mente e braccio di un’organizzazione ben più strutturata.

Mirko Polisano

Bandiere dell'Isis sono state trovate nel rifugio della possibile cellula alle porte di Roma

sabato 25 ottobre 2014

AFGHANISTAN, A KABUL I CARABINIERI DEL TUSCANIA SALVANO E ADOTTANO “ITALO”. E’ UN GATTO LA MASCOTTE DELL’AMBASCIATA ITALIANA

Esistono storie che hanno la forza di un’emozione. Può essere trasmessa dalle persone o dai luoghi. In questo caso dagli animali e dalla buona volontà degli uomini. Accade come in una favola di Sepulveda, dove un gatto insegna ad una gabbianella come si vola. Questa che vi raccontiamo, invece, è pura realtà che arriva da una terra difficile, ma non arida di sentimenti. Kabul è la capitale dell’Afghanistan ricordata più per le autobombe e gli attacchi terroristici. Più per l’11 settembre e per Osama Bin Laden. Più per i libri, gli aquiloni negati e i kamikaze. Eppure a Kabul c’è un cuore tutto italiano che dimostra ogni giorno quanto il bene si fa anche nelle piccole cose. Già siamo stati abituati alla vicenda di Bruno, il cane di Bala Murghab scampato a missili e razzi che aveva trovato rifugio nella base del nord, quella tra le più pericolose. I militari  lo hanno ospitato come se fosse un essere umano qualsiasi, gli hanno dato cibo e si sono presi cura di lui portandolo anche in Italia, alla fine della loro missione, pochi mesi fa. Italo, invece, è un gatto che non sapeva di chiamarsi così. Forse non aveva neppure un nome. Era un vagabondo che si aggirava per Great Massoud Road, nei pressi dell’ambasciata italiana a Kabul, quella sorvegliata dai paracadutisti del Tuscania. Tanto muscoli quanto cervello. Tra i primi della classe nello schieramento delle nostre forze armate, da essere stimati e presi in considerazione perfino da Obama e dagli Usa. Eppure un piccolo ammasso di peli è riuscito a fare breccia dentro quei quasi due metri di scorza dura, fatta di lanci e operazioni sul terreno. I carabinieri non hanno resistito a questo randagio più sporco che bianco che tra le strade di Kabul sfidava i colpi di mortaio. L’hanno tratto in salvo dai proiettili e dal tritolo, portandolo in ambasciata. Gioca fuori dalla sua cuccia tricolore costruita da loro. Lo hanno battezzato Italo, pezzo di questa Italia che ha sempre il suo modo di distinguersi. Una sorta di “made in Italy” che continua a essere una garanzia. Italo è diventato la mascotte di Kabul: i militari si preoccupano della sua salute, del suo pranzo e del latte che non deve mai mancare. È una storia semplice di uomini qualunque. La guerra è fatta, purtroppo, anche di tanto altro. Di crudeltà e paura. Oggi, abbiamo voluto raccontare una storia diversa. Bella e tutta italiana.   

Mirko Polisano

ITALO, IL GATTO DI KABUL 

ITALO, IL GATTO DI KABUL 

venerdì 24 ottobre 2014

AMERICA LATINA, PARTONO DA BERGAMO LE LINEE GUIDA PER LE POLITICHE DEI SENZA FISSA DIMORA

Fino al 25 ottobre presso il Centro Congressi “Giovanni XXIII” in viale Papa Giovanni  XXIII, 106 di Bergamo, l’IILA attraverso il Programma EUROsociAL della Commissione Europea e all’interno  del convegno FEANTSA, organizza un incontro/dibattito sul tema delle politiche per i senza dimora. A tal scopo   EUROsociAL ha portato a Bergamo una  delegazione dei rappresentanti dei governi di Brasile, Cile, Costa Rica, Ecuador, Paraguay, Uruguay e alcuni esperti del settore europei e latino‐americani. Quattro giornate in cui autorità e funzionari di 6 Paesi latinoamericani, fisseranno le linee guida per le politiche e i programmi di assistenza ai senza dimora in America Latina, avvalendosi dell’esperienza europea. L’evento si svolge a latere del Convegno annuale di FEANTSA (European Federation of National Organisations  working with the Homeless), che racchiude tutte le Ong Europee che si occupano di homeless. Fondata nel 1989, con lo scopo di prevenire e alleviare la povertà e l'esclusione sociale delle persone senza tetto, l’organizzazione non governativa europea è composta da più di 130 organizzazioni membri (tra gli  altri Spagna, Svizzera, Germania, e Ungheria), che lavorano in circa 30 Paesi europei, tra cui 25 Stati membri dell'UE. FEANTSA offre servizi alle persone senza fissa dimora con alloggio, cure mediche, occupazione       e sostegno sociale. I primi due giorni (22 e 23) prevedono incontri organizzati da EUROsociAL, in cui sono  presentate le esperienze dei singoli paesi coinvolti, organizzate visite ai progetti locali a Bergamo e Milano, e allestiti briefing sui progetti europei incentrati sugli homeless               e  incontri con partner FEANTSA. Il 24 e 25 ottobre si svolge la conferenza annuale di FEANTSA: 12 gruppi di lavoro presentano i progressi raggiunti, si confrontano e ipotizzano il programma        futuro per una politica globale verso gli homeless. L’IILA attraverso il programma EUROSociAL sta fornendo assistenza tecnica ai Governi di Uruguay, Brasile, e  Paraguay   per supportarli a delineare le loro politiche   di assistenza ai “senza tetto” attraverso la conoscenza delle migliori pratiche a livello europeo.  

sabato 18 ottobre 2014

AFGHANISTAN, ABBIAMO VINTO O ABBIAMO PERSO?


L’Afghanistan è come un vecchio amico che ritrovo ogni volta che ne ho bisogno. Anche il suo volto è meno scuro e crudele di quella prima volta. Di quel Natale così difficile e importante per me e per la mia vita. 

Il viaggio è per un reporter il luogo dove trova se stesso e la propria casa. Uno strano richiamo in questa terra dove difficoltà, dolore e miseria si incontrano. A volte penso...ma che posso fare io qui, armato solo della mia passione e della mia penna? E' tutto così in salita che ti senti impotente di fronte a tante cose. Qui dove è più facile morire che vivere. Le prospettive e le dimensioni cambiano di continuo. 

Leggenda narra di un vecchio proverbio di queste parti che racconta di Allah che dopo aver fatto il resto del mondo avanzò del materiale di scarto: lo gettò lì e nacque l’Afghanistan. Aneddoto tra la fantasia e la realtà che mi ha fatto molto riflettere sulle sorti e sul destino che ci accompagnano dalla nascita. Questo è un paese che nessuno riesce a conquistare. È la disdetta dei potenti del mondo. Ci hanno provato gli inglesi, i russi e gli americani. Più o meno tutti sono scappati. È impossibile mettere insieme un popolo che non vuole padroni, dove è la geografia a determinare la storia. Gli Usa e la Nato ancora non vogliono arrendersi e le stanno provando tutte: schemi, tattiche e operazioni sul terreno. La situazione continua a sfuggire a ogni controllo. Le rassicurazioni contano poco. 

Anche la terminologia è indisciplinata alle regole: prima erano talebani. Poi, no è arrivata la rettifica: chiamiamoli “insurgents”, che noi abbiamo approssimativamente tradotto con “ribelli”, e adesso un nuovo cambio. Ora sono i “nemici dell’Afghanistan”. Mi chiedo…ma chi sono questi nemici? La risposta è “tutti coloro che sono contro questo processo di democratizzazione del paese”. Quasi che mi ritrovo ad essere pure io un nemico dell’Afghanistan, allora. Proprio io che l’ho definito un “vecchio amico”. Non lo so. 

Credo ancora che l’unica stabilità esistente sia quella del caos. Qui si parla di democrazia, e dopo tredici anni di intervento dell’occidente, vige immutabile il Codice Pasthun, quello che prevede la vendetta come forma di giustizia. Siamo quasi ai tempi biblici di Lamech, il figlio di Caino, che la invoca fino a 70 volte sette. Qui per la città di Herat devi andare in giro protetto fino ai denti, e delle province di Farah, Bakwa, Bala Mourghab e Shindand non si sente più parlare. Proprio qui, l’Italia ha versato il suo più alto tributo di sangue in termini di vite umane. Non so quanto la politica italiana, europea e quella di Obama abbiamo imboccato la strada giusta in tutto questo. 

So però di tante belle storie e emozioni che l’Afghanistan è in grado di regalarti. Sempre. So di una persona che ha avvicinato il cappellano della piccola chiesa di Herat e gli ha detto: “Padre, io ho girato il mondo e visitato le cattedrali più grandi e imponenti. Ma alla fine è in questi quattro metri quadrati che ho trovato Dio”. 

So di soldati che si commuovono di fronte al sorriso di un bambino che riceve un po’ di cioccolata e credo davvero che un gesto del genere ti riempia la giornata e ti arricchisca l’anima. E forse non meritano nemmeno di essere il parafulmine delle scelte sbagliate di una politica incapace e distratta. 

La data di scadenza, comunque, è inesorabile ed è quella del 31 dicembre quando qui, in un modo o nell’altro, le cose dovranno cambiare. Tutti gli altri paesi hanno le idee ben chiare, l’Italia no e dà a quella data lo stesso valore di quella che si trova su un cartone del latte a lunga conservazione. Tanto c’è tempo. 

A Camp Arena c’è aria di trasloco: ogni giorno ci sono voli che trasportano materiale e mezzi dall’Afghanistan all’Italia. Si sta per tornare a casa. La partita è quasi finita: ma abbiamo vinto o abbiamo perso? 

Non lo so. So solo che questa volta, forse, l’importante non era nemmeno partecipare.


Mirko Polisano

Afghanistan (Camp Arena)- Un areo dell'Aeronautica Militare riporta in Italia equipaggiamenti e munizioni 

martedì 30 settembre 2014

AFGHANISTAN, ANCHE LA BEFFA DELLO STATO


Lettera aperta di Annarita Lo Mastro, mamma di David Tobin, il caporal maggiore caduto a Bala Murghab nel 2011. E' la beffa di una politica che deve fare i conti con le sue contraddizioni e ipocrisie. Il quotidiano Il Tempo ha raccolto le parole di Annarita che per noi, oggi, sono un insegnamento e, allo stesso, tempo una chiave per capire che in questo Paese tutto è davvero incredibilmente possibile. Anche che davanti alla salute, DOPO e NONOSTANTE tutto, ti vengano a parlare di tagli e deficit! 

Gentile direttore,

paghiamo lo scotto di una missione di "pace". Quella che nelle nostre case è paragonabile al disastro dopo una guerra. Abbiamo perso ogni entusiasmo, i nostri giorni trascorrono sempre uguali. Le notti sono interminabili, accompagnate dal rombo assordante del motore di un C130. Un’ossessione che finirà solo con la nostra morte. La perdita di un figlio è un dolore che lacera e non fa differenza per chiunque la subisca. L’unica cosa che ci differenzia è un Afghanistan che non abbiamo chiesto. Qualcuno dovrà pur ricordarsi di questo? Uno show durato 3 giorni dopo di che, via via, hanno dimenticato la tragedia che ci ha colpito per l’onore di questa Italia. 

Hanno sottovalutato che esistono dei fratelli, sangue di quel sangue. Ragazzi giovanissimi a cui hanno mozzato le ali di una gioventù che non si ripeterà. Io li definisco amputati. Siamo costretti ad elemosinare telefonate, con risposte di promesse vane o, peggio, non risposte. Ci parlano di crisi, deficit. Come si fa a parlare a noi di deficit? Ho chiesto un appuntamento al presidente Matteo Renzi. Sì signora, certo signora, invii un fax. Sono passati circa 2 mesi! Siamo stanchi di queste prese in giro. Forse sperano di prenderci per stanchezza. Ma noi non molleremo.

Non ci servono i "mi dispiace". Hanno riempito i cimiteri dei loro "mi dispiace". Vorrei che questi signori sapessero che le nostre giornate trascorrono davanti alle lapidi di figli che, non fossimo noi ad onorarli, sarebbero abbandonati.

Vogliamo risposte pratiche, vogliamo che la gioventù colpita da queste tragedie sia considerata e non abbandonata! Sono il proseguimento di quel tanto sangue versato per questa Italia, che non può far finta che non sia accaduto nulla!

Annarita Lo Mastro
Mamma del Caporal Maggiore David Tobini

giovedì 7 agosto 2014

OSTIA, METTI UNA SERATA D'AGOSTO

Ci sono racconti che solo con il tardarsi della notte riescono a conferire una sfumatura diversa alle emozioni. Niente di complicato, stasera. Un palco si trasforma nel grande schermo e ti senti un po’ come al cinema. Non servono i pop corn, basta qualche sedia e tante stelle. Al resto ci pensa Ostia e chi Ostia la ama, chi la racconta ogni giorno e chi l’ha fatta conoscere anche agli altri. Ti vedi scorrere gli anni e i decenni, come se fosse tutto un attimo. Il cavalier Muzzarelli parla di Giulietta Masina, della Mangano e di Liz Taylor che ai tavoli del suo ristorante si sono sedute per mangiare gli spaghetti alle vongole sgusciate, come piacevano a Fellini. Ostia è questa con la sua magia degli anni’60. Ti ritrovi a tu per tu con il brigadiere Gargiulo. Si quello che si è fatto fregare la moto da un ladro in “Squadra Antiscippo”e quello del “Delitto a Porta Romana”. E per chi, da bambino, non si perdeva una puntata delle avventure di Bombolo e der “Monnezza” è come trovarsi di fronte il calciatore per cui si faceva il tifo, che sia Rudi Voeller o Ruben Sosa, poco cambia. Emozioni da fine anni’80. Sembra di sentire le note di “Cara”, colonna sonora di Lucio Dalla per Borotalco di Carlo Verdone. È lo stesso sogno di Pino. Era impossibile non fermarmi a parlare con lui quando lavoravo in municipio. Ancora indossa il gilet di pelle che sfoggia in “Troppo forte”, mentre divora il flipper del bar, dove Oscar Pettinari ha una interminabile lista della spesa da pagare. Arrivano, poi, altri “Compagni di Scuola”. Elena Sofia Ricci non dimentica i suoi trascorsi al liceo classico Anco Marzio, dove ci siamo divisi lo stesso professore di storia e filosofia che anche stasera mi ha interrogato su Achille e la tartaruga, su Orazio, Nevio e Livio Andronico. Scorrono le immagini di Alberto Sordi, Federico Fellini e Roberto Benigni, sovrapposte ad un’Ostia che è cambiata e pure tanto. Ma che ancora conserva un certo modo di essere. Dove i panini e i cocomeri in spiaggia sono gli stessi dei film in bianco e nero, e dove Er Cipolla è un vero cult. Massimo è il figlio di Aldo Fabrizi. Ha la sua stessa romanità e vive di una struggente malinconia. Ricorda il papà, la  Famiglia Passaguai e le giornate al mare, al Battistini. Poi, legge un sonetto e i suoi versi sono per noi i titoli di coda di questa serata. Grazie Giulio, perché, ci hai fatto venire una gran voglia di cinema. Proprio oggi, ironia e volontà del destino, in questa giornata di agosto. Il 7, per la precisione.

Come nel film di Luciano Emmer. 




Mirko Polisano

giovedì 10 luglio 2014

MONDO, LA GUERRA, INSOMMA ERA TUTTO QUELLO CHE NON SI CAPIVA

<<La guerra, insomma, era tutto quello che non si capiva>>. L.F. Celine, "Viaggio al Termine della Notte". 

E' stato presentato al Pontile "Senza Pace", il libro di Andrea Angeli, peacekeeper attualmente impegnato in Afghanistan. Le storie di Andrea Angeli fanno parte della sua storia: è stato inviato con i caschi blu dell'Onu in Cambogia, Namibia, Santiago del Cile, Baghdad e New York. E' stato portavoce dell'Ocse in Albania, in Iraq a Nassirya e in Afghanistan. Nel suo libro ci sono uomini e donne impegnati in missione di pace, visti da vicino come mai prima d'ora. Con i loro dubbi, ansie, speranze, frustrazioni, tra successi e sconfitte. Vite sul filo del rasoio e situazioni estreme. Episodi inediti di spedizioni ai confini del mondo. Storie dal tormentato Afghanistan, dove ci siamo dentro fino al collo, che emergono dal buio tunnel dove la comunità internazionale si è infilata e da cui stenta ad uscirne fuori. Eroi autentici e eroi per caso. Generali e diplomatici, cooperanti e reporter d'assalto, ma anche soldati semplici e gente comune. Tutti si incontrano in queste pagine. E, per una sera si sono incontrati al Pontile. E' stata una bella serata...quasi magica. Ci abbiamo provato: da Ostia, alla striscia di Gaza, alla Siria, all'Afghanistan, nel segno delle emozioni. Le "Storie" di chi rappresenta la "meglio gioventù" e di chi se ne è andato nel nome di questo smemorato Paese. Le nostre parole sono state più forti della zumba e più decise dei versi delle marionette. Poi, ci pensi e ti accorgi che tutto questo altro non è che...un'amara retorica immagine di questa nostra Italia. <<Nel silenzio ogni dubbio sarà sciolto, se il Navigatore approda alla mia riva>>. 

Il poeta è indiano ed è Rabindranath Tagore. I Navigatori sono due e sono Massimiliano e Salvatore. Il pensiero stanotte è anche per loro.

Mirko Polisano


Con Andrea Angeli, presentazione del libro "Senza Pace" al Pontile di Ostia (Foto di Simone Mancini)

Presentazione del libro "Senza Pace" di Andrea Angeli. Da sinistra: l'autore, Giulia Aubry (Il Messaggero e Riserva Selezionata in Libano), Lao Petrilli (Rds), Mirko Polisano e Sandro Petrone (Tg2). (Foto di Simone Mancini)

martedì 1 luglio 2014

LE MILLE E UNA NOTTE A ROMA. E’ IL SOGNO DI CHI SOGNA

Esistono storie che per essere raccontate hanno bisogno di altre storie. E di altri personaggi. Il sogno di Aladino che è andato in scena una sera di inizio estate al teatro Ghione di Roma non è soltanto la favola de Le Mille e una Notte, il cui incanto da secoli continua ad avvincere lettori di ogni latitudine e età. Ma è anche la favola di altri, di quei ragazzi nati e cresciuti tra Casalotti e la Pineta Sacchetti. Zone dove si respira l’aria della periferia, quella pura e vera, quella che non inganna. Quella periferia dove si conoscono tutti, quella che vive nella Roma di Rossellini e quella dei teatri di rione di Petrolini. Quella dove l’amicizia è per sempre e non solo perché questa frase la puoi trovare scritta su qualche muro di questo magico quartiere. L’amicizia, proprio come quella sognata da Cicerone - eccolo il sogno che ritorna-  quella virtù al di fuori della quale non può esistere nulla di più prezioso. Questa è la storia, allora, di 20 ragazzi che hanno superato la timidezza e hanno deciso di esserci. Per sé stessi, ma anche per i tanti che hanno deciso di assistere al loro spettacolo. Salire su un palco per recitare e non solo. Per cantare e ballare, ma anche per gridare “ce l’abbiamo fatta!”. Un progetto che, come tutti i successi, è nato un po’ per caso e un po’ per gioco, dove è più difficile tirarsi indietro che andare avanti. Potrebbe iniziare così, come una delle favole del Gran Visir, la storia della Compagnia della Nanas. Alessia e Roberto sono il “deus ex machina”, per usare un termine caro alla tradizione teatrale greca, di tutto questo. Hanno fatto del loro impegno, il loro sforzo quotidiano e hanno fatto della loro passione, la propria missione. L’amore comune, oltre a quello della vita, è il teatro. Erano gli educatori di questo gruppo di ragazzi, che vedeva nella parrocchia il luogo di incontro: “cercavamo qualcosa che potesse continuarli ad unire – mi racconta Alessia, 20 anni di danza classica nel suo curriculum- oltre all’oratorio, anche nella vita. Io e Roberto crediamo fermamente nell’amicizia e avevamo paura che si potessero perdere. Non avremmo mai pensato che quest’idea semplice potesse trasformarsi in qualcosa di più”. Come in tutte le fiabe belle, non c’è solo un lieto fine ma anche una morale. In questa, ciò che resta è la capacità di andare oltre la fantasia, di portare i sogni nella realtà e di mandare quel messaggio a chi, forse, non smette di remare contro. Perché c’è anche questo in tutte le favole: l’antagonista che a volte veste i panni del lupo cattivo e altre volte quelli della strega malvagia. La risposta più incisiva è rivolta a proprio a questi anti-eroi, perché pensare per questi ragazzi qualcosa di costruttivo per sé e per il loro futuro significa toglierli alla strada e proporre un’alternativa. E la vita è fatta di alternative, Shakespeare ce lo insegna. Nel foyer del teatro Ghione è tutto pronto e manca poco all’inizio dello spettacolo. Sulle pareti, le locandine di Aladin e del suo genio sono accanto a quelle dell’ultimo concerto di Amedeo Minghi: è la bellezza del teatro che avvicina i sogni e annulla le differenze, anche solo per una sera. Il sipario si apre ed entrano in scena, di volta in volta, nuovi professionisti. Stavolta è il turno di Fabrizio, Alessandro, Eleonora, Davide, Martina e tutti gli altri che improvvisano canti e balli. Aladin, Al-Budùr, il genio e le principesse hanno i volti dei ragazzi di oggi. Di ragazzi straordinari e qualsiasi con fisici fatti di tatuaggi e orecchini e ti raccontano di Baghdad e dell’antica Babilonia. A pochi giorni dal loro esame di maturità, a pochi giorni del concerto del Liga, dove non si può cantare per paura che le corde vocali giochino un brutto scherzo il giorno della prima, a pochi giorni da quel “merda, merda, merda” che più che uno scongiuro è un album che raccoglie tutte le emozioni del debutto. Questa favola ti insegna ad esserci per gli altri, ad ascoltarli, a riprenderli quando sbagliano e ti insegna a non girarti mai dall’altra parte. Speriamo che anche questa fiaba orientale si chiuda proprio come accade ne “Le Mille e una Notte”. 

A tutti questi protagonisti, allora, che arrivino… “mille lodi e mille benedizioni”...    

Mirko Polisano


La Compagnia della Nanas in scena al Teatro Ghione a Roma


martedì 24 giugno 2014

BRASILE 2014, L'ITALIA PER CUI TIFIAMO

Ci sono cuori che battono ovunque. Al di là dei confini e oltre le frontiere. È il cuore di un’altra Italia che, con lo stesso entusiasmo e un pizzico di nostalgia in più, fa il tifo per gli azzurri pronti a scendere in campo, tra poche ore, contro l’Uruguay.  È un’attesa fatta di speranze e emozioni quella dei nostri connazionali all’estero. Giovani, laureati e con la voglia di realizzarsi in un lavoro che nel Belpaese, da Roma a Milano, continua a non esserci. Sono psicologi, medici, giornalisti, archeologi il volto di quest’Italia che vive oltre il Passo del Brennero, e che è costretta a trascinarsi l’etichetta di spaghetti, mandolino e di pizza margherita. Superati anche gli stereotipi di “Little Italy”, grazie al sogno di un’Europa unita, sono comunque tante le presenze italiane in Inghilterra, Irlanda, Francia e Germania. Il sentirsi italiano, da queste parti, è un valore aggiunto e una marcia in più. Nel nome del pallone e nel segno di Balotelli, l’Italia del football si ritrova a casa o nei pub di Londra e Dublino. Ma anche per le strade di Berlino e nei vicoli di Parigi, sotto un unico tricolore che, almeno per questa volta, abbatte ogni barriera.

Carmen Cretoso giornalista "europea" in Francia
QUI PARIGI.  Carmen Cretoso è partita da Pompei alla volta della Francia. Ha 30 anni e tifa Napoli. “Al sud il lavoro non c’è – racconta – allora dobbiamo inventarcelo. Anche i sogni costano e così ho deciso di lasciare la mia città, la famiglia e gli amici per partecipare ad un progetto con il parlamento europeo”. Ha seguito le recenti elezioni amministrative di Parigi e ha una passione per Insigne e Immobile, ma quando scendono in campo gli azzurri, il tifo è per tutti. “Mi riunisco a casa – spiega- con altri amici e il rito scaramantico è quello di preparare le lasagne. I coinquilini stranieri si aggiungono lo stesso anche se non tifano Italia e alla fine ci ritroviamo tutti a tavola”. Alcuni bambini con cui lavora nelle scuole, le hanno disegnato sul volto la bandiera dell’Italia e poi anche quella della Francia: “così se vince l’Italia o vince la Francia – le hanno detto- nessuno ci rimane male”. 

Tifosi italiani a Berlino 
QUI BERLINO. Giuseppe da diverso tempo vive a Berlino. È un appassionato di calcio e per le strade della capitale tedesca ha riunito i tanti italiani per seguire insieme le partite della nazionale. Qui, è dove l’Italia ha vinto il suo ultimo mondiale, ma è anche il paese che ha mandato in onda un recente spot pubblicitario che ironizza sulla figura di noi italiani. “Berlino è una delle città in Europa con la comunità italiana più vasta- fa sapere Giuseppe-  quando arrivano i mondiali, da buoni italiani, partiamo in sordina. E come potrebbe essere altrimenti, con le maree di bandiere, sciarpe, canti a colori giallo rosso e nero. I tedeschi sono dei veri coreografi quando si tratta di eventi come questo. Posso davvero fare scuola. Ogni locale, ogni angolo della città, ogni auto, palazzo e bar è tinteggiato coi colori della nazionale teutonica. Giovani, anziani, donne, bambini, quando gioca la Germania sono tutti uniti a tifare insieme. Noi italiani abbiamo i nostri santuari, ci riuniamo, ci facciamo sentire. Due anni fa fu così e, arrivati in semifinale con i tedeschi, poi eliminati come al solito, siamo esplosi, a nostro rischio e pericolo. Ma poi i tedeschi, si sa, sono sportivi, ci bevono su e dimenticano presto”. 

Italia-Inghilterra a Londra
QUI LONDRA. Livia è arrivata in Inghilterra per imparare la lingua e per cercare lavoro, come tanti italiani da queste parti. “La partita d’esordio – ci dice- ha vissuto un’attesa con il pathos alle stelle per noi italiani a Londra. Gli inglesi sono molto nazionalisti e soprattutto non ci vedono di buon occhio. Per le strade della città di italiani non se ne vedono. Qui, il punto di ritrovo resta il pub dove, in compagnia di buona birra, siamo pronti a seguire le gesta di Balotelli e compagni". Anche a Dublino, il pub diventa Casa Italia: “Da queste parti – racconta Antonio, da due anni in Irlanda- il tifo è tutto per noi. Gli irlandesi sono dalla nostra parte, specie da quando abbiamo sconfitto l’Inghilterra". Belfast resta ancora un nervo scoperto. 



L'Italia in gol. Visto dal Kosovo
QUI AFGHANISTAN. Poi, c’è un’altra Italia. Quella del senso del dovere, quella che non conosce interruzione né domenicale, né festiva. Quella che scende in campo ogni giorno in posti difficili come l’Afghanistan, il Libano o il Kosovo. Nella base di Camp Arena, l’atmosfera si fa più coinvolgente e i punti ristoro hanno i maxi schermi sintonizzati sugli stadi del Brasile. Così come a Pristina o a Shama nel Libano del sud. “Quando partono le note dell’inno nazionale- spiegano dal contingente italiano- la sensazione è fatta di brividi e commozione. L’inno di Mameli noi lo cantiamo ogni giorno, quando iniziamo la giornata ed è l’icona dell’unione del popolo italiano e della vicinanza, ovunque ci si trovi”. Dopo la partita contro l’Inghilterra, le strade di Tyro sono state invase da caroselli di libanesi che sventolavano il tricolore. “E’ stata la nostra vittoria più bella”, fanno sapere i militari italiani dalla base Onu.    



Mirko Polisano