Non so se è questo che la gente vuole. Si, perché ti rispondono sempre così. Dal Grande Fratello, all’Isola dei Famosi: ti chiedi il perché di tanti reality in tv e ti dicono “è questo che la gente vuole”. Ti chiedi il perché di quel accanimento mediatico per Sarah, Yara e Melania…e ti dicono “è questo che la gente vuole”. In questi giorni, le prime pagine dei giornali sono state dedicate a Gheddafi e alla sua morte. Le ferite, il sangue in faccia e quelle foto che parlano più di tutto. La fine, che sembra suscitare anche pietà per quel rivoluzionario divenuto despota, discusso e controverso. Un’immagine che la stampa comunque è riuscita a umanizzare e qualcuno si è anche chiesto chissà cosa avrà pensato in quei minuti che sono trascorsi dalla cattura a quel colpo in testa. La fine di ogni dittatore: in molti l’hanno detto. Così tramonta l’era del Colonnello e con lui se ne vanno i misteri di Lockerbie e Ustica e restano i dubbi sul futuro della Libia, dove non mancano le insidie e altro fondamentalismo. Oggi, il ragazzo con la pistola d’oro è quasi un eroe e sono molte le “democrazie” occidentali che lo ringrazierebbero. Quella stessa “democrazia” di cui parlava Bush, il giorno dell’impiccagione di Saddam Hussein, mentre Amnesty International disse che il processo non era stato modello di equità. Quella “democrazia” occidentale a cui si è rivolto il Rais prima della cattura, chiamando in causa Berlusconi per far cessare i bombardamenti Nato. Gridava: “Non sparate, risparmiatemi”, Gheddafi, quasi a dimostrare la sua impotenza e la veridicità di quel detto in cui “nella vita tutto torna”. Eppure, fino a qualche tempo fa era Osama Bin Laden il Principe del Terrore. Tanto temuto da far esplodere una guerra, vera, in Afghanistan. Anche Bin Laden è morto. Anzi, è stato ucciso. Ma le sue immagini non sono state diffuse, tanto da insinuare il dubbio che forse non sia neanche lui. O forse, la punizione è stata talmente dura da provare anche un minimo di vergogna. Per Gheddafi non c’è stata vergogna o imbarazzo nel pubblicare quelle foto col volto imbrattato di sangue. Le immagini di lui in una cella frigorifera per polli hanno fatto davvero il giro del mondo. Mi chiedo se era il caso, invece che ammazzarlo, di processarlo, ma il rischio che la giustizia non facesse il suo corso era effettivamente troppo alto. Vedi Milosevic, altro guerrafondaio, che si è lasciato morire piuttosto che farsi ammazzare. Anche questa scelta, nelle menti più ingegnose potrebbe apparire in fondo come una vittoria. E allora no. Era giusto ucciderlo Gheddafi. Prima le bombe, quelle “intelligenti”, ovviamente. Poi i profughi, e le parole di Jawadiaballah che mi disse un giorno in fuga da Misurata: “Gheddafi is brain, but no a good man”. Gheddafi è intelligente, ma non un uomo buono. Allora, si ammazzatelo. Spaccategli la testa e gridatelo al mondo “Gheddafi è morto”. La giusta punizione l’ha ricevuta. E poi il via vai a vedere il cadavere. In fila, in una sorta di pellegrinaggio blasfemo. Ed è ancora più blasfemo paragonarlo a quello di un altro corpo esposto e fatto vedere in mondovisione, quello di Giovanni Paolo II. A livello comunicativo, potrebbero esprimere lo stesso significato: prime pagine, aperture, internet e you tube. Quasi un gusto perverso per quanto riguarda il Colonnello, una forma di rispetto e devozione nel caso di Papa Wojtyla.
Gheddafi, però, è stato a Roma nella sua tenda berbera circondato da amazzoni che tanto fecero parlare. Gheddafi l’ho visto al G8, a L’Aquila che si divertiva su un veicolo elettrico a raggiungere gli altri Capi di Stato. Era a un passo da Sarkozy e Obama. Non potevamo fermarlo lì?
No. Così non è stato. La storia ha preso un’altra piega. Nei tg e sui quotidiani, lo rivedo Gheddafi. Voleva essere sepolto con il sangue delle sue ferite addosso. Gli è stato negato. È stato ripulito e interrato in un luogo sconosciuto. L’ultima sua immagine resta quella di un morto in una cella frigorifero. Forse è questo che la gente vuole…
mercoledì 26 ottobre 2011
domenica 23 ottobre 2011
KOSOVO, ULTIMA FRONTIERA
A volte, il silenzio è davvero struggente. Sembra che lo tocchi con mano. Sembra che ti penetri nell’anima. Meje ti lascia il silenzio dentro. Quel silenzio che contrasta con le voci e i rumori di una città non lontana che rappresenta il nuovo volto del Kosovo. È Pristina. Capitale autoproclamata di uno stato autoproclamatosi indipendente tre anni fa. Ma anche Pristina ha le sue contraddizioni. Da una parte, i bancomat, i locali con i tavolini all’aperto, le multinazionali; dall’altra ambulanti, venditori di pane e di burek. Moschee e minareti a due passi dalla strada principale, che però è intitolata a Madre Teresa. Fiorentina e Besa sono due belle ragazze che incontro sul treno che da Pec mi porta a Pristina. Sono islamiche ma nessuno osa pensarlo: tacchi alti, jeans stretti e nessun velo. Dall’altra parte della strada, invece, una bambina con il hijab, accompagnata dal papà con barba e tunica musulmana. Eccolo, il Kosovo dei paradossi. Culla della religione ortodossa, con i monasteri medioevali, e roccaforte dell’Islam, dove non mancano le frange estremiste e wahabite che rappresentano una minaccia continua. Sono stato nella piazza dove dopo la preghiera del venerdì si registrano scontri e manifestazioni contro un governo che nega la costruzione di nuove moschee perché ce ne sono già troppe. Nel frattempo, però si bloccano anche i lavori della Chiesa ortodossa davanti la biblioteca nazionale. Ma si costruisce una chiesa cristiana…lì dove di cristiani non ce ne sono. Vado a Gazimestan, dove la leggenda è ancora viva. Sulla “piana dei merli” si affrontano slavi e ottomani e le anime dei morti, si dice, echeggiano nei corpi degli uccelli che al tramonto popolano la spianata, deserta e isolata. La stessa da dove parlò Milosevic per illustrare i suoi intenti di abbattere l’idea della Grande Jugoslavia. Poi ne vedi altre di torri. Sono quelle della centrale elettrica a carbone di Obilic, dove è capitato di respirare acido fenico e altre sostanze tossiche. Ho incontrato ambasciatori, delegati delle Nazioni Unite e figli di illustri presidenti. Uno, Rugova è sepolto nel centro cittadino di Pristina. A due passi dallo skyline, accanto ad un monumento socialista abbandonato nel degrado. Così che trovi l’architettura comunista accanto a grattacieli post-moderni. Un teatro nazionale che ha un cartellone d’eccezione e un gioiellino chiamato Prizren che è soprannominata la “Firenze dei Balcani” per le sue bellezze. E ai ponti sopra il fiume di Prizren si contrappongo altri ponti. Quello di Mitrovica, dove le barricate sono presenti e la tensione si respira davvero. Da una parte la bandiera serba, dall’altra quella albanese. E la gente che cerca di sopravvivere. Poi, un cartello attira la mia attenzione. “Belgrado a destra, Pristina a sinistra”. Così mi chiedo dove sta andando il Kosovo…ma prima di fare il prossimo passo in avanti, so che non si può dimenticare quanto ci lasciamo dietro. In un villaggio vicino Djacova c’è un cimitero con oltre 300 lapidi. Sono sepolti gli uomini albanesi uccisi da serbi incappucciati, fino al giorno prima vicini di casa degli stessi albanesi, che deportarono le vittime nel luogo dove sorge ora il cimitero. A quanto pare, i loro corpi non vennero abbandonati nel campo ma caricati su dei camion e portati in Serbia a 500 Km di distanza. Lì vennero seppelliti in fosse comuni che dopo diversi anni gli organismi internazionali portarono alla luce, riaprendo una delle pagine più dolorose della guerra kosovara, ordinando al governo serbo di restituire alle famiglie i resti delle vittime. Ci sono ancora dei dispersi e i loro volti, insieme, a quelli di chi non c’è più campeggiano sulla recinzione del palazzo del Parlamento. È il memoriale del 27 aprile, data del massacro. Il massacro di Meje. E il silenzio, torna prepotente…
Mirko Polisano
Mirko Polisano
venerdì 30 settembre 2011
AFGHANISTAN, PENSANDO A CASA...
È il pensiero che oggi in molti fanno. C’è chi arriva e chi parte. E le emozioni, inevitabilmente, non sono le stesse. Ieri, davanti al computer c’era un uomo in divisa che diceva a casa: “dai, che domani ci vediamo…”, oggi davanti al computer ce n’è un altro, che salutava il figlio, Fabietto, che a casa piangeva senza il papà. Ma per chi fa il soldato, sa che è così e anche le famiglie lo sanno. Difficile, magari spiegarlo o, forse, accettarlo, specie i primi giorni. E non vedi l’ora che questi sei mesi passino in fretta, per la voglia reciproca di abbracciarsi. Succede a noi reporter, che qui di giorni ne dobbiamo trascorrere dieci, quindici al massimo. Hai voglia delle piccole cose, niente quando le hai davanti e tutti giorni, tutto, quando sei in un posto come questo. E così, ti manca anche quel cornetto la mattina, il giornale che sfogli per sapere cos’è successo, la telefonata per sapere cosa fai a pranzo o a cena. Hai voglia perfino del caffè a colazione…io che di caffè non ne bevo. Poi la sera, vedi il cielo e le stelle che hai lasciato qualche mese fa, ti sembrano le stesse e sembrano dirti: “noi siamo ancora qui…e vediamo tutto…”. E se potessero parlare, ti racconterebbero anch’esse di questo paese, che sa di polvere e terra, che sa di vita, e di voglia di ricominciare tutto da capo, con o senza di noi. Ogni base operativa, anche quella più a rischio, ha le sue storie; ogni villaggio i suoi personaggi, ogni paese le sue tradizioni e i suoi saggi che di leggende ne narrano da tempo…ma se potessero, le stelle ti racconterebbero di altri che non ce l’hanno fatta e non soltanto quelli che indossano una divisa, ma anche di bambini, donne e uomini vittime di una guerra che va avanti da dieci anni. Ti racconterebbero, anche di Herat, città storica, nel cui cuore periferico sorge la base italiana…un po’ come una casa, per chi qui lavora, ripensando ogni tanto e troppo spesso a quella vera a Cagliari, Pisa, Venezia, Roma. E c’è anche chi ha voluto segnare su tavole di legno…i chilometri da qui alle città di provenienza di ciascuno: un po’ per accorciare le distanze. E di città ce ne sono davvero tante: dalle più famose, alle meno conosciute. C’è Teramo, per esempio, rappresentata su questo stendardo ligneo con mare, monti e…arrosticini; c’è Udine, ma anche la piccola Montoro Inferiore, vedo bene e trovo il mare e il sole, sopra una scritta: “Ostia”, leggo i chilometri: 3696 e le coordinate gps…prima un sorriso, poi sembra così vicino: il cavalcavia,lo studio di Salvatore, il negozio di musica e…dalla strada guardo in su e… al posto delle stelle, trovo quell’angolo di balcone che sporge…ecco anche io ripenso un po’ a casa…non resta che citofonare…
Mirko Polisano
Mirko Polisano
martedì 27 settembre 2011
CAMBIO AL VERTICE A BALA MOURGHAB
Si è svolta questa mattina la cerimonia di cambio di comando della base avanzata di Bala Mourghab in Afghanistan. Al grido "Folgore!", il Colonnello Marco Tuzzolino, Comandante del 183 Reggimento Paracadutisti Nembo, ha lasciato il comando della F.O.B. Todd a Luigi Viel, a capo del 151 Reggimento Sassari. Il Colonnello Tuzzolino, davanti alle truppe schierata e ad una vasta platea di autorità afgane ha ricordato l'impegno non solo del suo Reggimento ma quello di tutti gli uomini e donne che stanno lavorando in Afghanistan. L'emozione del giorno, resta il ricordo del Caporal Maggiore David Tobini, la cui foto è accompagnata da una toccante testimonianza dei suoi commilitoni, all'ingresso della base, sicuramente tra le più difficili di tutto il dispiegamento Italiano presente in Afghanistan. Un omaggio ai caduti si è registrato anche questa mattina, nel corso del consiglio regionale della Puglia, dove si è tenuto un minuto di silenzio per commemorare il caporalmaggiore dell'Esercito Mario Frasca, caduto ad Herat con il tenente Riccardo Bucci e il caporalmaggiore Massimo Di Legge. «Rinnoviamo il cordoglio per questo nuovo tragico evento in Afghanistan, costato la vita al secondo militare della provincia di Foggia, dopo l'alpino Francesco Positano. Sono due - ha spiegato in Aula - il presidente dell'Assemblea regionale, Onofrio Introna - dei nove pugliesi tra i 44 ragazzi italiani 'andati avantì, in quasi sette anni di presenza italiana nel tormentato Paese asiatico. Davanti all'ennesimo sacrificio, sento di interpretare i sentimenti di commozione dell'Assemblea, ma anche di apprensione. Siamo vicini ai congiunti, alle famiglie, alle comunità in lutto e come nelle altre occasioni vorremmo che fosse l'ultima volta». «La consapevolezza degli impegni internazionali del Paese - ha aggiunto Introna - non cancella il dolore per le troppe morti giovani, in una missione di pace che pretende costi umani altissimi. Chiedere prospettive di uscita onorevoli diventa ogni giorno più legittimo». Intanto la tensione resta alta in Afghanistan, e proprio ad Herat dove siamo noi. Da fonti giornalistiche, si apprende di una nuova esplosione: almeno 16 civili, di cui 11 bambini, sono rimasti uccisi a causa dell' esplosione di una mina, forse messa sulla strada dagli insurgents. Lo affermano le autorità afghane.I 16 viaggiavano su un autobus per partecipare a un matrimonio nell'ovest del Paese, nella provincia di Shindad. Proprio a Shindad saremo noi domani per raccontare un nuovo passo in questa fase di cambio di contingente.
Mirko Polisano
domenica 25 settembre 2011
DI NUOVO AFGHANISTAN...
Di nuovo, Afghanistan. Ritornare in quella terra ti riporta a qualche mese fa. A quello che hai lasciato laggiù tra le montagne…e a quello che vorrai trovare. Come se “quel qualcosa in sospeso” che hai lasciato a gennaio, torna prepotentemente nella tua testa. È il lavoro che ti dice di continuare, ma non solo. È la voglia di voler affermare, attraverso le parole e i racconti, che quel paese ha tante meraviglie, oscurate da sangue e guerra. L’occasione di incontrare quel popolo, con le sue tradizioni e le sue abitudini, ti fa dimenticare le fatiche del viaggio e gli oltre 4.300 chilometri che ti dividono da Herat. Pensieri e ricordi non tanto lontani, che ti parlano di una terra difficile e martoriata. Di monti e valli, avvolte da polvere che sembra nebbia. Di strade da percorrere e di storia da studiare. Di ragazzi che stanno per tornare a casa, di altri che, come me, stanno per partire, di altri ancora che non ce l’hanno fatta. Come quelli rientrati in patria oggi, avvolti da un tricolore, che spesso commuovono l’Italia e puntualmente ci fanno chiedere se sia giusto o no rimanere. Di una cosa siamo sicuri, che davvero l’Italia lì sta facendo il proprio dovere. Un dovere adempiendo al quale, può costare anche vite umane. Così, sei pronto ad andare: non sai quello che troverai, né cosa cerchi. Il bello di ogni viaggio è la scoperta improvvisa, quell’imprevisto piacevole che può trasformarti una giornata qualsiasi in un momento che non dimenticherai per il resto della tua vita. Come quando ho visto il piccolo Abbas, di dieci giorni in un’infermeria del Libano del Sud, come quando Avnia, in una casa famiglia in Kosovo, mi regalò la sua mano disegnata…come tutte le volte che questo mestiere ti offre sorprese ed emozioni. È ora di andare…ma dentro di te, speri di rivederlo. Di rincontrare quegli occhi e quel sorriso…
Ci spero, Hamidullah.
Mirko Polisano
martedì 30 agosto 2011
Primavera araba: chi gestisce la fase di transizione? Il commento di Salim Ghostine
Il mondo arabo, attraversato dalle rivolte della cosiddetta ‘primavera araba’, continua ad essere in fermento. In questa cruciale fase, successiva anche a decennali governi autoritari, Stati come Tunisia ed Egitto cercano di trovare risposte ai lati incompiuti della rivoluzione. Amedeo Lomonaco ne ha parlato con Salim Ghostine, giornalista libanese:
"C’è una fase di transizione, e qui incominciano i dubbi: da chi è gestita questa fase transitoria? E’ una fase in cui non si è ancora strutturata bene l’alternativa politica, perché in presenza di dittature che sono durate 30 o 40 anni, chiaramente la vita politica è ormai ridotta a meri simboli nei partiti. Dunque bisogna reagire presto ma soprattutto avere protagonisti che siano in grado di reagire bene e presto. In Tunisia, per esempio, proprio ieri c’è stata una manifestazione non di giovani disoccupati, ma di avvocati e magistrati che sostengono che la magistratura, chiamata a giudicare le ingiustizie del passato regime, è tutta schierata e dunque chiedono una magistratura libera. Ecco, dunque, che lo strumento per pulire la ferita ancora non c’è, per quanto riguarda la Tunisia. Per quanto riguarda l’Egitto, c’è un altro tipo di problema: Mubarak non c’è più. Ma chi sta guidando la fase transitoria? I militari. Qualche analista, nei giornali arabi, dice che non è stata l’opinione pubblica a rovesciare Mubarak, ma un “golpe di palazzo”, cioè i militari che per non perdere il controllo della situazione avrebbero spodestato Mubarak ed ora stanno gestendo – loro – il “dopo”.
D. – Vuoti da colmare, ferite ancora aperte, lati incompiuti … però, la “primavera araba” sembra lasciare ancora irrisolta, tra le altre questioni, una cruciale, cioè il rapporto tra Stato e religione: una relazione che si riflette anche in diversi ambiti, non solo politici ma anche sociali e culturali?
R. – Culturali, per esempio: siamo nel mese del Ramadan, del digiuno islamico. Questo è un periodo in cui i musulmani restano a casa per via del gran caldo; dunque è la stagione della produzione televisiva massima. Ebbene, c’è un serial televisivo prodotto da una casa cinematografica del Qatar, che è intitolato “Al Hassan e Mu’awiyah”. Praticamente, racconta la fase cruciale della spaccatura dell’Islam in due: sunniti e sciiti. Ebbene, quello che doveva essere un semplice serial televisivo di intrattenimento – o di cultura – per i musulmani digiunanti, osservanti, nelle loro case, è diventato un caso politico. I governi arabi stanno intervenendo e addirittura il Parlamento a Baghdad, in Iraq, ha trovato modo di riunirsi per dibattere di questo serial televisivo e per dichiarare che è vietato trasmetterlo sui canali iracheni. Questo per dire che è praticamente impossibile estromettere la religione dalla politica o dalla cultura nel mondo arabo di oggi.
D. – Il mondo arabo di oggi sicuramente è in fermento. In particolare, le rivolte possono rivelarsi anche il motore di un cambiamento della condizione della donna, sia all’interno della famiglia, sia nella società, o permangono ancora delle resistenze, in questo ambito?
R. – Possiamo parlare di fatti concreti. In Egitto si sono viste molte ragazze che hanno manifestato; in Tunisia, la donna tunisina ha svolto un ruolo di prima linea; in Libano, il Parlamento non è riuscito a eliminare una delle piaghe delle società islamiche, e cioè il “delitto d’onore”: il Parlamento libanese sta discutendo ancora e l’unica cosa che sono riusciti ad ottenere è l’eliminazione delle “attenuanti generiche” per chi compie un delitto d’onore. Quindi, quello che vediamo in televisione è un processo democratico, ma la democrazia non è semplicemente l’elezione: la democrazie è un’evoluzione del costume, anche a livello sociale. (gf)
da www.radiovaticana.org
"C’è una fase di transizione, e qui incominciano i dubbi: da chi è gestita questa fase transitoria? E’ una fase in cui non si è ancora strutturata bene l’alternativa politica, perché in presenza di dittature che sono durate 30 o 40 anni, chiaramente la vita politica è ormai ridotta a meri simboli nei partiti. Dunque bisogna reagire presto ma soprattutto avere protagonisti che siano in grado di reagire bene e presto. In Tunisia, per esempio, proprio ieri c’è stata una manifestazione non di giovani disoccupati, ma di avvocati e magistrati che sostengono che la magistratura, chiamata a giudicare le ingiustizie del passato regime, è tutta schierata e dunque chiedono una magistratura libera. Ecco, dunque, che lo strumento per pulire la ferita ancora non c’è, per quanto riguarda la Tunisia. Per quanto riguarda l’Egitto, c’è un altro tipo di problema: Mubarak non c’è più. Ma chi sta guidando la fase transitoria? I militari. Qualche analista, nei giornali arabi, dice che non è stata l’opinione pubblica a rovesciare Mubarak, ma un “golpe di palazzo”, cioè i militari che per non perdere il controllo della situazione avrebbero spodestato Mubarak ed ora stanno gestendo – loro – il “dopo”.
D. – Vuoti da colmare, ferite ancora aperte, lati incompiuti … però, la “primavera araba” sembra lasciare ancora irrisolta, tra le altre questioni, una cruciale, cioè il rapporto tra Stato e religione: una relazione che si riflette anche in diversi ambiti, non solo politici ma anche sociali e culturali?
R. – Culturali, per esempio: siamo nel mese del Ramadan, del digiuno islamico. Questo è un periodo in cui i musulmani restano a casa per via del gran caldo; dunque è la stagione della produzione televisiva massima. Ebbene, c’è un serial televisivo prodotto da una casa cinematografica del Qatar, che è intitolato “Al Hassan e Mu’awiyah”. Praticamente, racconta la fase cruciale della spaccatura dell’Islam in due: sunniti e sciiti. Ebbene, quello che doveva essere un semplice serial televisivo di intrattenimento – o di cultura – per i musulmani digiunanti, osservanti, nelle loro case, è diventato un caso politico. I governi arabi stanno intervenendo e addirittura il Parlamento a Baghdad, in Iraq, ha trovato modo di riunirsi per dibattere di questo serial televisivo e per dichiarare che è vietato trasmetterlo sui canali iracheni. Questo per dire che è praticamente impossibile estromettere la religione dalla politica o dalla cultura nel mondo arabo di oggi.
D. – Il mondo arabo di oggi sicuramente è in fermento. In particolare, le rivolte possono rivelarsi anche il motore di un cambiamento della condizione della donna, sia all’interno della famiglia, sia nella società, o permangono ancora delle resistenze, in questo ambito?
R. – Possiamo parlare di fatti concreti. In Egitto si sono viste molte ragazze che hanno manifestato; in Tunisia, la donna tunisina ha svolto un ruolo di prima linea; in Libano, il Parlamento non è riuscito a eliminare una delle piaghe delle società islamiche, e cioè il “delitto d’onore”: il Parlamento libanese sta discutendo ancora e l’unica cosa che sono riusciti ad ottenere è l’eliminazione delle “attenuanti generiche” per chi compie un delitto d’onore. Quindi, quello che vediamo in televisione è un processo democratico, ma la democrazia non è semplicemente l’elezione: la democrazie è un’evoluzione del costume, anche a livello sociale. (gf)
da www.radiovaticana.org
martedì 16 agosto 2011
LIBANO, APPUNTI DI UN VIAGGIO...
Ogni viaggio che si rispetti ha bisogno di un suo bilancio. Lo fai quando rientri da una vacanza, da un’esperienza all’estero, da un qualcosa che per te è importante. Già dai primi giorni, ho capito che la percezione di questo paese è cambiata. E non solo dal punto di vista del reporter, dell’uomo, ma anche da quello degli internazionali e del popolo stesso, che da scettico inizia a vedere il bicchiere mezzo pieno. Nonostante il caldo che sfiora e, talvolta supera, i 40 gradi non rinuncio alla camicia…che dalla nascita non ho mai tolto. E’ soprattutto in questi momenti, quando ti accorgi che stai facendo il lavoro che hai sempre sognato, che capisci il senso di quell’espressione che in tanti ripetono e ti ripetono “sei nato con la camicia…”. Ma più che fortunato, mi ritengo privilegiato nel poter raccogliere storie e testimonianze di un popolo che sta cambiando e che vuole cambiare. Un sentimento, questo, che leggi nello sguardo delle persone, dei giovani, vivano questi in un villaggio cristiano-maronita, piuttosto che in una città musulmana. Leggi segnali che ti fanno capire quanto sia importante per loro, almeno questa volta, raggiungere lo stesso obiettivo. Che poi è lo stesso che vogliamo noi, al di qua del Mediterraneo. Dalle antiche rovine del porto di Tyro vedo il mare…e qualche italiano, che qui deve trascorrere altri, almeno, quattro mesi…si sforza nel voler vedere la Sicilia…solo per sentirsi più a casa. A me basta il mare. E va bene il rumore delle onde, per immaginarmi ad Ostia. Le distese degli agrumeti e i bananeti non sembrano soffrire il caldo quanto noi. Frutti maturi, che segnano il passo di un paese che vuole crescere e ricostruirsi. Consapevole di non poterlo fare nè senza un processo di pacificazione, né senza la speranza delle generazioni contemporanee e future che dovranno lottare perché ciò accada. Lottare nel senso più positivo del termine, vale a dire il “non arrendersi” a scelte e decisioni scellerate e “non arrendersi” all’idea - avuta fino a qualche anno fa - che la guerra fa parte del loro quotidiano. Non ho visto, come in passato, negozianti che rientrano a casa con la merce in vendita perché il giorno dopo c’è il dubbio della riapertura, non ho visto intolleranza, né disprezzo. Ma ho visto il dialogo, mai capitato per questa terra. Si, ho visto libanesi e israeliani sedersi allo stesso tavolo. Già questo può bastare. Inimmaginabile fino a qualche tempo fa. Poi, ho trovato la vita di tutti i giorni, quella che va oltre la devastazione della guerra. Ho bevuto il thè con un sindaco di Hamal, ho assaggiato il caffè del comandante delle forze armate libanesi, che di una cosa è convinto: i segnali di pace ci sono e si vedono. L’ultima sera la passo con Hassan. È un professore di storia dell’arte. È musulmano e sta seguendo il mese del ramadan. Ha passato la sua giornata a fare lezione sotto il sole di agosto. Senza bere, né mangiare per tutto il giorno. Al tramonto, mi invita a cena. Finalmente, il suo primo bicchiere d’acqua. Educato, con uno stile impeccabile lo manda giù, come se non avesse sete. E io… che mi lamento del caldo e della mia camicia…
Mirko Polisano
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